I diavoli della Bassa. Ma il diavolo dov’era?

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Pubblichiamo a puntate il testo dell’intervento di A. Giacobazzi al 27° Convegno di Studi Cattolici (Rimini, 25, 26, 27 ottobre 2019). Questa è la quinta.

B. I diavoli della Bassa

Per approcciare la vicenda dei diavoli della Bassa – un caso eclatante che ebbe nel corso degli anni ‘90 in quella parte di pianura modenese bagnata dal fiume Panaro – è doveroso lasciare la parola ad una persona che se ne occupò a lungo, essendo stato costretto a vederne gli effetti nel suo stesso contesto sociale: don Ettore Rovatti. Il suo discorso è sintetizzato da Pablo Trincia, nel libro-inchiesta Veleno. Per quanto si possa definire quella di don Ettore una semplificazione, risulta sostanzialmente impossibile negarla e separarla dalle altre vicende che si affrontano qui.

Era amico di don Giorgio Govoni, morto nel corso del processo e non nascondeva di vedere in questi atroci fatti «l’esistenza di un’antica guerra che in questo caso si era combattuta sulla pelle dei minori: quella dello Stato contro la Chiesa. E quale terra più simbolica per un simile scontro dell’Emilia Romagna, dove le amministrazioni rosse avevano portato la loro arida ideologia anticlericale anche all’interno del welfare e dei servizi sociali?

– C’è una mentalità dietro a tutto questo armamentario giuridico. Cioè, la Famiglia ha torto sempre. Lo Stato ha sempre ragione, – mi ha detto don Ettore […] – Questa gente vuole distruggere la famiglia, così come il comunismo voleva distruggere la proprietà privata. Queste psicologhe e assistenti sociali dell’Ausl volevano dimostrare che Dio, poveretto, non ha saputo far bene il suo mestiere. Erano loro che sapevano fare meglio del Padreterno»[i].

Molto probabilmente è stato tutto involontario (tanto per don Ettore, quanto per gli assistenti sociali), ma la frase dimostrare che Dio, poveretto, non ha saputo far bene il suo mestiere. Erano loro che sapevano fare meglio del Padreterno è la sintesi, come si è visto, del pensiero gnostico: il fallimento divino, il demiurgo cattivo. Insomma, si voleva dire che i valori trasmessi dall’istituzione cristiana più sacra – la famiglia – fossero di gran lunga inferiori e meno efficaci di quelli che un bambino avrebbe potuto apprendere da una struttura statale fondata su ben altri criteri[ii].

Ma che accadde nella Bassa Modenese e chi erano questi diavoli?

Questa è la storia di un processo diabolico, dove però il Diavolo non s’era acquattato dove tutti indicavano. – scrive Emanuele Boffi, sulla rivista Tempi. È la storia che per circa diciassette anni ha coinvolto le comunità cattoliche della Bassa Modenese, trasformate da tribunali, servizi sociali e giornali in postriboli mefistofelici dove congreghe di insospettabili, all’interno di comunità cattoliche ignare o conniventi, compivano i più atroci delitti a danno di innocenti bambini: picchiati, abusati, tumulati vivi e persino uccisi[iii].La vicendasi è conclusa non senza lasciare dietro di sé un’impressionante scia di morti, suicidi, rovine[iv].

Non solo cattolici e non tutti ugualmente stinchi di santo (alcuni profili sociali non erano sicuramente tranquillizzanti) ma l’attacco a queste comunità fu devastante. I processi – come spesso capita – videro persone assolte e condannate per vicende simili, soggetti giudicati colpevoli che poi, alla fine, risultano innocenti e tutto il resto che la giustizia umana può ragionevolmente produrre. Anche qui l’aspetto strettamente penale, per quanto inquietante, ha un peso relativo.

Si noti tra l’altro – come lo stesso Trincia chiarì il 17 luglio 2019 – che dopo 4 anni di lavoro e ricerche su questo caso, lui e la sua squadra non erano stati considerati da nessun politico pur avendone contattati molti. Le uniche persone che si erano fatte avanti erano Antonio Platis di Forza Italia (Mirandola), l’on. Stefania Ascari, deputata del M5S e l’on. Carlo Giovanardi (ex ministro nei governi di centrodestra)[v]. Trincia non pare al momento sospettabile di adesione partitica e questa assenza di politici schiettamente organici alla sinistra, che governa l’Emilia da un settantennio, lascia aperta qualche domanda.  

Torniamo ai fatti. Difficile collegare causalmente ogni aspetto ma nel corso del procedimento o nel periodo successivo si ebbero: un morto per infarto, don Giorgio Govoni; un morto di crepacuore, Alfredo Bergamini; un suicidio, quello di Francesca Ederoclite, prima che il processo iniziasse; un decesso in carcere, quello di Monica Roda, per malattia, a 38 anni; la morte di Enzo Morselli, a 70 anni di età, prima di essere riabilitato[vi]; due espatriati per non farsi sottrarre il quinto figlio (gli altri quattro erano già stati portati via), parliamo di Delfino Covezzi e della moglie Maria Lorena Morselli, volontari a Lourdes, Delfino morirà d’infarto diversi anni dopo, nel 2013; sedici bambini, tolti in totale alle loro famiglie che in larga parte non li hanno più rivisti; un numero imprecisato di anni di carcere comminati a una pletora di imputati; una quantità immensa di denaro pubblico sperperato, si citi solo l’esempio dei 140 milioni di lire spesi per dragare il fiume Panaro alla ricerca di corpi mai trovati[vii].

La sceneggiatura dei fatti – è proprio il caso di parlare di sceneggiatura – era a tal punto forte da essere difficilmente collocabile anche in un film horror: gruppi consistenti di persone che in variopinto corteo uscivano da un castello nel centro storico del paese per dirigersi presso il cimitero locale (confinante con abitazioni) a sventrare tombe e dissotterrare cadaveri, mai visti da nessun testimone esterno; bambini tormentati in ogni modo e uccisi (non mancavano bambini all’appello); teschi umani disposti attorno al luogo dei supplizi[viii]; animali trucidati; riunioni misteriose in salumifici abbandonati; costumi terrificanti; pestaggi; lame che cadevano dall’alto[ix]; fantomatici personaggi che (verosimilmente spostandosi a velocità supersonica) dovevano attraversare province per terrorizzare, rapire o stuprare ragazzini o ragazzine, tornando poi magicamente al loro posto senza che nessuno si accorgesse di nulla.

Insomma: racconti che sembrano carichi di un gusto per tutto ciò che è terribile, crudele, misterioso, distruttore, fatale, al fondo dell’esistenza, come abbiamo visto anche con George Bataille. Eppure assistenti sociali e inquirenti presero tutto, o quasi tutto, per buono. Anzi: su questi incubi infantili e sconnessi costruirono un teorema che polverizzò famiglie e vite, tutto in nome di uno Stato, che per dirla con don Ettore, aveva sempre ragione ed esprimeva funzionari forse propensi a pensare di poter fare meglio del Padreterno.

Un bambino di una famiglia disagiata iniziò a raccontare abusi realizzando la prima traccia di questo racconto mostruoso, altri si accodarono, le assistenti sociali interrogarono, scandagliarono con gran solerzia e si mossero con uno zelo che alcuni potrebbero definire (anti)missionario, ci si misero pure forze dell’ordine, la magistratura inquirente e il solito voyeurismo di quart’ordine tipico di certi organi d’informazione. La bomba era innescata: d’altra parte, i bambini dicono sempre la verità[x].

L’errore che non si deve fare nell’analisi di questa vicenda è quello della banalizzazione. Effettivamente ad una prima lettura i fatti paiono così stravaganti che tutto sembra archiviabile sotto la semplice etichetta della mediocrità professionale o investigativa. Sia chiaro: questa componente probabilmente esiste, ma non può essere la sola. C’è anche qualcosa di più ed è un’impostazione filosofica di fondo, magari vissuta solo in minima parte consapevolmente.

Si badi: se alcuni ragazzini protagonisti di quei fatti continuano a confermare questi racconti, oggettivamente difficili da credere, presuntamente vissuti nell’infanzia, c’è stata una bambina che – dal principio, per tutto lo svolgersi dei processi e ancora oggi, sebbene trascinata in mezzo a certe storie – ha sempre negato tutto. Questo le valse addirittura il titolo di piccola omertosa attribuito da esponenti del Tribunale dei minori di Bologna[xi]. Anche altri – a partire dal bambino zero[xii] che diede inizio alla vicenda – hanno recentemente detto di non essere più sicuri di quanto raccontato molti anni prima o addirittura di essere ormai certi che fosse tutto falso[xiii]. Persino il responsabile dei servizi sociali coinvolti, intervistato nella sua casa di Mirandola da Pablo Trincia, ha dimostrato di avere molte meno certezze di quelle che ci si aspetterebbe da chi ha avuto quel ruolo[xiv]. Al netto di tutto questo, la domanda che si pone è: sono i bambini che hanno “innescato” la vicenda o è il clima – in cui i bambini sono stati ricevuti e interrogati – che ha “innescato” i bambini stessi? 

Detto in altri termini e a prescindere dall’eventuale buona fede dei singoli: c’è un approccio (culturale, filosofico) del professionista (assistente sociale, psicologo) che crea, o accentua, il problema del bambino? C’è forse qualche presupposto ideologico in tutto questo? Si può ritrovarne qualche traccia nella breve sintesi, riportata all’inizio, del pensiero di don Ettore Rovatti? Non pochi indizi vanno in questo senso.

Eclatante fu il caso della certificazione delle violenze sessuali da parte della ginecologa Cristina Maggioni, messe in dubbio da medici legali e altri ginecologi. Si arrivò anche al punto di imbattersi in un imene ricomparso: la Maggioni si spinse a dire – facendo sobbalzare i colleghi – che col menarca avrebbe potuto ricrescere[xv].

L’on. Giovanardi, che fu uno dei politici più impegnati per far emergere la verità su quei fatti, invita a guardare i video degli interrogatori dei bambini di allora: dopo mesi passati lontano dai genitori e con gli operatori, i bambini ripetono meccanicamente, persino distrattamente, i racconti horror. Suggestionati dalle loro pressanti domande, i piccoli ‘ricordavano’ i camion con cui don Giorgio li portava nei cimiteri della Bassa, le violenze nelle tombe scoperchiate e nelle bare aperte, legati alle croci e accoltellati, costretti a sacrificare al diavolo altri bambini e a decapitarli…[xvi]

Gli operatori, dunque. Certi nomi ricorrono in questa vicenda intrecciandosi reciprocamente[xvii]: Cismai, Centro Studi Hansel e Gretel, Centro per il bambino maltrattato. Vedremo che alcune di queste realtà appariranno anche in altre storie, quanto meno inquietanti, che affronteremo. La neuropsichiatra infantile M. Malacrea è, secondo la ricostruzione di Pablo Trincia, uno dei soci fondatori del Cismai e del Centro per il bambino maltrattato di Milano, ha partecipato a convegni insieme a C. Foti, fondatore del Centro Hansel e Gretel[xviii] e ha formato V. Donati, una delle figure cardine del caso dei diavoli della Bassa. La Malacrea giudicò positivamente il lavoro della Donati[xix].

La metodologia del Cismai, ha accusato recentemente Ermes Antonucci su Il Foglio, è tutta incentrata sulla convinzione che l’abuso sessuale sui minori sia un “fenomeno diffuso” e “in grande prevalenza sommerso”, che gli adulti non vadano ascoltati perché “quasi sempre negano” e che l’abuso debba essere rintracciato anche in assenza di rivelazioni del minore, grazie a un approccio “empatico” da parte degli operatori[xx]. Il Cismai, del resto, ha respinto le accuse, mosse da molti professionisti della psicologia giuridica, di formare abusologi[xxi]. Fatto sta che risulta partner di quell’International Society for the Prevention of Child Abuse and Neglect, che arriva a stimare addirittura una bambina su quattro come oggetto di abusi sessuali[xxii]. A fronte dei casi noti ci sarebbe un sommerso molto esteso e troppo sottovalutato[xxiii]. Non saremmo lontani da uno scenario da violenza di massa. Un’umanità perduta, dunque? Vicina all’essere irrimediabilmente cattiva, quasi senza speranza, con una natura intrinsecamente malata? Domande che sorgono spontanee.

Tornano, del resto, alla mente le parole di don Rovatti, in particolare se confrontate con quelle dette decenni prima, nel 1956, da Pio XII. Il Pontefice mandando il suo messaggio per la consacrazione dell’Emilia al Sacro Cuore affermò qualcosa che oggi – anche alla luce dei fatti della Val d’Enza – suona come una gravosa profezia: Nessuno ignora che la vostra terra fu ed è tuttora fra le più esposte agli assalti dei nemici di Dio, i quali hanno tentato di distruggere la fede nelle menti e la grazia nei cuori. È stato seminato l’odio, diffusa l’indifferenza, insinuato il sospetto verso le cose sante e i ministri di Dio. In nessuna regione, forse, come nella vostra, si è fatta strage di sacerdoti, e perfino l’infanzia ha visto insidiata la sua innocenza e il suo candore.


[i] P. Trincia, Veleno, Einaudi, 2019, p. 68.

[ii] Ivi, p. 69.

[iii] E. Boffi, La strage degli innocenti della Bassa Modenese. Cronaca di un processo diabolico, 21 dicembre 2014, Tempi.it, https://www.tempi.it/strage-degli-innocenti-della-bassa-modenese-cronaca-di-un-processo-diabolico/

[iv] Ibidem.

[v] Profilo Twitter di Pablo Trincia: https://twitter.com/PabloTrincia/status/1151490239023726594 et https://twitter.com/PabloTrincia/status/1151497216563056641

[vi] Pedofilia e satanismo, incubo finito: assolti dopo 15 anni, 23 ottobre 2012, https://www.modenaindiretta.it/pedofilia-e-satanismo-incubo-finito-assolti-dopo-15-anni/

[vii] P. Trincia, Veleno, cit., p. 129

[viii] Ivi, p. 107.

[ix] Ivi, pp. 126-127 e altre.

[x] Ivi, p. 101.

[xi] Ivi, p. 281.

[xii] Ivi, p. 208-210.

[xiii] Ivi, p. 265.

[xiv] Ivi, pag. 262-263.

[xv] Ivi, p. 139.

[xvi] L. Bellaspiga intervista Carlo Giovanardi, «I figli innocenti ‘rubati’. Ho denunciato. Invano», 9 luglio 2019, Avvenire, https://www.avvenire.it/attualita/pagine/i-figli-innocenti-rubati-ho-denunciato-invano

[xvii] P. Trincia, Veleno, cit., p. 91.

[xviii] Ivi, p. 256.

[xix] Ibidem.

[xx] E. Antonucci, Come ti plasmo il giudice antiabusi, IlFoglio.it, 24 luglio 2019, https://www.ilfoglio.it/giustizia/2019/07/24/news/come-ti-plasmo-il-giudice-antiabusi-266705/

[xxi] P. Trincia, Veleno, cit., p. 255.

[xxii] Ibidem.

[xxiii] Ivi, p. 189.

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