dall’opera del Cardinale Schuster
a cura di Giuliano Zoroddu

Il purgatorio rappresenta l’ultimo ed estremo tentativo che adopera l’amore di Dio, per contrastare il peccatore al diavolo e per strapparlo dai suoi artigli. Esso è come un tempio eretto in onore della santità divina, dove le fiamme espiatrici distruggono tutto quello che nella creatura a Dio consacrata si oppone a questa conformità colla bellezza divina e colle di lui perfezioni. Estote perfecti, sicut et Pater vester caelestis perfectus est. Quando perciò le Sacre Scritture ci parlano del fuoco che forma il trono di Dio, che tutto lo avvolge all’intorno, che forma l’antemurale del suo soggiorno, bisogna pensare al purgatorio, dove la nostra debole virtù viene saggiata, come oro, nel crogiuolo di quegli ardori ineffabili di santità.
Quando ci si dice dall’Apostolo che Dio abita in mezzo ad un ‘inaccessibile luce, fa d’uopo di ricordarci allora della sorte delle povere anime del purgatorio, il cui occhio, tuttavia offuscato dal pulviscolo del mondo, si sente ancor troppo debole per poter affrontare, come l’aquila, la vista di quell’abbagliante fulgore. Il medesimo san Paolo ci avverte, di porre mente alla qualità del nostro materiale di costruzione: oro, argento, pietre preziose, legno, paglia (I Cor. III, 13); perché verrà il fuoco del divino giudizio a farne la prova. Allora il materiale solido reggerà, mentre quello troppo fragile ne andrà distrutto, e l’imprudente costruttore, se pure vorrà salvarsi, dovrà fuggirne fuori attraverso le fiamme, non senza grave pericolo e scottature.
Egli, – aggiunge l’Apostolo, – potrà bensì porsi in salvo, ma sempre attraverso il fuoco. In questo paragone adoperato da san Paolo per spiegare il suo pensiero ai Corinti circa la purità dell’insegnamento evangelico, gli esegeti cattolici veggono a ragione un’allusione al dogma del Purgatorio.
Secondo l’Apostolo, ci sono delle colpe non abbastanza gravi per serrare sopra il nostro capo le porte del cielo e spalancare sotto i nostri piedi la voragine infernale, ma che pure debbono ricevere, o qui, o nel mondo di là, il castigo proporzionato. Quello che fa il fuoco pel materiale di costruzione, compie il divino giudizio per le azioni morali. Se l’edificio s’incendia, è tutto a rischio del costruttore, il quale, viste le fiamme divoratrici, si getta allora a precipizio fuori della fabbrica, fuggendo magari attraverso il fuoco, e riportandone perciò gravi ustioni e danno.
Potessero almeno le povere anime del purgatorio impetrare da Dio misericordia! Ma no, chè ogni cosa in Dio è ordine ed ha il proprio momento. Quello della misericordia è ormai passato colla vita del tempo, per dar luogo invece all’altro della giustizia nell’eternità. Quando l’edificio è in fiamme, non si può discutere od esitare: il fuoco non risparmia alcuno, e chi vuol aver salva la vita, bisogna che si getti animoso attraverso le fiamme e fugga. Il purgatorio è un tempio, ma senza sacerdozio, nè altare di propiziazione.
Fortunatamente però, la comunione dei Santi unisce in un unico mistico corpo cosi i beati del Cielo, che i viatori della terra e le anime purganti, ed il Sacrificio Eucaristico, mediante il quale Cristo una oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos, come in cielo conferisce gloria agli eletti, cosi nel purgatorio lava col Sangue della Redenzione le macchie di quelle membra predestinate, e che fortunatamente sono congiunte a Cristo per la fede, la speranza e l’amore.


(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacrementorum. Note liturgiche e storiche sul Messale Romano. Vol. IX. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalia Dedicazione di san Michele all’Avvento), Torino-Roma, 1932, pp. 87-88)