Nota di RS: riceviamo e pubblichiamo questa gentile lettera che ci manda un nostro interlocutore di cui preferiamo mantenere anonimato. Nella seguenti righe vengono descritte le difficoltà che affrontano gli attivisti pro-life per portare delle semplici testimonianze in piazza. (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE di Radio Spada)

L’art. 21 della nostra Carta Costituzionale statuisce al primo comma:” Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, mentre l’art 18 TULPS recita:”

I promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore. È considerata pubblica anche una riunione, che, sebbene indetta in forma privata, tuttavia per il luogo in cui sarà tenuta, o per il numero delle persone che dovranno intervenirvi, o per lo scopo o l’oggetto di essa, ha carattere di riunione non privata. I contravventori sono puniti con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da euro 103 (lire 200.000)(2) a euro 413 (800.000). Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle riunioni predette prendono la parola.
Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione.

I contravventori al divieto o alle prescrizioni dell’autorità sono puniti con l’arresto fino a un anno e con l’ammenda da euro 206 (lire 400.000) a euro 413 (800.000). Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle predette riunioni prendono la parola. Non è punibile chi, prima dell’ingiunzione dell’autorità o per obbedire ad essa, si ritira dalla riunione.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano alle riunioni elettorali”. Questi due articoli sono stati violati in modo palese alle 9.48 del giorno 30 ottobre 2019, quando io sottoscritto XY ho ricevuto una telefonata sul mio cellulare dall’Ufficio del Gabinetto di Roma, nella quale mi è stato intimato di non andare a volantinare davanti al Liceo Leonardo da Vinci, nonostante regolare avviso inviato con l’email all’ufficio come sempre con congruo anticipo, in quanto eserciterei plagio e manipolazione ai giovani. Addirittura, con un tono minaccioso e perentorio, mi è stato anche detto che, se mi presenterò il giorno 11 novembre davanti all’ingresso della scuola, ossia sul marciapiede a volantinare, sarò denunciato. E subito dopo mi hanno attaccato il telefono in faccia. Io vorrei porre tre domande dinanzi alla gravità inaudita di questa telefonata:

1)Perché i giovani non devono essere messi in grado di formarsi una coscienza su questa tematica drammatica, con la concreta possibilità di scegliere il Valore della Vita e non la morte, soprattutto per le ragazze, esposte al consumo di pillole abortive nell’età compresa tra i 14 e 18 anni?

2) Per quale motivo mi è impedito di volantinare a minorenni, mentre l’art.12 della legge 194/1978 permette alle ragazze minorenni di abortire senza il consenso dei genitori, come recita testualmente il disposto normativo:” La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna. Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza. Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e, senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero. Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela?

3) Perchè in tante città (Foggia, Napoli, Bari, Potenza, Benevento, Campobasso) mi è stato permesso e a Roma no? Dobbiamo supporre che la Capitale abbia normative particolari per il trattamento dei difensori della vita sin dal concepimento.