Quel maledetto di Wyndham Lewis: l’arte, la rabbia, il nazismo

di Luca Fumagalli

Un quadro del pittore Augustus John ritrae Wyndham Lewis nel 1905, e il cospiratore è già fatto e finito, romanticamente minaccioso, nerissimo di vestiti e di capelli, accigliato e arrogante. È il frutto di una bohème che già a diciott’anni lo aveva visto in giro per l’Europa – Francia, Spagna, Germania, Olanda… – e che lasciò su di lui un marchio che non andrà più via: quello del bandito delle lettere, del fuorilegge solitario e senza gang titanicamente impegnato in una battaglia contro il proprio tempo. Non è un caso se la rivista che Lewis fondò negli anni Venti prese il nome di «The Enemy», Il Nemico, e in quella somiglianza con Guy Fawkes che notò Ford Madox Ford vi era prefigurato il destino di chi fu forse lo scrittore più odiato d’Inghilterra.

Di origine canadese, Wyndham Lewis (1882-1957) trascorse la maggior parte della propria vita a Londra, avvolto da un alone di incertezza e di mistero, il fascino del segreto a farla da padrone. Donnaiolo impenitente, tenne nascosta l’esistenza di una moglie persino agli amici più stretti, che non sapevano nemmeno che avesse dei figli, e pagò a caro prezzo il suo essere uno spirito outré con l’avere perennemente le tasche vuote e lo studio pieno di quadri invenduti. Quell’establishment culturale inglese contro cui scagliò ogni sorta di strale lo condannò a uno congiura del silenzio da cui nemmeno amicizie importanti – Ezra Pound su tutte – seppero cavarlo fuori: anche oggi in Inghilterra Lewis rimane una figura di secondo piano, mentre in Italia il suo nome è praticamente sconosciuto (ben venga dunque l’ottimo saggio di Stenio Solinas, Genio ribelle, a illuminare i lettori della Penisola).

Dal punto di vista pittorico lo si ricorda per essere stato il fondatore del Vorticismo, l’unico esperimento d’avanguardia – tra tradizione e innovazione – mai apparso sul suolo britannico. La rivista del movimento si chiamava «Blast», l’esplosione con cui si avrebbe voluto far saltare per aria l’arte inglese del tempo, ancora ottusamente legata a schemi vittoriani ed edoardiani. Il mondo pittorico di Lewis era infatti puro Novecento, protocubista e cubista, grottesco e deformato, moderno e satirico, metropolitano.

Purtroppo il Vorticismo ebbe vita breve, prematuramente castrato nelle aspirazioni da quella Grande guerra a cui Lewis partecipò come volontario, essendo egli quel tipo di artista troppo compromesso con la realtà per potersene astrarre. Come era lecito attendersi, l’esperienza del conflitto lo convinse ancora di più dell’assurdità delle armi, tramutandolo negli anni Trenta in un fervente pacifista.

Nei suoi romanzi, invece, caratterizzati da uno stile più visivo che descrittivo, c’è la satira ma non la compassione, il selvaggio che prende il posto dell’ordinario, uno scollamento quasi fra ciò che si è e ciò che si appare: in altre parole, a farla da padrone sono l’irrazionalità e l’aggressività. Nel panorama della letteratura inglese dell’epoca fu un caso a parte, guardando più ai russi e ai francesi che a casa propria, preferendo le idee alle storie, l’intelletto all’emozione. Rispetto alla via novecentesca della psicologia e dell’interiorità, Lewis scelse il percorso inverso ed è proprio questo a estremizzare paradossalmente il suo individualismo, quel suo essere il nemico per eccellenza. Tuttavia furono solamente una manciata gli scrittori che, come T. S. Eliot, ne riconobbero l’indubbio talento: «È stato uno dei pochi uomini di lettere della mia generazione che definirei uomo di genio. Ne è stato il più grande stilista di prosa, forse l’unico ad aver inventato un nuovo stile».

La sua poetica – che per un certo periodo lo avvicinò addirittura all’ipotesi di convertirsi al cattolicesimo – è riassunta brillantemente in quello che più essere considerato il suo romanzo più rappresentativo, The Apes of God, uno dei grandi capolavori mancati del Novecento. In esso Lewis dipinge una società intellettualmente al collasso, dove l’avanguardia è solo una moda che nasconde un vuoto esistenziale dai risvolti a dir poco inquietanti, dove tutto è gioco, divertimento e dilettantismo: alla fine tocca sempre alla realtà, cieca e spietata, ristabilire le corrette gerarchie.

In ambito politico, per quanto avversario della società di massa, della democrazia e del liberalismo, Lewis non fu in alcun modo fascista o parafascista (come invece qualcuno ha provato a sostenere). Se è vero, infatti, che negli anni Trenta scrisse un libro simpatetico nei confronti di Hitler prima che questi prendesse il potere e che sostenne i nazionalisti durante la Guerra civile spagnola, in lui non vi era una particolare propensione per le dittature di destra né troppe affinità con le loro ideologie.

Gli ultimi anni di vita di Lewis, ormai ridotto alla cecità per via di un tumore, furono caratterizzati da un lento declino, sebbene nemmeno la malattia riuscì ad abbattere del tutto il suo leggendario spirito pugnace, quello che una volta aveva fatto dire a Pound: «Un uomo della sua intelligenza è ineluttabilmente destinato a scontrarsi, a opporsi e a battersi». Essere geni, in altre parole, significa essere perennemente contro, ad ogni costo; l’arte e la vita di Wyndham Lewis lo dimostrano alla perfezione.

Il libro: Stenio Solinas, Genio ribelle. Arte e vita di Wyndham Lewis, Neri Pozza Editore, Vicenza 2018, 224 pagine, Euro 18.

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