“La Cena del Signore o Messa”. La definizione della messa nuova riveduta ma non corretta.

Il Novus Ordo Missae del 1969 fu pubblicato con una ponderosa spiegazione introduttiva, l’Institutio Generalis Missalis Romani. Il numero 7 di questo documento suscitò grandi critiche, per il fatto che era praticamente eretico in quanto dava della messa una definizione luterana. Le critiche produssero la subitanea imposizione del rito e la correzione della Institutio che fu ripubblicata con modifiche nel 1970. Il rito, costruito su una nozione protestantica (l’intento ecumenico fu proprio di Paolo VI e di Bugnini e ciò è abbondantemente dimostrano in molti articoli pubblicati su Radio Spada e che vi invitiamo a leggere) rimase e rimane comunque inaccettabile per un cattolico. Riprendiamo un pezzo di sì sì no no Anno XXX, n. 2, 31 Gennaio 2004, che ripercorre la storia del famoso numero 7.

Art. 7: formulazione originaria e modificata

FORMULAZIONE ORIGINARIA
7 –Cena dominica sive missa est sacra synaxis seu congregatio populi Dei in unum convenientis, sacerdote praeside, ad memoriale Domini celebrandum. Quare de sanctae Ecclesiae locali congregatione eminenter valet promissio Christi: “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 16, 20).

FORMULAZIONE MODIFICATA
7 –In Missa seu Cena dominica populus Dei in unum convocatur, sacerdote praeside personamque Christi gerente, ad memoriale Domini seu sacrificium eucharisticum celebrandum. Quare de huiusmodi sanctae Ecclesiae coadunatione locali eminenter valet promissio Christi: “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 16, 20). In Missae enim celebratione, in qua sacrificium Crucis perpetuatur, Christus realiter praesens adest in ipso coetu in suo nomine congregato, in persona ministri, in verbo suo, et quidem substantialiter et continenter sub speciebus eucharisticis.

7 -La Cena del Signore o messa è la sacra riunione o assemblea del popolo di Dio che si raduna, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Perciò per l’assemblea locale della santa Chiesa vale in modo eminente la promessa di Cristo: “Ove due o tre sono riuniti in nome mio, Io sono in mezzo a loro” (Mt. 18,20).

7 –Nella Messa o Cena del Signore il popolo di Dio è convocato e riunito, sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico. Perciò per l’assemblea locale della santa Chiesa vale in modo eminente la promessa di Cristo: “Ove due o tre sono riuniti in nome mio, Io sono in mezzo a loro” ((Mt. 18, 20). Infatti, nella celebrazione della Messa, in cui si perpetua il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e di certo sostanzialmente e continuamente sotto le specie eucaristiche.

Le critiche dei cardinali Ottaviani e Bacci

Queste modifiche furono apportate non nel 1975, ma bensì a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione dell’Institutio, e il loro perché costituisce la triste storia cui sopra abbiamo accennato. La formulazione originaria dell’art.7 fu subito contestata, ancor prima che fosse pubblicata, dai cardinali Ottaviani e Bacci che nella Pentecoste del 1969 presentarono a Paolo VI un Breve esame critico del “Novus Ordo Misssae” (dato in visione ai Vescovi). Il Novus Ordo Missae – essi scrissero – «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino». In particolare si osservava che nell’art. 7 «la definizione di Messa è limitata a quella di “cena”, il che è poi continuamente ripetuto (n. 8, 48, 55d, 56); tale “cena” è inoltre caratterizzata dalla assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal compiersi il memoriale del Signore, ricordando quel che Egli fece il Giovedì Santo. Tutto ciò non implica né la Presenza Reale, né la realtà del Sacrificio, né la sacramentalità del sacerdote consacrante, né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla presenza dell’assemblea. Non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali della Messa e che ne costituiscono pertanto la vera definizione». La gravità delle critiche e, ancor più, l’autorevolezza dei due cardinali, uno dei quali già Prefetto del Sant’Uffizio, suscitarono una tempesta in Vaticano, di cui ci ha lasciato preziosa testimonianza il padre Ferdinando Antonelli nel suo Diario personale (v. Nicola Giampietro, Il card. Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, Studia Anselmiana, Roma). Quali furono, però, i rimedi? Ce lo dice lo stupefatto Antonelli: «pubblicazione improvvisa dell’Instructio [=Institutio] per stroncare sul nascere la campagna della stampa» e «il comunicato della CEI che il 30 novembre ci sarà la versione italiana ed andrà in vigore in Italia; cosa che la CEI aveva già detto che non sarebbe stata possibile». «Siamo nel regno della confusione!» commenta il padre Antonelli, che scrive: «Non so capire come ci sia stata tanta preoccupazione per le critiche del card. Ottaviani e come poi, quando la stampa ha cominciato a far chiasso, si sia voluto reagire con la pubblicazione intempestiva dell’“Instructio” e il comunicato della CEI con l’imposizione che tutto andrà in vigore il 30 novembre, quando ancora non ci sono i testi…» (op. cit. p. 259).

Modificato, ma non corretto

La precipitosa pubblicazione dell’Institutio, però, non mise a tacere le critiche; anzi queste si moltiplicarono così qualificate e giustificate che fu giocoforza piegarsi a modificare l’art. 7 a pochi mesi di distanza dalla sua promulgazione (cosa – come osserva Romano Amerio in Iota Unum – senza precedenti nella storia della Chiesa). Fu modificato, tuttavia, solo quanto si pensò bastasse a tacitare gli oppositori. Si cominciò con il modificarne l’apertura: «Nella Messa o Cena del Signore il popolo di Dio è convocato e radunato…», e non più: «La Cena del Signore o messa è la sacra riunione o assemblea del popolo di Dio ecc.», e ciò per poter sostenere che non si trattava di una definizione della Messa e perciò non si doveva pretendere di trovarvi tutti i «valori dogmatici essenziali della Messa». Restava, però, che a “celebrare” la Messa è chiamato il popolo di Dio: “il popolo è convocato e radunato… per celebrare”. Al sacerdote si riconosce che “rappresenta la persona di Cristo”, ma sempre nella premessa qualità di “presidente” dell’assemblea: «sotto la presidenza del sacerdote [sacerdote praeside] che rappresenta la persona di Cristo». Pertanto anche la formulazione modificata “non implica […] né la sacramentalità del sacerdote consacrante né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla presenza dell’Assemblea” (Breve esame critico cit.). A “memoriale del Signore” era aggiunto “sacrificio eucaristico”, ma si continuava ad omettere che la S. Messa non è solo un sacrificio di lode “eucaristico” (cosa ammessa dallo stesso Lutero), ma è anche un sacrificio propiziatorio (cosa negata da Lutero). Infine fu aggiunta la parte finale, di cui è monca non la nostra citazione, ma l’art. 7 nella sua formulazione originaria. Circa la Presenza Reale i cardinali Ottaviani e Bacci, infatti, avevano osservato anche che «Nella seconda parte dello stesso paragrafo si afferma – aggravando il già gravissimo equivoco – che vale “eminenter” per questa assemblea [che sarebbe la S. Messa] la promessa di Cristo: “Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum” (Mt. 18, 20). Tale promessa, che riguarda soltanto la presenza spirituale di Cristo con la sua grazia, viene posta sullo stesso piano qualitativo, salvo la maggior intensità, di quello sostanziale e fisico della presenza sacramentale eucaristica». Per far fronte a questa gravissima critica, nella formulazione modificata si apportò un’aggiunta, nella quale si precisa che «Cristo è realmente presente… sostanzialmente e continuamente sotto le specie eucaristiche», ma si ribadisce anche che è “realmente presente” nell’assemblea menzionata al primo posto, con precedenza, non solo sul ministro e sulla Parola di Dio, ma sulle stesse specie eucaristiche. Formulazione riveduta, dunque, ma non corretta: restavano nell’art. 7 modificato non pochi equivoci ed errori; soprattutto, restava la concezione luterana della Messa quale assemblea del popolo di Dio che celebra sotto la semplice “presidenza” di un “ministro”. Fatto ancora più grave: nessuna modifica sostanziale, benché minima, fu apportata al nuovo rito della S. Messa, che resta, perciò, il frutto e l’applicazione pratica dell’art. 7 originario, e non dell’art. modificato.

I frutti cattivi di un albero non buono

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, il Vescovo di Como, mons. Maggiolini, nel suo Declino e speranza del Cattolicesimo, deve constatare che “la figura ideale della Chiesa d’oggi è il laico… Il sacerdote e la persona votata particolarmente a Dio non sono [più] avvertiti come modelli di vita cristiana” (p. 147) e, parlando della crisi di vocazioni sacerdotali, aggiunge timidamente, con termini molto sfumati: “forse la Chiesa di oggi sta pagando lo scotto di un qualche disinteresse per il sacerdozio ministeriale, mentre tende a sottolineare in modo un poco [sic] unilaterale il sacerdozio battesimale di tutto il popolo di Dio” (p. 148). Mons. Maggiolini non sembra neppure sfiorato dal sospetto che la diffusione di questa mentalità protestantica è il frutto del nuovo rito della S. Messa più protestantico che cattolico. Se, infatti, i fedeli non leggono l’art. 7 né nella sua formulazione originaria né in quella riveduta (e ancor meno leggono i “nuovi teologi”, cattolici di nome e protestanti di fatto) parteciparono, però, al rito della Messa che resta “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa” ed un altrettanto impressionante avvicinamento all’eresia protestantica sul Sacerdozio e sulla Messa (Ottaviani-Bacci, Breve esame critico cit.). Con la conseguenza prevista e invano segnalata al card. Benelli, fin dal lontano 1968, dal citato padre Antonelli: «nel “Consilium” [che stava elaborando l’Institutio e il nuovo rito della Messa] ci sono pochi Vescovi che abbiano una preparazione liturgica specifica, pochissimi che siano veri teologi […]. E questo è un lato pericoloso. In liturgia ogni parola, ogni gesto traduce un’idea che è un’idea teologica. Dato che attualmente tutta la teologia è in discussione, le teorie correnti fra i teologi avanzati [leggi: neomodernisti] cascano sulla formula e sul rito: con questa conseguenza gravissima, che, mentre la discussione teologica resta al livello alto degli uomini di cultura, discesa nella formula e nel rito, prende l’avvio per la sua divulgazione nel popolo» (op. cit. p. 257 s.). E – aggiungiamo noi – non c’è da stupirsi se chi ha seminato vento raccoglie tempesta.

Marcus

Un commento a "“La Cena del Signore o Messa”. La definizione della messa nuova riveduta ma non corretta."

  1. #bbruno   12 Novembre 2019 at 9:28 am

    già la mossa di volerla riformare ad appena un anno dalla sua stesura, la dice tutta sulla condizione mentale dei riformatori. Ubriachi prima e ubriachi dopo…

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