Il mito del “Tolkien fascista”: la lunga storia d’amore tra la destra italiana e il professore di Oxford

di Luca Fumagalli

Nella storia della ricezione dei romanzi di Tolkien in Italia il travisamento a scopi politici pare una regola. Come reazione alla demonizzazione operata dalla critica progressista, sin dalla metà degli anni Settanta cominciò un processo di sistematica appropriazione dell’universo tolkieniano da parte di partiti e movimenti di (estrema) destra, che hanno fatto de Il Signore degli Anelli un serbatoio di simboli, iconografıe e slogan.

Gianfranco De Turris accenna alla relazione tipicamente italiana tra la letteratura fantasy e la destra nell’articolo Il “caso Tolkien”: «La narrativa di Tolkien e la heroic fantasy era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. [. . .] Il ritrovarsi di parecchi giovani di destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo di piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni».

Era inevitabile che una tale situazione avesse ripercussioni politiche, anche se, come ha spiegato Umberto Croppi in un’intervista del 2002, quello che avvenne all’inizio negli ambienti della destra italiana fu semplicemente che «alcuni di noi lessero Tolkien e se ne innamorarono. Non che vi fosse un chiaro legame con la politica [. . .] E va subito detto che nella nostra lettura e nella nostra passione non c’era nessuna ispirazione neo-pagana […]. A noi semplicemente piaceva quel mondo fantastico. E all’inizio leggere Tolkien significava esclusivamente un’esperienza individuale».

Il mito del “Tolkien fascista” s’è creato mano a mano, e se nell’edifıcarlo certa sinistra si è messa di buon impegno – Fred Inglis, solo per fare un esempio extra-italiano, nel suo saggio Gentility and Powerlessness: Tolkien and the New Class si spinge a defınire Il Signore degli Anelli un mito reazionario e razzista – è innegabile che questa situazione abbia fınito per far gioco a una parte della destra.

Il gruppo musicale “La Compagnia dell’Anello”

Nel 1974 il nome di de Turris, accanto a quello del medievista Franco Cardini e a quello di Marco Tarchi, voce estremamente influente tra i giovani missini dell’epoca, compare in calce alle prime entusiastiche recensioni de Il Signore degli Anelli ospitate da riviste di destra quali “L’Italiano”, “Idea”, “Diorama letterario” e “La voce della Fogna”. I luoghi in cui si diffondeva la stampa militante, come la libreria Europa di Roma, vendettero centinaia e centinaia di copie del libro, e in quegli stessi anni nacque la Compagnia dell’Anello, un gruppo musicale, ancora attivo, destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito di Almirante (al di là del nome assunto la band ha comunque ben poco di tolkieniano, essendo la sua produzione perlopiù caratterizzata da una serie di stornelli e ballate folk di contenuto politico). Insomma, intorno all’opera di Tolkien andò a svilupparsi una fitta rete di attività funzionali a veicolare il messaggio ideologico e i valori politici del Movimento Sociale Italiano anche al di fuori dell’ambiente al quale normalmente si riferiva, tentando così di rompere quell’isolamento culturale in cui era stato relegato.

 Nel 1976, ad esempio, quando l’MSI decise di fondare una nuova rivista per rilanciare la propria concezione della donna venne scelto il titolo di “Eowyn”, dal nome di uno dei personaggi de Il Signore degli Anelli. Ancora una volta, però, i riferimenti a Tolkien restavano sospesi nel vuoto e, ad eccezione della pubblicazione di qualche foto dello scrittore accompagnata dall’immancabile slogan «Le radici profonde non gelano», si trattava perlopiù di avere a disposizione un repertorio di simboli di comodo, da saga “eroica” in salsa nordica.

Questo armamentario iconografıco confluì nei Campi Hobbit, forse la più signifıcativa manifestazione della destra giovanile dal secondo dopoguerra (ne furono organizzati tre, rispettivamente nel 1977, nel 1978 e nel 1980). Lucio Del Corso e Paolo Pecere in L’anello che non tiene, uno studio sulle letture ideologiche dell’universo tolkieniano, ricordano come fu proprio a partire dai Campi Hobbit che «il binomio Tolkien-destra comincerà ad apparire a molti inscindibile». Il richiamo – a dire il vero piuttosto superficiale – al professore di Oxford e al Medioevo contribuì, tra l’altro, alla diffusione del simbolo della croce celtica in sostituzione del fascio littorio, ormai retaggio del passato (con disappunto di Almirante e dei gerarchi più anziani).

Ciò nonostante, l’esperienza dei Campi Hobbit segnò la storia della critica tolkieniana italiana, non solo perché molti di quelli che oggi sono i più attivi studiosi di Tolkien vi presero parte, ma soprattutto perché in seno a quelle esperienze maturò una lettura allegorizzante de Il Signore degli Anelli, del tutto simile a quella presente nell’introduzione che Elémire Zolla aveva scritto per la prima edizione italiana (nella penisola il breve testo andò pure a sostituire, con abile innesto, la prefazione dello stesso Tolkien posta a capo della seconda edizione inglese del 1966, in cui il professore rispondeva ad alcuni dei suoi interpreti respingendo proprio le interpretazioni allegoriche dell’opera). Lo studio di Zolla, ricorda Edoardo Rialti nel libro La lunga sconfitta, la grande vittoria, «diverrà un testo di riferimento per quella destra affascinata dai miti iniziatici, dalle tradizioni simboliche, che costituirà l’altra estremità della medesima rivolta anticapitalista degli hippie, e che cercherà a sua volta di impugnare ideologicamente Tolkien come “suo”, spesso con altrettante forzature e miopie. Trova così (parziale) spiegazione come un inglese che aveva combattuto contro il Kaiser […] e avversato Hitler e l’antisemitismo potesse venire bollato, da chi non lo aveva mai letto, come pattume “fascista”».

Uno dei primi numeri di “Eowyn”

Il Signore degli Anelli, quello che in America era la “Bibbia degli hippies” – così recitava anche una fascetta che compariva nel 1977 sulla prima ristampa economica del libro targata Rusconi – in Italia era dunque diventato un patrimonio della destra; per Tarchi il romanzo tolkieniano era «il breviario dei ribelli, dei disperati, degli emarginati, che in esso ritrovano una “altra dimensione” dell’esperienza intellettuale, capace di fondere l’elemento mitico e i richiami dell’attualità».

Fu solo dopo la trasformazione dell’MSI in Alleanza Nazionale che si cominciò di nuovo a riutilizzare l’immaginario di Tolkien su scala ancor più larga che in passato, riconducendo il professore di Oxford «all’interno di un comodo canone di scrittori e pensatori non solo intrinsecamente di destra, ma validi per un’ “educazione sentimentale” del futuro militante» (così Del Corso e Pecere). Se all’inizio i richiami, anche in forma di semplici citazioni, vantavano una qual certa profondità, col passare degli anni il maquillage nazionalalleanzino ridusse Il Signore degli Anelli a gadget e merchandising (un fenomeno che andò amplifıcandosi con l’uscita nelle sale dei fılm di Jackson).

Attualmente, al netto di numerose pagine web e blog, in Italia tra i gruppi organizzati più importanti di appassionati di Tolkien vi è la Società Tolkieniana Italiana, creata nel 1992. Tra i fondatori illustri fıgurano Paolo Paron e Adolfo Morganti che avevano cominciato ad approfondire le opere del professore di Oxford proprio nel contesto dell’attivismo di destra degli anni Settanta. Per quanto la politica esuli del tutto dagli intenti del gruppo, Del Corso e Pecere notano come «lo scopo ultimo della Società sembr[i] l’approfondimento e il rilancio […] di tematiche già care, in qualche modo, all’area culturale che si riconosceva nella destra più radicale, promuovendo una cosciente sovrainterpretazione del testo. […] E i simboli e gli archetipi […] individuati vengono fatti coincidere con quelli della visione “Tradizionale” della civiltà europea elaborata da [. . .] Julius Evola. […] Il Signore degli Anelli si trasforma così in uno dei testi sacri della “destra esoterica”».

Il professore di Oxford, è appena il caso di segnalarlo, naturalmente non aveva nulla del fascista. Tuttavia, anche se oggi esistono studiosi seri e competenti provenienti sia dal mondo cattolico che da quello progressista, per il momento a prevalere in Italia sembra ancora l’approccio ideologico, quasi una lunga coda di quelle che furono le prime letture di “destra” del legendarium (per quanto attualmente sia un fenomeno molto ridimensionato grazie al più serrato confronto con la saggistica inglese e americana). Non che dalla galassia neofascista non vennero spunti ermeneutici interessanti, anzi, ma certamente molti altri furono a dir poco fuorvianti, miranti più che altro a piegare la bibliografia tolkieniana agli interessi di parte.

Il manifesto del primo Campo Hobbit

Dunque anche per Tolkien continua a valere quello che G. K. Chesterton scrisse nel 1929 a un altro grande autore cattolico suo amico, Maurice Baring, all’indomani della pubblicazione del romanzo di quest’ultimo The Coat Without Seam: «È incredibile come il mondo esterno possa vedere ogni aspetto del libro tranne ciò che è fondamentale».

3 Commenti a "Il mito del “Tolkien fascista”: la lunga storia d’amore tra la destra italiana e il professore di Oxford"

  1. #lister   24 Novembre 2019 at 10:59 am

    Tutto giusto, perfetto.
    Patrimonio della Destra…
    Forse perché, ferma restando l’estraneità di Tolkien nei confronti del fascismo, il “fascista” (che parolaccia! 🙁 ) è un antimaterialista, un idealista, uno spiritualista, egli stesso un poeta? La narrativa di Tolkien, allora, era ed è la sponda naturale di approdo di chi nutre questi sentimenti.
    Si vive per essere, non per avere.

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  3. #luigi   25 Novembre 2019 at 9:36 am

    è fascista in senso metapolitico e che cavolo!!!! come lo erano un mucchio di cattolici decenti !!

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