[CANTI DI FEDE E DI CROCIATA] Brigante se more

Nota di Radio Spada: Continua la rubrica radiospadista del carissimo Aurelio Martino Sica dedicata ai canti di Fede, Tradizione e Crociata che spero potrà edificare i nostri lettori. Una maggiore conoscenza dello spirito crociato rientra pienamente nelle finalità di un sito come il nostro: non a caso nel mio articolo dedicato alla nostra quinta giornata di cultura radiospadista del 25 aprile 2019 vi parlavo di “crociata permanente”. In questo caso annotiamo chiaramente l’analogia impressionante tra il brigantaggio e la lotta odierna contro il “lupo modernista”. Anche noi, Domini canes, ci siamo fatti “lupi” per combattere il vero Lupo. Non mi resta quindi, cari amici, che augurarvi buona lettura e un Santo Natale. (Piergiorgio Seveso, presidente SQE di Radio Spada)

Il caso “Brigante se more”

Nel 1979, Carlo D’Angiò (no, non quello dei Vespri) ed Eugenio Bennato compongono il brano “Brigante se more”, cavalcando l’onda del revisionismo storico-risorgimentale tipico di certi ambienti partenopei, ma anche del “politicamente corretto”. Sì, perché i due giovani musicisti vivono il periodo dell’imperio dell’ideologia comunista che, come si sa, vessava università, scuole e circoli musicali. Per questo motivo, la canzone “Brigante se more”, composta ad hoc come colonna sonora de “l’eredità della priora”, non poteva certo sapere di legittimismo. E così il delicato tema del brigantaggio, che certamente non potrà esser proficuamente e menchemeno sufficientemente illustrato in tale articolo – ma verso cui, tuttavia, concordiamo esser stato un fenomeno, ingiustamente nominato dalla storiografia ufficiale, di lecita difesa di un popolo martoriato, sorpreso da una guerra non dichiarata e vergognosamente condotta – , viene trattato dai due con un canto ove il brigante afferma:” « nun ce ne fott’ do’ re burbone / a terra è a nosta e nun s’ha da tuccà » e «Omm’ s’ nasc’ brigant’ s’ mor’ / ma fin’ all’utm’ avimm’ a sparà / e se murim’ menat’ nu fior’ / e ‘na bestemmia pe’ ‘sta libertà! ».

Fin qui non sembrerebbe esserci nulla di strano, considerando il contesto in cui il tutto è stato concepito. Ma ecco che, improvvisamente, si alza il polverone: alcuni studiosi nel libro “Briganti e partigiani” – Edizione Campania Bella sostengono che il canto in realtà appartenga alla tradizione lucana, che il suo vero titolo sia “Libertà” e che le frasi sopra citate siano sostituzioni “più musicali” (o, forse, ideologicamente convenienti) delle seguenti:

E mò cantamme sta nova canzona, / tutta la gente se l’adda ‘mparà, / nuie cumbattimmo p’ ‘o rre burbone / e ‘a terra nosta nun s’adda tuccà! » e « Ommo se nasce, brigante se more, /ma fino all’ultimo avimma sparà, / e si murimme menate nu sciore / e na preghiera pe’ sta libertà! ».

E non mancano fonti che, proprio a tal proposito, sostengono che ciò sia “del tutto plausibile per alcuni motivi:

  • Come fa notare il forum “pizzica” (che ha trattato l’argomento): «…noncredo che il testo sia stato scritto da Bennato anche perchè, secondo una mia modesta analisi della rima e della prosa, esso si allontana non poco da tutta la sua produzione “poetica”.Il testo è formato da quartine dove si alternano endecasillabi e decasillabi (questi ultimi però hanno la stessa funzione degli endecasillabi in quanto l’accento cade sull’ultima sillaba), per questo motivo credo risalga a una tradizione popolare»;
  • Le modifiche che sostituiscono il sentimento religioso-popolare e pro-borbonico (humus politico-culturale-sentimentale primario dei briganti), con bestemmie e “menefottenze” verso il Re Borbone, sembra fatto ad hoc per un pubblico di sinistra (a cui Bennato si rivolge) reticente a tematiche non in linea con i “valori” giacobini e della rivoluzione francese di cui detta area ideologica è infarcita;
  • Molti anziani di Calabria e Lucania ricordano la canzone cantata nelle ballate di paese, tramandata da cantastorie e canticchiata dai padri, precedentemente agli anni settanta.” (1)

Il caso arriva fino alle orecchie di Bennato, che in un’intervista si dichiara:

“orgoglioso, soprattutto perché tutti sono convinti che sia un brano della tradizione napoletana e invece l’ho scritto negli anni settanta con Carlo D’Angiò. Evidentemente abbiamo assorbito la lezione della musica popolare a tal punto da farlo sembrare un canto vero. Un brano che ha portato alla luce un argomento tabù della nostra storia, perso nella memoria poiché sui briganti non si sa nulla, si sono perse tutte le tracce di ciò che cantavano sulle montagne quando si nascondevano poiché, di ogni singolo caso, sono state cancellate le documentazioni. È tutto molto frammentario è per questo che “Briganti se more” è un’opera di poesia, è un’invenzione fatta con grande dedizione al rispetto della cultura. Sembra un canto autentico, e tutte le volte che la gente crede che sia tale lo prendo come un grande complimento perché significa che ho centrato il segreto del linguaggio”

arrivando al punto da scrivere un libro in cui riafferma la paternità del brano, quasi “costringendo” legalmente (essendo esso regolarmente registrato alla SIAE) gli autori di “Briganti e partigiani” a ripubblicarlo con manifesta ritrattazione delle affermazioni che la potessero mettere in dubbio. In effetti, sembrano non esistere documenti precedenti la pubblicazione del brano da parte dei due musicisti napoletani che possano provare un eventuale plagio, sebbene l’assenza di documentazione storica sia frequente nella cultura orale e le argomentazioni del Bennato sulle due presunte “contraffazioni” filo-borbonico/religiose da lui denunciate siano poco convincenti. Su quest’ultimo aspetto, infatti, Bennato scrive in “Brigante se more – viaggio nella musica del Sud”, Coniglio editore, 2010:

<<Se uno urla: «Noi combattiamo per il Borbone», come gli viene di urlare immediatamente dopo «la terra è a nostra e non si deve toccare»? (…) penso in questo momento all’imbarazzo di costoro ogni volta che si devono sorbire nella versione apocrifa il trauma del passaggio improvviso e schizofrenico da un grido di combattimento dinastico (urlo “realista”) a una opposta rivendicazione di carattere sociale. (urlo “socialista”)>>. Passaggio “schizofrenico” che è evidente solo per il Bennato, essendo sempre stato componente fondamentale del sentimento popolare la difesa e l’affezione al Re e alla propria terra, intesa come patria. E non è necessario dimostrare quanto ciò sia praticamente sempre stato vero nella Storia, anche tra i popoli e le culture più diverse tra loro. E’ forse un caso che proprio Napoli fu la città con il maggior numero di votanti per la monarchia al Referendum del ’46 (ben il 79%)? L’urlo “socialista” v’è solo negli occhi di chi vuol vederlo.

Successivamente, aggiunge:

<< Nella manipolazione (sarà stato lo stesso insulso autore del pasticcio della seconda strofa) la parola «bestemmia» viene censurata e cambiata con «preghiera».

L’intento, che puzza di sacrestia, è di evitare che un brigante, che si è appena dichiarato brigante e pronto a morire, pronunci il termine «bestemmia», che per i bigotti difensori del nulla è qualcosa che sarebbe in contraddizione con l’indole cristiana del brigante stesso (!).

Quando scrissi l’ultima strofa pensai alle foto dei briganti uccisi e abbandonati sul ciglio della strada, (ad una) donna del Sud che lancia un fiore e maledice la “libertà” imposta dai piemontesi (…) che, di fronte alla drammatica immagine, levi al cielo alto il suo grido di dolore e di vendetta. È il giusto epilogo per una composizione poetica che vuoI (…) sottolineare il dramma di una popolazione e ricordare al mondo l’ingiustizia e la strage.

E allora questo sconosciuto moralista cancella “bestemmia» e scrive “preghiera”, per cui risulterebbe: “Se noi moriamo, menate un fiore, e (menate) una preghiera per questa libertà”.

A parte il fatto che “menare una preghiera” è qualcosa di semanticamente abominevole, una vera barzelletta, in ogni caso la preghiera sarebbe “menata”, penso, per ottenere, per misericordia, per vie pie e “mistiche” la libertà. Quindi un fiero canto di battaglia, il mio popolare canto di guerra, subisce a questo punto un attentato devastante: nel tentativo di edulcorare il testo, si toglie al finale tutta la forza del messaggio, il brigante in assetto di guerra diventa un pastorello rassegnato, un timido prete di campagna che, nel caso fosse ucciso, invita i posteri alla moderazione e all’astensione da ogni sentimento di rivendicazione o vendetta.

Insomma il brigante direbbe, secondo l’anonima manipolazione: “Se muoio non arrabbiatevi, ma mettetevi a pregare”>>.

A parte le prime parole, che si commentano da sole e calzano perfettamente con quanto detto all’inizio, il resto risulta poco sensato. Innanzitutto, stando allo Schedario Napoletano di G. Giacco, il verbo “menare” significa “lanciare, tirare”. Non sembra esser, quindi, così “abominevole” da accostare con la parola “preghiera”. E specialmente nel contesto di guerriglia come quello risorgimentale, ove più e più omicidi volontari sono stati commessi (peccati, cioè, che come scritto nel catechismo di S. Pio X “gridano vendetta al cospetto di Dio”) risulta evidente quanto sia sensato lanciare, volgere preghiere all’Altissimo “pe’ sta libertà” , la libertà da questa spietata invasione del piemontese. Pare, invece, molto meno sensato che una persona chieda, se dovesse morire ( “e si murimme” ), dei fiori sulla propria tomba e una bestemmia, piuttosto che una preghiera. Bestemmia che il Bennato intende come una vendetta che, però, come è inevitabile per un uomo senza Dio e perciò senza speranza, si consuma proprio contro di Lui con l’imprecazione e la disperazione di un’inesistente e inattuabile giustizia. Quanti esempi ha dato la storia di popoli in guerra per la difesa dei diritti di Dio e della Chiesa? Della propria patria e del proprio Re? E quanti, invece, si sono mossi solo per vendetta dei propri cari, prendendosela con il Cielo? E’ vero che il Cattolicesimo insegna l’astensione dalla vendetta personale, privata, in quanto ingiusta, ma è pur vero che, proprio nel caso di guerre ingiuste, cioè contro la Religione, la Chiesa o il legittimo stato sovrano, è lecita l’azione militare. Lo insegnano le crociate (vedasi il primo articolo della rubrica), la Vandea, la Cristiada, la rivolta dei Sanfedisti (che il sig. Bennato dovrebbe conoscere bene), per citare qualche esempio. E anche nel caso della Rivoluzione Italiana (chiamata dalla storiografia ufficiale “Risorgimento”), il brigantaggio fu certamente lecito. Il popolo delle Due Sicilie, che si vedeva invaso senza dichiarazione da un esercito di delinquenti senza Dio, che vedeva i propri paesini messi a ferro e fuoco, le proprie donne stuprate, i propri preti e vescovi uccisi, esiliati, le proprie chiese spogliate, profanate e i conventi espropriati, non poteva che insorgere. E non poteva che chiedere aiuto a Dio, e a Lui affidarsi. E preghiere per la propria anima da lanciare al Suo cospetto, come il grido di vendetta per il proprio omicidio, perpetrato non solo dagli assassini savoiardi, ma anche da chi si dice dedito “al rispetto della cultura”, ricordandone la vita ma ammazzandone l’onore.

Ecco testo, traduzione e video musicale della versione legittimista che noi, francamente, preferiamo:


Amme pusate chitarre e tammure
Pecchè sta musica s’ha da cagnà
Simme brigant’ e facimme paura
E ca scuppetta vulimme cantà
E ca scuppetta vulimme cantà.
E mo cantam’ ‘na nova canzone
Tutta la gente se l’ha da ‘mparà
Nuie cumbattimmo p’ ‘o rre burbone
A terra è a nosta e nun s’ha da tuccà
A terra è a nosta e nun s’ha da tuccà.
Tutt’ e païse da Bas’l’cat’
Se so’ scetat’ e vonn’ a luttà
Pure a calabbria mo s’ è arravutat’
E ‘stu nemic’ o facimm’ tremmà
E ‘stu nemic’ o facimm’ tremmà.
Chi ha vist’ o lupo e s’ è mise paur’
Nun sape büon qual’ è ‘a ver’tà
O ver’ lup’ ca magn’ e creatur’
È o piemuntese c’avimm’ ‘a caccià
È o piemuntese c’avimm’ ‘a caccià.
Femm’ne bell’ ca dat’ lu cor’
Se lu brigant’ u vulit’ salvà
Nun ’o cercat’ scurdat’v’ o nome
Chi ce fa guerra nun tene pietà
Chi ce fa guerra nun tene pietà.
‘Omm’ s’ nasc’ brigant’ s’ mor’
Ma fin’ all’utm’ avimm’ a sparà
E se murim’ menat’ nu fior’
E ‘na preghiera pe’ ‘sta libertà
E ‘na preghiera pe’ ‘sta libertà

Abbiamo posato chitarre e tamburi, perché questa musica deve cambiare. Siamo briganti, facciamo paura e con il fucile vogliamo cantare, e con il fucile vogliamo cantare.
E ora cantiamo una nuova canzone, tutta la gente la deve imparare. Noi combattiamo per il re Borbone, la terra è nostra e non si deve toccare, la terra è nostra e non si deve toccare.
Tutti i paesi della Basilicata si sono levati e vogliono lottare, pure la Calabria ora si è rivoltata; e questo nemico facciamo tremare, e questo nemico facciamo tremare.
Chi ha visto il lupo e si è spaventato, non sa ancora qual è la verità. Il vero lupo che mangia i bambini è il piemontese che dobbiamo cacciare, è il piemontese che dobbiamo cacciare.
Donne belle che date il cuore, se il brigante volete salvare non lo cercate, dimenticatene il nome; chi ci fa guerra non ha pietà, chi ci fa guerra non ha pietà.
Uomo si nasce, brigante si muore, ma fino all’ultimo dobbiamo sparare. E se moriamo portate un fiore e una preghiera per la libertà, e una preghiera per la libertà.

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