Altro che “Downton Abbey”: aristocrazia e dimore da sogno nella letteratura cattolica inglese

di Luca Fumagalli

All’inizio del XX secolo, in Inghilterra, molti autori cattolici mostrarono nelle loro opere una grande attenzione al tema dei ceti sociali. La cosa, in verità, per quanto piuttosto peculiare, non dovrebbe sorprendere più di tanto: quasi tutti gli scrittori, infatti, erano convertiti provenienti della middle-class; così come non si sentivano a proprio agio a contatto con il romanticismo delle vecchie famiglie aristocratiche “recusant” – cioè rimaste fedeli alla Chiesa di Roma anche dopo la rivoluzione anglicana – allo stesso modo non potevano dirsi vicini a quella classe lavoratrice che formava la stragrande maggioranza dei cattolici britannici.

Tuttavia, al netto del fastidio iniziale, furono proprio i nobili di antico retaggio “papista” a vincere col tempo le simpatie dei romanzieri di punta del revival cattolico (a tal proposito il critico Thomas Woodman ha coniato la divertente etichetta di “Catholic chic”). Del resto le antiche famiglie “recusant” rappresentavano il meglio del cattolicesimo inglese: non solo i loro membri erano gli eredi – carnali e spirituali – di coloro che con coraggio avevano resistito alle privazioni e alle persecuzioni dei protestanti, ma la loro stessa esistenza stava a testimoniare una continuità ideale con quella Fede, autentica e profonda, che aveva segnato l’Inghilterra medievale.

Al di là dei tanti romanzi storici dedicati all’epoca Tudor in cui i “recusant” occupano un ruolo di primo piano, merita una menzione a parte il saggio del benedettino Bede Camm, Forgotten Shrines (1910), un’introduzione alle famose case del “papismo” britannico, un racconto dei grandi eventi che hanno avuto luogo in quelle dimore affascinanti.

Oltre che per la secolare fedeltà a Roma, l’aristocrazia cattolica era ammirata anche dal punto di vista sociale per la distanza che la separava dai frivoli costumi del tempo.

Mrs Wilfrid Ward (Josephine Mary Ward), discendente da parte di madre dei duchi di Norfolk – una delle più illustri casate dell’Impero – offre un ottimo assaggio di questa attitudine nel suo bestseller One Poor Scruple (1899), in cui si racconta la triste parabola della famiglia Riversdale, segnata in profondità dalle persecuzioni del XVI e del XVII secolo.  Essa rappresenta pure quel cattolicesimo rurale e tradizionale che nulla ha a che spartire con lo sfarzo della società londinese alla moda; lo stesso capofamiglia, il vecchio George Riversdale, incarna il tipo perfetto del gentiluomo di campagna, uno spirito intelligente, attivo, dedito alla caccia e alla cura delle sue proprietà (per molti aspetti si tratta di un personaggio simile a Padre Gerard, il prete clandestino d’estrazione aristocratica che fa la sua comparsa in Tudor Sunset, uno dei più bei racconti storici della Ward, pubblicato nel 1932). 

Analoghe figure si ritrovano nei romanzi di Robert Hugh Benson. Ad esempio, in Con quale autorità? (1904), opera d’ambientazione elisabettiana, viene descritto Sir Nicholas Maxwell, amante dei cavalli e della letteratura spirituale, in termini non troppo diversi da quelli impiegati da Mrs Wilfrid Ward.

Più in generale, il mito dello squire fedele a Roma – sovente accompagnato a un giacobitismo di ritorno – fa capolino in numerosi testi cattolici della prima metà del Novecento. Guarda caso il protagonista delle storie che compongono Mystic Voices (1923) di Roger Pater è un sacerdote di antico e nobile lignaggio che vanta tra i suoi antenati un celebre martire; mentre in A Triangle (1923), di Maurice Baring, la famiglia Aston è descritta da uno dei personaggi protestanti del libro come una cricca di “papisti” che ha sempre vissuto in un’antica dimora. Mr Rolls, nel bensoniano The Sentimentalits (1906), è invece discendente di un valletto di Mary Stuart ed ha aperto la sua grande casa a tutte le persone bisognose d’aiuto. Pure il padre del reverendo Dick Yolland, per quanto di recente conversione, ha sempre vissuto in una splendida villa georgiana.

Se nelle opere della Ward e di Benson non manca una punta di malcelato snobismo nei confronti del “popolino”, allo stesso tempo non tutti i cattolici inglesi dimostrarono un particolare entusiasmo nei confronti dell’aristocrazia: William George Ward ne criticò lo scarso acume, e Frederick Rolfe – meglio noto con il nom de plume di Baron Corvo – in Adriano VII (1904) accusò i nobili di essere totalmente privi di quell’educazione che solo il contatto con il più vasto mondo è in grado di offrire. Baring, al contrario, fu più raffinato nei suoi rimproveri, mettendo alla berlina in C (1924) quella spocchiosa superiorità che certi membri della upper-class dimostravano nei confronti di chi, come lui, era da poco entrato nella Chiesa di Roma. Ciononostante fu anche capace di descrivere con rara efficacia quella particolare devozione che si respirava nelle cappelle private delle case “recusant”, come appare evidente, ad esempio, in Daphne Adeane (1926).

Evelyn Waugh, figlio dell’elitaria Oxford, fu l’ultimo grande autore a raccontare in un romanzo la storia dolce e dolorosa di una casata di lunga tradizione cattolica. Ritorno a Brideshead (1945), uno dei capolavori della letteratura inglese del Novecento, porta nel titolo il nome della lussuosa dimora attorno a cui si svolgono le vicende della famiglia Flyte, tra antiche ferite e nuove speranze. La pubblicazione del libro, tra sarcasmo e nostalgia, fu l’ultimo tributo letterario alla nobiltà “recusant” e alle sue grandi dimore ormai scomparse, nulla più che un lontano ricordo in una società radicalmente (e drammaticamente) mutata.

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