“Ascese Stefano perché discese Cristo”. Un sermone di S. Fulgenzio per la festa del Primo Martire

Per offrire ai Lettori spunti di meditazione, riproduciamo parte di un sermone di S. Fulgenzio di Ruspe (lezione IV, V e VI del Mattutino del 26 dicembre) sul martirio del santo Levita che fu lapidato dai furibondi Giudei cui – essendo cattolico e non seguace della giudaizzante Nostra Aetate e di tutto il cascame del dialogo giudaico-cristiano nelle sue versioni progressista e conservatrice – predicava la necessaria loro conversione a quel Gesù annunziato dai Profeti e da loro inchiodato alla Croce.

Ieri abbiam celebrato la nascita temporale del nostro Re sempiterno: oggi celebriamo la passione trionfale d’un soldato. Infatti ieri il nostro Re rivestito della nostra carne, uscendo dall’aula di un seno verginale, si degnò di visitare il mondo: oggi un soldato, uscendo dall’abitazione del suo corpo, salì trionfante al cielo. Quegli, conservando la maestà della natura divina ed eterna e prendendo l’umile veste della carne, entrò nel campo di questo mondo per combattere; questi, deposto l’indumento corruttibile del suo corpo, salì al palazzo celeste per regnare eternamente. Quegli discese coperto del velo della carne, questi salì incoronato del suo sangue.
Questi salì dopo essere stato lapidato dai Giudei, perché quegli era disceso fra la gioia degli Angeli. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», ieri cantavano esultanti i santi Angeli: oggi festanti ricevettero Stefano nella loro compagnia. Ieri il Signore uscì dal seno della Vergine: oggi il soldato è uscito dall’ergastolo della carne. Ieri Cristo per noi fu involto in panni oggi Stefano fu da lui rivestito della stola dell’immortalità. Ieri l’angusto presepio portò Cristo bambino: oggi l’immensità del cielo ricevette Stefano trionfante. Il Signore è disceso solo per elevare molti: il nostro Re umiliò se stesso per esaltare i suoi soldati.
Ma ci è necessario conoscere, o fratelli, con quali armi munito Stefano poté vincere la crudeltà dei Giudei, e meritare sì glorioso trionfo. Stefano adunque, per meritare di ricevere la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità, e con essa vinceva dappertutto. Per l’amore verso Dio non cedé al furore dei Giudei: per l’amore verso il prossimo intercedé per quelli che lo lapidavano. Per amore riprendeva gli erranti, perché si correggessero: per amore pregava per quelli che lo lapidavano, perché non fossero puniti. Armato della forza dell’amore vinse Saulo che inferociva crudelmente; e meritò d’avere compagno in cielo colui che aveva avuto persecutore sulla terra.

(S. Fulgenzio di Ruspe, Sermone 3 su Santo Stefano, PL XIV, 730-732)

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