La messa di Paolo VI. Un rito ecumenico già condannato da Pio XII

da sì sì no no , XXVI, 2.
Titolo originale: La “Mediator Dei” condanna anticipata della “riforma liturgica” di Paolo VI

Una «legge nociva»: l’«Ordo Missae» ecumenico

30 anni fa (3 aprile 1969) subentrò all’antichissimo e venerabile rito romano della Santa Messa il Novus Ordo Missae di Paolo VI. Per il “Corpus Domini” di quello stesso anno fu presentato a Paolo VI un Breve esame critico del “Novus Ordo Missae” preceduto da una “Lettera” dei cardinali Ottaviani e Bacci, in cui si affermava: «Sempre i sudditi, al cui bene è intesa una legge, laddove questa si dimostri viceversa nociva, hanno avuto, più che il diritto, il dovere di chiedere con filiale fiducia al legislatore l’abrogazione della legge stessa». E perché il Novus Ordo fosse “nocivo”, così da fondare un vero “dovere” di chiederne l’ abrogazione, i due cardinali lo dicevano senza tante ambage: il nuovo rito della Messa «rappresenta, sia nel suo insieme, come nei particolari un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino».

La “Mediator Dei

Questo «allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa» era già stato segnalato e riprovato da Pio XII nel movimento liturgico che recedette il Concilio Vaticano II. Nella Mediator Dei (1947) il Papa scriveva: «notiamo con molta apprensione che alcuni sono troppo avidi di novità e si allontanano dalla via della sana dottrina e della prudenza. All’intenzione e al desiderio di un rinnovamento liturgico essi frappongono spesso princìpi che, in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa, e spesso anche la contaminano di errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica». Con quella Enciclica Pio XII si proponeva di “allontanare dalla Chiesa” “false opinioni… del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale”, “errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica”, “esagerazioni e traviamenti della verità che non concordano con i genuini precetti della Chiesa”. Uno sguardo alla Mediator Dei ci farà toccare con mano che queste “false opinioni… del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale”, questi “errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica”, queste “esagerazioni e traviamenti della verità che non concordano con i genuini precetti della Chiesa” sono l’anima della “riforma liturgica” di Paolo VI e delle sue molteplici attuazioni, che, pur andando talvolta al di là della lettera, si muovono nondimeno nello “spirito del Concilio” e del Novus Ordo (come dimostra anche il fatto che non sono oggetto di nessuna sanzione disciplinare).

Una “rottura formale e violenta”

Nella Mediator Dei Pio XII richiama anzitutto il principio fondamentale della Liturgia: “Se vogliamo distinguere e determinare in modo generale e assoluto le relazioni che intercorrono fra Fede e Liturgia, si può affermare con ragione che la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera” (legem credendi lex statuat supplicandi): “Tutta la Liturgia ha dunque un contenuto di fede cattolica in quanto attesta pubblicamente la fede della Chiesa”; è “una continua professione di fede cattolica”. Di conseguenza le cerimonie, con cui la Chiesa orna il Sacrificio di Cristo “conservano la religione e distinguono i veri dai falsi cristiani e dagli eterodossi”. Ma ecco che alla distanza di soli 18 anni la cosiddetta “riforma liturgica” di Paolo VI dà alla liturgia un nuovo “principio e fondamento”: «La preghiera della Chiesa non dev’essere un motivo di disagio per nessuno» e perciò bisogna “scartare ogni pietra che potrebbe costituire anche l’ombra di un rischio di inciampo o di dispiacere per i nostri fratelli separati”: così L’Osservatore Romano del 19 marzo 1965, a firma del padre Annibale Bugnini, membro eminente del “Consilium” che stava elaborando il Novus Ordo Missae e la revisione di tutti i riti liturgici [1]. Dunque, non più “la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera”, ma la legge della preghiera dev’essere stabilita dall’intento “ecumenico”; d’ora innanzi la liturgia attesterà pubblicamente non più la fede della Chiesa, ma l’ansia ecumenica degli uomini di Chiesa. Tutto il Novus Ordo è lì a comprovare questa “rottura formale e violenta con tutte le regole che fino al Vaticano II avevano guidato il culto cattolico” [2], a partire dal suo principio fondamentale: “la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera”. La conseguenza (voluta, bisogna dire) è che i nuovi riti liturgici non “conservano la religione” né più “distinguono i veri dai falsi cristiani e dagli eterodossi” (Mediator Dei cit.).

Una “tragica necessità di opzione”

Messo così a fondamento della “nuova liturgia” l’intento ecumenico, furono accuratamente eliminati dai riti liturgici, con la consulenza anche di sei “osservatori” protestanti, i “motivi di disagio”, ed ogni “pietra” e persino “rischio d’inciampo” per i cosiddetti “fratelli separati”, a cominciare da “tutta quell’abominazione che si chiama Offertorio” (Lutero) che fu integralmente eliminato. Il risultato di questa “feroce amputazione liturgica fatta passare per riforma” (Guido Ceronetti, La Stampa, 18 luglio 1990) fu, inevitabilmente, un rito non più cattolico, ma protestantizzato, “una messa ritagliata, ridotta a dimensioni protestanti”, come la definì J. Green, convertito dal protestantesimo (Ce qu’il faut d’amour à l’homme). Questo non turbò, ma sembrò soddisfare i “riformatori”, la cui preoccupazione – ci attesta il Bugnini – era stata di promuovere ciò che “avrebbe potuto giovare spiritualmente e psicologicamente all’unione” [3]. “La riforma liturgica ha fatto un notevole passo avanti nel campo ecumenico e si è avvicinata alle forme liturgiche della chiesa luterana” informava il 13 ottobre 1967 L’Osservatore Romano. Toccherà ai cardinali Ottaviani e Bacci presentare il logico rovescio della medaglia: e per ciò stesso “il nuovo rito rappresenta nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa”. È impossibile avanzare in due direzioni opposte contemporaneamente. In realtà il problema posto dal Novus Ordo alla coscienza cattolica non è un problema di romantica nostalgia per il vecchio rito, ma è un problema di fede: «È evidente che il “Novus Ordo” non vuole più rappresentare la fede di Trento. A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno. Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del “Novus Ordo”, in una tragica necessità di opzione» (Breve esame critico cit.). La “fede di Trento”, infatti, altro non è che l’«antica fede fondata sul santo Evangelo, sulle tradizioni degli Apostoli e la dottrina dei Santi Padri» (D. 947), e questo basta a giustificare il rifiuto di un Novus Ordo Missae che “si è avvicinato alle forme liturgiche della Chiesa luterana” (L’Oss. Rom. cit.) e “non vuole più rappresentare la fede di Trento” (Breve esame critico cit.).

L’ombra di Lutero sulla “riforma” di Paolo VI

Nella Mediator Dei Pio XII scrive: «Vi sono difatti ai nostri giorni alcuni che, avvicinandosi ad errori già condannati [dal Concilio di Trento], insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati … Sostengono, perciò, che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio commessogli dalla comunità. Essi ritengono, in conseguenza, che il Sacrificio Eucaristico è una vera e propria “concelebrazione” e che è meglio che i sacerdoti “concelebrino” insieme col popolo presente piuttosto che, nell’assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio». Alcuni, infatti, «riprovano del tutto le Messe che si celebrano in privato e senza l’assistenza del popolo … né manca chi afferma che i sacerdoti non possono offrire la vittima divina nello stesso tempo in diversi altari perché in quel modo dissociano la comunità e ne mettono in pericolo l’unità»; altri «arrivano fino al punto di credere necessaria la conferma e la ratifica del Sacrificio da parte del popolo perché possa avere la sua forza ed efficacia». Contro questi errori, che già furono di Lutero, Pio XII ribadisce la fede cattolica, la “fede di Trento”: «il sacerdozio esterno e visibile di Gesù Cristo si trasmette nella Chiesa non in modo universale, generico e indeterminato, ma è conferito a individui eletti con la generazione spirituale dell’Ordine, uno dei sette sacramenti». Perciò il sacerdote “va all’altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo”. Quando “si dice che il popolo offre insieme col sacerdote” s’intende dire soltanto «che unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento alla intenzione del sacerdote, anzi dello stesso Sommo Sacerdote». Anche alla condanna delle Messe “private” Pio XII oppone la “fede di Trento”: il Santo sacrificio della S. Messa «ha … per la sua intrinseca natura una funzione pubblica e sociale … sia che vi assistano i fedeli … sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ciò che fa il sacro ministro». È evidente che il Novus Ordo Missae con il “popolo di Dio radunato […] per celebrare [sic] il sacrificio Eucaristico” (Institutio articolo 7, riveduto e corretto!), con il sacerdote ridotto a “presidente” dell’assemblea (ivi n.7) e perciò con la faccia rivolta al popolo (ivi n. 271); con la consacrazione divenuta, oltre che una semplice “narrazione”, anche una “preghiera presidenziale” (ivi n. 10) e perciò da dirsi “a voce alta ed intelligibile” (ivi n. 10 e n. 12); col popolo che, dopo la consacrazione, non adora più in silenzio, ma ratifica a voce alta il Mysterium Fidei; con il favore accordato alle concelebrazioni, che forse accrescono di numero la “comunità”, ma certamente diminuiscono il numero delle “messe private”, è evidente – dicevamo – che un Ordo Missae siffatto “rappresenta… un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa” (Breve esame critico cit.) e l’accoglimento di quegli slittamenti protestantici già condannati da Pio XII nella Mediator Dei.

Un “convito di fraterna comunanza”

Intimamente connessa con l’eresia del “sacerdote presidente” e del “popolo celebrante” è la pretesa “assoluta necessità che i fedeli si nutrano del Convito Eucaristico insieme col sacerdote”. A tal fine – scrive Pio XII – i novatori “asseriscono capziosamente che non si tratta soltanto di un Sacrificio, ma di un sacrificio e di un convito di fraterna comunanza e fanno della santa Comunione compiuta in comune quasi il culmine di tutta la celebrazione”. Anche questa – ammonisce Pio XII – è un’altra “nuova e falsa dottrina di Lutero”, che il Concilio di Trento “fondandosi sulla dottrina custodita nella ininterrotta tradizione della Chiesa”, così condanna: “Chi dice che le Messe nelle quali il solo sacerdote comunica sacramentalmente sono illecite e perciò da abrogarsi sia scomunicato”. La santa Comunione, infatti, “è assolutamente necessaria al ministro sacrificatore, ai fedeli è soltanto da raccomandarsi vivamente”. Né manca nella Mediator Dei la condanna dell’altra pretesa “necessità” che il popolo si comunichi con ostie consacrate in quella stessa Messa, pretesa che ha la medesima radice ereticale della precedente: anche se “si comunichi … con ostie consacrate in un tempo antecedente … il popolo partecipa regolarmente al Sacrificio Eucaristico”. Anche queste due pretese “necessità” condannate da Pio XII sulla base della “fede di Trento”, sono state accolte dalla “riforma liturgica” di Paolo VI, e la seconda – quella di comunicarsi con ostie consacrate durante la stessa Messa (v. art. 55 della costituzione sulla Sacra Liturgia) – fu stigmatizzata dallo scrittore Tito Casini, con l’ironia sul “Gesù fresco” e sul “Gesù stantio” [4].

L’attivismo liturgico

Dall’eresia del “sacerdote presidente” e del “popolo celebrante” nascono anche le “false opinioni” circa la partecipazione “attiva” dei fedeli alla S. Messa. Pio XII loda coloro che promuovono questa partecipazione attiva con canti, risposte o ponendo «tra le mani del popolo il “Messale Romano”», ma puntualizza che «queste maniere di partecipare al Sacrificio … non sono necessarie per costituirne il carattere pubblico e comune». Inoltre molto saggiamente avverte che «l’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, delle anime non sono uguali in tutti né restano sempre gli stessi nei singoli». Perciò si può partecipare fruttuosamente al Sacrificio anche «in altra maniera che ad alcuni riesce più facile, come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per loro natura [ad esempio la meditazione dei misteri dolorosi]». Anche qui la “riforma liturgica” di Paolo VI, per la quale la “partecipazione attiva” dei fedeli è soprattutto un fatto esteriore con detrimento della devozione interna e che perciò ha bandito ogni altra forma di partecipazione (specie il S. Rosario), si pone chiaramente contro la Mediator Dei, nel solco delle “false opinioni” condannate da Pio XII. Bisogna, inoltre, dire che, di fronte alla saggezza pastorale di papa Pacelli, la “pastoralità” della “riforma liturgica” di Paolo VI, che irregimenta i fedeli senza nessun riguardo alle esigenze personali, si rivela per quello che è: un semplice pretesto di facciata.

Il panliturgismo

La condanna di Pio XII si estende alle «nuove teorie sulla “pietà oggettiva”, le quali… vorrebbero trascurare o attenuare la “pietà soggettiva” o personale per cui alcuni … ritengono che si debbano trascurare le altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e compiute al di fuori del culto pubblico». Al contrario, «l’opera della redenzione […] richiede l’intimo sforzo dell’anima nostra» e quindi anzitutto la partecipazione personale o “soggettiva”; e pertanto gli “esercizi di pietà non strettamente liturgici… sono non soltanto sommamente lodevoli, ma necessari” perché ci “dispongono a partecipare con migliori disposizioni all’augusto Sacrificio dell’ altare, a ricevere con frutto maggiore i Sacramenti” (nel che consiste essenzialmente la “partecipazione attiva” alla vita liturgica). Tra questi esercizi di pietà Pio XII segnala e raccomanda la meditazione, l’esame di coscienza, i ritiri spirituali, la visita al Santissimo Sacramento, il S. Rosario, ed in particolare gli esercizi spirituali,nonché “altri esercizi di pietà che, sebbene non appartengano a rigore di diritto alla Sacra Liturgia, rivestono particolare dignità e importanza in modo da essere considerati come inseriti in qualche maniera nell’ordinamento liturgico”. Tali sono il mese di maggio, di giugno, «i tridui e le novene, la “Via Crucis” ed altri simili». Essi eccitano i cristiani anche alla frequenza dei Sacramenti e del Santo Sacrificio e “farebbe quindi cosa perniciosa e del tutto erronea chi osasse temerariamente assumersi la riforma di questi esercizi di pietà per costringerli nei soli schemi liturgici” (1305). Anche su questo punto la “riforma” di Paolo VI ha segnato il trionfo delle “nuove teorie” condannate da Pio XII, con il panliturgismo e il disprezzo delle “altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e compiute al di fuori del culto pubblico”; e quindi ben merita la qualifica di “perniciosa” e “temeraria” anticipatale da Pio XII.

I “frutti avvelenati” dei “rami infetti”

Pio XII vide insidiato anche il “culto eucaristico dell’adorazione distinto dal santo sacrificio”, come le “visite ai divini tabernacoli, benedizioni col santissimo Sacramento; solenni processioni per paesi e città”, le “quarantore”, l’adorazione notturna ecc. Pratiche tutte, di fatto, messe in disuso, scoraggiate, se non eliminate con la “riforma liturgica” di Paolo VI. Pio XII avvertì minacciate la devozione a Maria e la pratica salutare della confessione. Di qui il grido di allarme lanciato ai Vescovi: «non permettete – come alcuni ritengono con la scusa di un rinnovamento della Liturgia, o parlando con leggerezza di una efficacia e dignità esclusive dei riti liturgici – che le chiese siano chiuse nelle ore non destinate alle pubbliche funzioni, come già accade in alcune regioni; che si trascurino l’adorazione e la visita al Santissimo Sacramento; che si sconsigli la confessione dei peccati fatta a solo scopo di devozione; che si trascuri, specialmente tra la gioventù, fino al punto di illanguidire, il culto della Vergine Madre di Dio, che, come dicono i Santi, è segno di predestinazione. Questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario perciò reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli e ottimi frutti». La “riforma liturgica” di Paolo VI, invece, sembra essersi assunta proprio il compito di coltivare solo i “rami infetti” del movimento liturgico e da 30 anni il popolo cristiano mangia i loro “frutti avvelenati”, perdendo la fede e pervertendo la morale.

L’esaltazione del Cristo glorificato e l’occultamento del Cristo sofferente

Nella Mediator Dei Pio XII condanna “deplorevoli propositi ed iniziative”, che “tendono a paralizzare l’azione santificatrice” della Liturgia. Tra l’altro Pio XII segnala i “deplorevoli propositi ed iniziative” di “chi usa la lingua volgare nella celebrazione del Sacrificio Eucaristico [incurante che «l’uso della lingua latina… è… un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina»], chi trasferisce ad altri tempi feste fissate già per ponderate ragioni, chi vuole restituire all’altare l’antica forma di mensa, chi vuole eliminare dai paramenti liturgici il colore nero, chi vuole escludere dai templi le immagini e le statue sacre, chi vuole cancellare nella raffigurazione del Redentore crocifisso i dolori acerrimi da Lui sofferti». Non occorre dimostrare che questi “deplorevoli propositi ed iniziative” sono stati tutti messi in atto con la “riforma liturgica” di Paolo VI. Pio XII torna a lungo sull’ ultimo punto: l’occultamento della Passione (tema sgradito all’edonismo moderno) e l’esaltazione della Resurrezione. «Osano affermare – scrive – che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo “pneumatico e glorificato” e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento … con l’occultamento del Cristo glorificato» e perciò «arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce». Ed ecco la condanna: «Queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale»: poiché la Passione è «il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza, è secondo le esigenze della fede cattolica porlo nella sua massima luce, perché esso è come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce».

Lo svincolamento della liturgia dall’autorità: “creatività” ed “esperimenti liturgici”

Dal principio fondamentale “la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera” – ricorda Pio XII nella Mediator Dei – consegue logicamente l’autorità esclusiva della Santa Sede in materia liturgica. Poiché «la purezza della fede e della morale dev’essere la norma caratteristica di questa disciplina», «non è possibile lasciare all’arbitrio dei privati, siano pur essi membri del clero, le cose sante e venerande …, l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo e il culto divino». Il “solo Sommo Pontefice” ha il diritto di legiferare in materia liturgica. I Vescovi hanno il dovere di vigilare che le leggi liturgiche siano puntualmente osservate. Di questo “suo diritto in materia liturgica si è servita la Chiesa per tutelare la santità del culto contro gli abusi temerariamente introdotti dai privati e dalle Chiese particolari [=Diocesi]. Così accadde che, moltiplicandosi usi e consuetudini di questo genere durante il secolo XVI e mettendo le iniziative private in pericolo l’integrità della fede e della pietà con grande vantaggio degli eretici e a propaganda del loro errore […], Sisto V istituì nel 1588 la Congregazione dei Riti, organo al quale tuttora compete di ordinare e prescrivere con vigile cura tutto ciò che riguarda la Sacra Liturgia». Perciò, a conclusione, Pio XII esorta i Vescovi a vigilare nelle loro Diocesi «così che tutto si compia col necessario ordine e decoro né sia consentito ad alcuno, sia pur Sacerdote, di usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti». Anche qui non è necessario dimostrare che la “riforma” di Paolo VI si è inoltrata decisamente nella deviazione condannata da Pio XII, con il risultato che oggi in nome della “creatività”, il culto liturgico è abbandonato all’«arbitrio» non solo delle “chiese particolari”, ma dei singoli “privati”, non solo membri del Clero, ma persino laici! Così quel che non ha fatto direttamente la “riforma” di Paolo VI l’hanno fatto e tuttora proseguono a farlo, in nome della “creatività” introdotta da quella “riforma”, le “iniziative private”, mettendo ancora una volta «in pericolo l’integrità della fede e della pietà con grande vantaggio degli eretici e a propaganda del loro errore», primo tra tutti l’ errore protestantico di una “religione senza autorità”, anche in materia liturgica.

L’antesignano della “riforma liturgica” di Paolo VI: il movimento liturgico

Se nella Mediator Dei noi troviamo la condanna anticipata della “riforma liturgica” di Paolo VI è perché questa ha attuato quelle “false opinioni”, quelle “esagerazioni e traviamenti della verità”, quegli “errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica” serpeggianti già nel movimento liturgico e che Pio XII con la Mediator Dei avrebbe voluto allontanare dalla Chiesa. Di questo movimento liturgico l’Arcivescovo di Friburgo in Brisgovia, mons. Corrado Gröber, fin dal 1943 aveva denunciato i pericoli in un “memorandum” all’episcopato tedesco [5]. Il movimento liturgico – egli denunziava – apre un solco tra progressisti e conservatori anche nel Clero; slitta verso gli errori dei protestanti; disprezza la scolastica e simpatizza per le false filosofie moderne; critica, sotto pretesto di un ritorno alle origini, tutto quanto ci hanno tramandato i secoli passati, come se il secolare progresso dogmatico-liturgico, avvenuto sotto la guida dello Spirito Santo, avesse arbitrariamente tutto deformato e falsificato; svela l’influsso dei protestanti, specie di Karl Barth [l’idolo della “nuova teologia”!]; si apre sconsideratamente alle sette per “ricostruire l’unità della Chiesa” [che mai si è divisa, per grazia di Dio!]; concepisce, a mo’ dei protestanti, la Chiesa più come un organismo invisibile [nel quale si possono inglobare anche le sette] che come una società gerarchica visibile [dalla quale le sette chiaramente sono escluse]; favorisce una nuova falsa “mistica” (carismatismo); accentua il “sacerdozio comune dei fedeli” a scapito del sacerdozio ministeriale del Clero; considera la liturgia come la panacea universale (panliturgismo); svincola le celebrazioni liturgiche da ogni norma autoritativa e obbligatoria, condannandole come “rubricismo”; esige la Messa in volgare, il che è il fondo necessario comune di tutte le eresie. I pericoli denunciati dall’Arcivescovo di Friburgo in Brisgovia nel lontano 1943 sono oggi una triste realtà. Di fatto nell’ultimo Concilio si scontrarono due movimenti: il movimento liturgico e il movimento mariano, quest’ultimo teso a “sviluppare l’originalità cattolica” di fronte al mondo protestante e quindi nella linea della controriforma di Trento; il primo, il movimento liturgico, teso, come tutti i «movimenti di “aggiornamento”», a “farla finita” con la controriforma per aprirsi ai “fratelli separati” [6]. Nel postconcilio è stato un discepolo di Rahner [7] a confessarci che in Germania il movimento liturgico fu in realtà uno dei tanti movimenti sorti per affrancarsi dal giogo del “sistema romano”. La “riforma liturgica” ha segnato il trionfo di questo insano movimento liturgico con tutte quelle infiltrazioni protestantiche individuate e condannate da mons. Gröber e poi da Pio XII nella Mediator Dei.

Figlia della disobbedienza al Magistero romano

Pio XII concluse la sua Enciclica ammonendo i promotori del rinnovamento liturgico a «ricavare il loro modo di pensare e di agire dalla cristiana dottrina, conforme ai precetti dell’immacolata Sposa di Gesù Cristo e Madre dei Santi» e richiamandoli ad una “generosa e fedele obbedienza”. Di fatto la “riforma liturgica” di Paolo VI, come tutto l’attuale corso ecclesiale, è figlia di una lunga disubbidienza alla Chiesa e al Magistero dei Romani Pontefici. Né si dica – come disse Paolo VI – che il “Papa di oggi” ha la medesima autorità dei “Papi di ieri”. La contraddizione, infatti, non è tra Pacelli e Montini; la contraddizione è tra la “Fede di ieri” e la “Fede di oggi”, che non dovrebbe essere anch’essa diversa dalla Fede di sempre. I Papi hanno la medesima autorità per quanto concerne i fatti puramente disciplinari, la cui opportunità può mutare con le circostanze (ed anche in questo non possono esercitare il loro potere a capriccio), ma, quanto alla Fede e a ciò che in qualche modo la tocca (e la liturgia la tocca più di ogni altra cosa), hanno la medesima autorità per difendere e spiegare fedelmente il “deposito della Fede”, e tutti, egualmente, non ne hanno nessuna per approvare ciò che, direttamente o indirettamente, lo insidia: “Non abbiamo nessun potere contro la Verità, bensì a pro della Verità” (San
Paolo).

Marcus

[1] Si veda del Bugnini anche La riforma liturgica.
[2] A. X. Da Silveira La nouvelle Messe de Paul VI: Qu’en penser?, p. 335.
[3] La riforma liturgica cit.
[4] T. Casini, La tunica stracciata.
[5} La maggior parte del testo nell’Ami du Clergé 1950 pp. 258 ss. V. anche Una Voce di Parigi 25/69.
[6] E. Fouilloux, Mouvements theologico- spirituels et Concile in A la veille de Vatican II, Lovanio 1992 pp. 188 e 198; v. anche sì sì no no 30 settembre 1998 p. 5.
[7] H. Vorgrimler, Karl Rahner verstehen (Capire Karl Rahner) p. 74 s., citato
in sì sì no no 15 aprile 1998 p. 3.

Un commento a "La messa di Paolo VI. Un rito ecumenico già condannato da Pio XII"

  1. #bbruno   4 Novembre 2019 at 11:14 pm

    ma lasciamoli, questi poveretti dei novi cattolici, o dei cattolici tonti, al piacere loro ( o all’ illusione loro ) di ottenere la SALVEZZA (quale, non specificato) attraverso la PRESENTAZIONE, al Dio dell’Universo (?!?), del frutto del loro lavoro. (Acchiappa la forza di questo frutto del lavoro ai fini della salvezza (quale, non si sa…)

    Io sto solo con la Messa Vecchia, quella che mi fa sperare e credere che la salvezza “IN VITAM AETERNAM” – ben specificato – si ottiene solo con l’ Offerta a Dio ( che è il Padre Onnipotente) dell ‘Ostia Immacolata , che è la Carne sacrificata e santa del Figlio stesso di Dio, che s’immola in quella Messa, celebrata dal sacerdote, che agisce ‘in persona Christi’! Altro che la ridicolaggine di una slavezza prodotta dalla presentazione del frutto del “nostro LAVORO”!

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