di Andrea Allegretti

«Quid desiderat anima fortius quam Veritatem?»si chiedeva sant’Agostino, «Cosa desidera più intensamente l’anima se non la Verità?»; nella prima metà del ‘900, la stessa domanda si pose Dietrich von Hildebrand (Firenze 1889-New York 1977), illustre filosofo e teologo tedesco cattolico, pare definito da Pio XII come «il Dottore della Chiesa del XX secolo».

Nel 1967, due anni dopo la chiusura del Vaticano II, von Hildebrand diede alle stampe un testo destinato a mettere in luce le problematicità antropologiche ed ecclesiali che da allora sino ad oggi ci affliggono: The Trojan Horse in the City of God, ovvero Il cavallo di Troia nella Città di Dio; in esso, von Hildebrand tracciò una breve ma a dir poco esaustiva analisi di quella che egli stesso definì «crisi cattolica», consistente in tutte quelle diatribe, eresie, incomprensioni e divergenze che ancora oggi lacerano la Chiesa e l’uomo.

Alla base della «crisi cattolica», von Hildebrand pone il relativismo storico che ha come suo apice la concezione di “uomo moderno”, insito in una società che annienta la Verità ed esalta il pluralismo; scrive von Hildebrand: «Questo cosiddetto “uomo moderno” non esiste. Esistono soltanto certe correnti intellettuali e culturali che temporaneamente predominano. Il concetto di “uomo moderno” con carattere normativo, ossia come un tipo a cui noi tutti dovremmo conformarci, è o mistificatorio o assurdo».

Quelle che von Hildebrand chiama “correnti intellettuali e culturali che temporaneamente predominano”, responsabili dell’illusione dell’“uomo moderno”, sono poi da lui stesso meglio spiegate con l’imposizione delle “ideologie interpersonali”: «Un errore assai diffuso ai nostri giorni consiste nel fare della realtà interpersonale e sociale, di questa vitalità storica, il criterio della validità oggettiva di date idee, di una data ideologia e di dati atteggiamenti: la vitalità fattuale, che diviene sinonimo di Verità, di valore, di validità […]. Oggi il semplice fatto della realtà storico-interpersonale di un’idea basta a che ci si entusiasmi per essa e che in essa si prenda rifugio».

Conseguenza di queste “ideologie interpersonali” frutto di un’attualità momentanea, è soprattutto la drammatica e abominevole soggettivizzazione della Verità: «La destituzione della Verità è l’essenza precipua del relativismo storico […]. In ogni epoca storica si è soggiaciuti al dinamismo e alla suggestione di idee popolari; ma da ciò va ben distinta la moderna mancanza di interesse per la Verità […]. Al problema della Verità viene sostituito quello della meta attualità storico-sociologica […]. Questa destituzione della Verità implica diversi gravi errori. Anzitutto si cerca di sostituire alla nobile forza della Verità una validità sociologica della vita effimera e la modernità storica di un’idea. Non si comprendono più l’eterna, immutabile maestà della Verità e la sua forza d’attrazione. Non ci si rende conto che, in confronto con la vita interna della Verità, la mera realtà sociologica di un’idea e qualcosa di effimero, essa è destinata a venire soppiantata prima o poi da quella di altre idee, di altre correnti, di altri atteggiamenti […]. Col sostituire alla Verità una verità sociologica si imprigiona l’uomo e la storia in un desolato immanentismo. Per contro, l’incarnazione nell’uomo e nella storia della Verità trascendente significa una vittoria della trascendenza su ciò che è puramente immanente».

Ancora, conseguenza della destituzione della Verità è la perdita del “senso del reale” nell’uomo: «Il vero realismo implica anzitutto la presa di coscienza della situazione metafisica dell’uomo e una ricerca piena di meraviglia intorno alle supreme realtà che costituiscono il fondamento dell’universo spirituale della sua vita. Il vero realismo consiste proprio nella capacità di non lasciarsi sopraffare dalle cose puramente pragmatiche e necessarie della vita; il vero realista porta lo sguardo sulle realtà supreme e immutabili: la Verità, il bene, la libertà, l’anima, la felicità, l’amore […]. L’essenziale trascendenza dell’uomo sta nella duplice adesione – sia dell’intelletto che del volere – alla realtà oggettiva, nella sua conoscenza della verità e nel libero atto con cui obbedisce all’appello di valori aventi una rilevanza etica – in ultima analisi, all’appello di Dio […]. Senza la verità, la libertà e perfino assurda».

La detronizzazione della Verità implica dunque, continua von Hildebrand, la conseguente ed antiteca esaltazione della “vitalità”: è in essa che andrebbe ricercata la radice del relativismo storico, fautrice di tutti gli orrori contemporanei; scrive von Hildebrand: «Si pretenderebbe che non ci si debba più domandare, di fronte ad un’idea o teoria “è vera?”, bensì “è viva?”, “corrisponde allo spirito dei tempi?” […]. Per ogni Verità metafisica e religiosa ogni pluralismo è un male: esso non è affatto segno di vita come nel caso della cultura, ma è una conseguenza della fragilità umana e  dell’insufficienza dell’uomo […]. Quanto più in alto sta ciò a cui una proposizione vera si riferisce, tanto meglio si può cogliere il valore luminoso della Verità»; a ciò si aggiunge anche quello che von Hildebrand definisce il «feticismo della scienza», ovvero ciò che rende la scienza nemica dell’uomo, cioè la sua non-conformità alla Verità e il suo incauto arbitrio su ciò che giusto e sbagliato: «L’eliminazione del bene e del male a favore di un atteggiamento “scientificamente” neutro è il cancro dei nostri tempi; in tal guisa si dissolve e distrugge il fondamento di una vita piena, la sorgente di ogni vera felicità, ogni creazione spirituale dell’era cristiana».

Alla luce di quanto detto sino ad ora, von Hildebrand inserisce tra gli “uomini moderni”, negatori della Verità e amanti dello “stare al passo coi tempi”, i cosiddetti “cattolici progressisti”: «Entusiasti dell’epoca attuale, ciechi di fronte ai pericoli che le sono caratteristici, intossicati da tutto quanto è moderno, molti cattolici non si chiedono più se qualcosa sia vero, buono e bello, se abbia un valore intrinseco: si chiedono piuttosto se è conforme ai tempi, se è al passo con la storia, se è adeguato all’“uomo moderno” e all’eta della tecnica, de è eccitante, interessante, dinamico, audace e progressistico […]. Il secolarismo difeso dai cattolici progressisti è in antitesi con la vivificazione della fede […]. Il progressista ama qualcosa solo perché è nuova; l’abituale appare noioso, avendolo reso indifferente al suo contenuto e al valore. Si desidera il cambiamento, si gode di qualcosa tanto più quanto essa pare nuova. Il progressista si inebria di un presunto dinamismo, si sente l’esponente del ritmo della storia, come chi da tale ritmo è trasportato e ad esso partecipa; presume di rappresentare la vita contro ciò che è invecchiato e polveroso; invece di chiedersi se una cosa è “vera” si chiede se è “viva”,conforme ai tempi, che si muove in direzione della storia. Ciò provoca illusioni pericolose».

Quale sia dunque, per von Hildebrand, il compito della Chiesa di oggi, lo si deduce da queste affermazioni: «Cristo non può non essere uno scandalo per ogni epoca della storia, data l’antitesi fondamentale esistente fra lo spirito di Cristo e lo spirito di questo mondo […]. Esprimere la verità proprio in tali momenti, proteggere gli uomini da un errore contagioso e pericoloso e con questa testimonianza portare la luce di Cristo a molti uomini fuori la Chiesa, questo è un aspetto drammatico del kairòs».

Von Hildebrand aveva di certo intuito il dramma della storia contemporanea: la Chiesa deve dunque oggi, come in altri difficili tempi del passato, difendere e affermare con forza Cristo che è Verità; è questo il compito di ogni cristiano: «cavalcare per la causa della Verità» (Sal 45, 5) e, per amore di Essa, affrontare con fede e fermezza le avversità («Pro Veritate, adversa diliere», Gregorio Magno, Regula pasturalis).