Il modernismo di don Giussani

Da sì sì no no, Anno XXIV, N. 15 (15 settembre 1998), pp. 7-8.
Titolo originale: Don Giussani modernista 40 anni fa.

Einsiedeln (Svizzera), 1971. Don Giussani con Hans Urs von Balthasar e Angelo Scola. ©Fraternità di CL, da qui

Tracce, rivista di Comunione e Liberazione, nel novembre 1997 sotto il titolo “Ecumenici, quaranta anni fa” ripubblicava uno scritto di don Luigi Giussani, fondatore di quel movimento; scritto già apparso – leggiamo – in Appunti di metodo cristiano (1964) e poi ne Il cammino al vero è un esperienza [sic] (1995).
Autentico deve essere il richiamo dell’uomo cristiano agli altri” ammonisce don Giussani e passa ad illustrare gli “aspetti più importanti di questa autenticità”.
Il primo aspetto importante è che il “richiamo” non deve essere confuso con la “propaganda”: “La propaganda infatti è il diffondere qualcosa perché la penso io o interessa a me. Il richiamo invece, come intende la Chiesa [sic] è ridestare qualcosa che è nell’altro” (il neretto è nostro). E il diffondere – replichiamo noi – qualcosa non perché “la penso io o interessa a me”, ma perché Dio l’ha rivelata e perciò io la credo e mi interessa anche la salvezza eterna del mio prossimo, come si chiama secondo don Giussani? Non si chiama forse apostolato? E non è questo che la Chiesa ha sempre fatto, per mandato divino, a cominciare dagli Apostoli? “Fides ex auditu; auditus autem per verbum Christi” : “ La fede nasce dalla predicazione e la predicazione ha luogo per mezzo della parola di Cristo” dice lo Spirito Santo per bocca di San Paolo (Rom. 10, 17), il quale perciò ne conclude: “Vae mihi si non evangelizavero” (1Cor. 9, 16): “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Ma don Giussani ci assicura che la Chiesa fa “richiamo” e che questo “richiamo” è inteso dalla Chiesa come un “ridestare qualcosa che è nell’altro”, traendone, come vedremo, la conclusione esattamente opposta al sacro scritto: “Guai a me se predicassi l’Evangelo!”.
La Chiesa, dunque, stando a don Giussani, non porta nulla di nuovo all’uomo, ma si limita a ridestare ciò che nell’uomo c’è già, anche se assopito. Dovremmo forse noi credere che nell’uomo c’è già assopita la Divina Rivelazione, con la nozione della Santissima Trinità, dell’Incarnazione del Verbo, della vita soprannaturale ecc. ecc.? o non dobbiamo piuttosto pensare che per don Giussani queste verità soprannaturali, che l’uomo non può conoscere col solo lume della ragione e attraverso nessuna “esperienza”, non sono mai state rivelate da Dio?
Ci dispiace, per don Giussani, ma la Chiesa non ha mai “richiamato” verità già presenti nell’uomo; ha sempre insegnato verità rivelate dall’alto con Rivelazione divina, storica, esterna. È Blondel, il filosofo del neomodernismo, non la Chiesa, che intende l’apostolato (se ancora può chiamarsi così) come un richiamo, un “ridestare qualcosa che è nell’altro”: “niente può entrare nell’uomo che non esca da lui” scrive, infatti, e L’Action. E dunque, poiché dall’uomo non può uscire il soprannaturale, non può neppure entrarvi e di conseguenza viene esclusa ogni Rivelazione soprannaturale: la “Rivelazione” è solo la naturale presa di coscienza del “divino”.
Come appare confermato da quel che segue nello scritto di don Giussani: “Per questo il nostro non è mai innanzitutto un richiamo a determinate forme, a determinati criteri o schemi, a una organizzazione particolare [= Chiesa] ma a quella promessa che costituisce il cuore stesso dell’uomo. Noi riecheggiamo quello che Dio ha loro messo in cuore creandoli, mettendoli in un dato ambiente, formandoli. Proprio per questo non sappiamo dove Dio li condurrà, prendendo magari spunto dalla nostra parola: il disegno è Suo. Non possiamo sapere quella che sarò la loro vocazione”. «Vocazione», che, evidentemente, per don Giussani, non è anzitutto la vocazione comune, obbligatorio per tutti: la vocazione alla redenzione in Cristo, la vocazione al Cristianesimo e quindi alla Chiesa cattolica. Si basi che egli parla infatti del “richiamo dell’uomo cristiano agli altri”, cioè ai non cristiani, e Tracce ci illustra l’ “interscambio” ecumenico tra i “monaci” buddisti del mondo Koya (Giappone) e il movimento ecumenico di don Giussani.
D’altronde, se “il cammino al vero è un’esperienza” (vedi sopra), se la “rivelazione” è frutto dell’esperienza umana e non di un intervento divino nella storia, perché mai si dovrebbe negare valore all’ “esperienza” del “divino” fatta in qualsivoglia credenza religiosa? Siamo in pieno modernismo: “Il succo del modernismo è infatti questo: che l’anima religiosa trae non d’altronde ma da se stessa l’oggetto e il motivo della propria fede” (R. Amerio, Iota Unum, 1 ed., pag. 37, nota 17; cfr. San Pio X, Pascendi).
Dunque non “Ecumenici 40 anni fa”, ma “Modernisti 40 anni fa”  e comunque ecumenici perché modernisti. In barba alla Pascendi di San Pio X e all’Humani Generis di Pio XII.

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