[LIRICA PROVENZALE] Ara parra qual seran enveyos di Aimeric de Peguilhan (Canzone di crociata)

Nota di Radio Spada: con molto piacere ci apprestiamo a pubblicare questa traduzione di una canzone di crociata di Aimeric de Peguilhan a cura dell’amico Federico Clavesana, un nobile amico di Radio Spada che in questi anni ha impreziosito questo sito con componimenti propri ed altrui. Eccovi, cari lettori, tangibilmente quella viva comunità di ingegni e di spiriti cattolici, quel mutuo scambio di cultura e  informazione che caratterizza Radio Spada! Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, presidente SQE di Radio Spada)

A cura di Federico Clavesana

Si propone in traduzione la canzone di crociata “Ara parra qual seran enveyos”, composta da Aimeric de Peguilhan probabilmente in Italia tra il 1213 e il 1214, al fine di sostenere la predicazione di papa Innocenzo III volta alla mobilitazione dei signori italiani per l’indizione di una nuova crociata. Aimeric, nato intorno al 1170 e morto intorno al 1230, è stato un trovatore occitano che lasciò la regione di Tolosa, presso cui fu attivo, a seguito della guerra contro gli albigesi, pur non facendone parte, e ch in seguito si stabilì in Lombardia dopo un breve soggiorno in Spagna, contribuendo all’espansione della lirica provenzale oltre i confini occitani. In particolare, in questa canzone, il trovatore invita il marchese di Monferrato, Guglielmo Malaspina, a partire per la crociata, seguendo l’esempio dei suoi avi. Interessante notare gli ultimi versi, in cui Aimeric, sostenendo che senza “sen”, ossia senza senno o intelletto, i fatti realizzati nel mondo dall’uomo non sono nulla, utilizza l’espressione “dreitz niens”, letteralmente un “dritto niente”, giù utilizzata da Guiglielmo IX d’Aquitania, considerato il primo dei trovatori e quindi rinviando all’origine del fenomeno della letteratura cortese.

I

Ara parra qual seran enveyos

d’aver lo pretz del mon e·l pretz de Dieu,

que bel poiran guazanhar ambedos

selh que seran adreitamen romieu

al sepulcre cobrar. Las! Cal dolor

que Turc aian forsat Nostre Senhor!

Pensem el cor la dezonor mortal

e de la crotz prendam lo sanh senhal

e passem lai, que·l ferms e·l conoissens

nos guizara, lo bos pap’Innocens.

II

Doncs, pus quascus n’es preguatz e somos,

tragua s’enan e senh s’e nom de Dieu,

qu’en la crotz fo mes entre dos lairos

quan ses colpa l’auciron li Juzieu;

quar si prezam Leialtat ni Valor,

son dezeret tenrem a dezonor.

Mas nos amam e volem so qu’es mal

e soanam so qu’es bon e que val;

que·l viures sai, qu’es morirs, non es gens,

e·l morirs lai, viures ades, plazens.

III

Non deuria esser hom temeros

de suffrir mort el servizi de Dieu,

qu’elh la suffri el servezi de nos

don seran salf essems ab Sant Andrieu

selhs que·l segran lai vas Monti-Tabor;

per que negus non deu aver paor

el viatge d’aquesta mort carnal;

plus deu temer la mort esperital

on seran plors ez estridors de dens,

que sans Matieus o mostr’e n’es guirens.

IV

Avengutz es lo temps e la sazos

on deu esser proat qual temon Dieu,

qu’elh non somo mas los valens e·ls pros,

car silh seran tostemps francamens sieu

qui seran lai fi e bo sofredor

ni afortit ni bon combatedor,

e franc e larc e cortes e leyal

e remanran li menut e·l venal,

que dels bos vol Dieus qu’ab bos fagz valens

se salvon lai, et es belhs salvamens.

V

E si anc Guillem Malespina fon bos

en est segle, ben o mostra en Dieu,

qu’ab los prumiers s’es crozatz voluntos

per socorre·l Sant Sepulcr’e son fieu;

don an li rey colp’e·l emperador,

quar no fan patz ez acort entre lor

per desliurar lo regisme reyal

e·l lum e·l vas e la crotz atretal,

qu’an retengut li Turc tan longuamens

que sol l’auzirs es us grieus pessamens.

VI

Marques de Monferrat, vostr’ansessor

agron lo pretz de Suri’e l’onor;

e vos, senher, vulhatz l’aver aital!

El nom de Dieu vos metetz lo senhal

e passatz lai, que pretz ez honramens

vos er el mon, et en Dieu salvamens.

VII

Tot so qu’om fai el segl’es dreitz niens

si a la fi non l’aonda sos sens.

Traduzione

I

Ora apparirà chiaro quanti siano smaniosi di avere il pregio del mondo e il pregio di Dio, perché ben potranno guadagnarli entrambi quelli che saranno giustamente in pellegrinaggio per recuperare il Sepolcro. Miseri! Che dolore per il fatto che i Turchi abbiano forzato Nostro Signore! Pensiamo nel nostro cuore il disonore mortale e prendiamo il segno santo della croce, e passiamo di là, poiché ci guiderà chi è fermo e sapiente, il buon papa Innocenzo.

II

Dunque, poiché ciascuno ne è pregato ed è stato chiamato, si faccia avanti e si segni nel nome di Dio, che fu messo in croce tra due ladroni, quando senza colpa lo uccisero i giudei; perché se apprezziamo Lealtà e Valore considereremo un disonore l’esserne diseredati. Ma noi amiamo e vogliamo quello che è male e disprezziamo quello che è buono e che ha valore; ché il vivere qui, che è come morire, non è nobile, mentre il morire là, che è come vivere adesso, è cosa da apprezzarsi.

III

Non dovremmo essere uomini timorosi di patire la morte al servizio di Dio, poiché Egli la sofferse al servizio nostro, per la qual cosa saranno salvati insieme a Sant’Andrea tutti coloro che lo seguiranno là verso il monte Tabor; per cui nessuno deve aver paura nel viaggio di questa morte della carne; si deve temere di più la morte dello spirito dove saranno pianto e stridore di denti, poiché San Matteo lo mostra e ne è garante.

IV

Sono arrivati il tempo e l’ora in cui si dovrà provare chi ha timore di Dio, ché Egli non chiama se non il valente e il prode, poiché saranno saldamente suoi coloro che laggiù saranno fini e buoni servitori, e combattenti forti e buoni, così come saldi, generosi, cortesi e leali, mentre rimarranno qui i deboli e gli avari, poiché Dio vuole che i buoni si salvino laggiù con buone e valenti gesta, ed è una bella salvezza.

V

E se mai Guglielmo Malaspina fu buono in questo mondo, ben lo mostra in Dio, che si fece crociato fra i primi volontari per soccorrere il Santo Sepolcro e il suo feudo; in questo hanno colpa i re e l’Imperatore perché non fanno la pace e non concludono un accordo tra loro per liberare il reame regale, la luce, il sepolcro e allo stesso modo la croce, che tanto lungamente hanno tenuto i Turchi, la qual cosa è un pensiero di sofferenza al solo ascoltare.

VI

Marchese di Monferrato, i vostri antenati hanno avuto il pregio e l’onore della Siria; e voi, signore, vogliate averlo allo stesso modo! Nel nome di Dio mettete il segnale e passate di là, poiché avrete pregio e onore nel mondo, e in Dio la salvezza.

VII

Tutto ciò che l’uomo fa nel mondo è proprio un niente, se alla fine non lo sostiene l’intelletto.

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