L’opposizione dottrinale tra Cristianesimo e Giudaismo in uno scritto di Mons. Luigi Carli.

Monsignor Luigi Carli nacque a Comacchio in provincia di Ferrara nel 1914. Fu ordinato sacerdote nel 1937, fu eletto Vescovo di Segni nel 1957; rimase a Segni sino al 1973 quando fu nominato Arcivescovo di Gaeta dove morì il 14 aprile 1984. Padre Conciliare del Coetus Internationalis Patrum si schierò contro la collegialità episcopale e gli altri documenti contrari alla dottrina romana e contenenti ambiguità. Tratto varie volte durante e dopo il Concilio al problematica questione ebraica e di questa trattazione vogliamo dare, con la citazione seguente, un piccolo ma esaustivo saggio.

Gesù, Maria, gli Apostoli, i primi predicatori del Vangelo, il nucleo della Chiesa furono certissimamente delle persone di stirpe giudaica. Sotto questo aspetto noi cristiani dobbiamo proclamare in eterno, con sensi di inesauribile gratitudine: “Salus ex Iudaeis est” (Io. 4, 22). Ma per i discendenti increduli del popolo della Promessa chi sono Gesù, Maria, gli Apostoli e tutti i giudeo-cristiani? Non certo la più vera e più grande gloria d’Israele, ma piuttosto la vergogna nazionale numero uno. Non la salvezza del modo, la loro opera, bensì la più grande apostasia della religione mosaica. La loro dottrina non è il coronamento e la perfezione della Torah, ma una sua blasfema corruttela. Il nostro monoteismo trinitario per loro non è che politeismo. Ciò che per noi è “spirito che vivifica”, per loro è “lettera che uccide” (2Cor. 3, 6), e viceversa. La discendenza carnale da Abramo per loro è tutto; per noi l’unica cosa che vale è la discendenza spirituale dalla fede di Abramo in Gesù Cristo: “qui ex fide sunt, ii sunt filli Abrahae” (Gal. 3, 7). E anche le Scritture dell’Antico Testamento – a parte il fatto che essi espungono dal canone i libri redatti in greco –  solo materialmente sono patrimonio comune, giacché noi le leggiamo in tutt’altra chiave che loro. I Giudei attuali, infatti, le leggono in chiave di un messianismo ancora futuro, tutto terreno e nazionalistico. Quando non ne neghino addirittura la personalità individuale, essi attendono ancora il Messia e lo attendono semplicemente uomo, che porti alla sua stirpe una redenzione di tipo temporale e politico. Per noi cristiani invece, tutto il Vecchio Testamento è orientato verso il Messia e la sua opera; ma il Messia è già venuto, Figlio di Dio insieme e Figlio dell’Uomo.

(da Palestra del Clero, n. 6 marzo 1966, cit. in sì sì no no, a. XXIV, n. 14 (agosto 1998), p. 5. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)

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