di Miguel

Cari Amici di Radio Spada,

rieccomi. Torno velocemente per parlarvi dell’ultima lettera di Ratzinger datata 22 ottobre 2019 ma resa nota al grande pubblico solo qualche giorno fa (il commento su VaticanNews risulta essere del 29 novembre e su Agensir del 28 novembre).

Perché ve ne parlo? Perché è una bomba.

Ma prima qualche premessa:

  1. Per capire bene quello che scriverò bisogna prima comprendere, almeno a grandi linee, il ratzingerismo. Un mio articoletto (che avete omaggiato con visite a quattro zeri) tenta di riassumerne alcuni dati di fondo: Lettera aperta a Joseph Ratzinger, per il bene di tutti. Se potete, leggetelo (non per l’autore!) ma perché elenca una serie di dati di fatto senza i quali non si può cogliere il senso di ciò che affronteremo.
  2. Affresco di storia recente: 5 ottobre 2019, sabato, vigilia dell’apertura del Sinodo amazzonico, siamo in uno dei momenti di alta polemica contro questo evento. I neocardinali bergogliani ricevono la berretta. Tra i nomi c’è quello dell’ultraprogressista Zuppi (che ha fatto prefazioni librarie tanto a Caffarra quanto a James Martin), c’è pure Hollerich, che decide di festeggiare la porpora con Luca Casarini, sì quel Luca Casarini, per non parlare di Czerny con i migranti nel neostemma cardinalizio o di José Tolentino Mendonça, neoporporato che tiene conferenze di fianco alla teologa queer Forcades. Insomma il clima è questo. E che fa Ratzinger? Decide di fare una delle sue tante uscite da “Papa Emerito”: incontra e omaggia i cardinali bergogliani. Si ribadisca: tutto alle soglie del Sinodo di Pachamama, con polemiche già alle stelle. Per ripercorrere qeui giorni si possono rivedere gli articoli: (a. Sinodo, scacco matto di Ratzinger. E l’opposizione conservatrice finisce all’angolo; b. [Video] Ratzinger, alla vigilia del Sinodo, omaggia Francesco e i neocardinali ultraprogressisti)
  3. Il 22 ottobre, con il Sinodo che volge alla conclusione, Ratzinger firma questa lettera per i 50 anni della Commissione Teologica Internazionale. Lettera che, come abbiamo detto, avrà vasta eco pubblica solo un mese dopo (fine novembre 2019).

Bene, entriamo nel merito della lettera.

  1. La parola “Sinodo” è ripetuta 9 volte senza alcun riferimento al cataclisma ecclesial-dottrinale che sta avvenendo a pochi metri dall’appartamento di Ratzinger. Il Sinodo di Pachamama non è citato in alcun modo: nessuna condanna, nessuna dissociazione. Zero totale. Acqua fresca. Se qualche illuso avesse deciso di porre mezza speranza in questo testo, per una vaga parolina a cui attaccarsi col fine di opporre qualcosa a Bergoglio, sarà rimasto deluso. Si noti: nemmeno Francesco è nominato. Ovvero: l’attuale artefice primario dell’autodissoluzione cattolica non viene messo in causa in alcun modo. Il silenzio dice più di molte parole. E se non è una bomba questa…
  2. Ratzinger conferma ciò che alcuni ignorano, molti sanno e altrettanti fingono di non sapere. Ovvero il suo essere inseparabile dal Concilio Vaticano II. Il “Papa Emerito” ribadisce qualcosa di ovvio (ma che per diversi è una sorpresa). Testualmente: Il Sinodo dei Vescovi come stabile istituzione nella vita della Chiesa e la Commissione Teologica Internazionale sono state donate ambedue alla Chiesa da Papa Paolo VI per fissare e continuare le esperienze del Concilio Vaticano II.
  3. Ma si spinge più in là. Facendo una carrellata storica parla (testualmente) di grandi figure del Concilio. E chi cita il “Papa Emerito”? Ne riportiamo solo due, notissime (non che le altre siano necessariamente da meno): Yves Congar e Karl Rahner. Al netto di successivi assestamenti nel pensiero, Congar prima del Concilio era stato punito a più riprese dal Sant’Uffizio – definito nei suoi diari come un sistema poliziesco simile alla Gestapo. Sempre in alcuni suoi scritti privati, resi noti solo nel 2001, arrivò a scrivere in relazione a quell’epoca: sono stritolato, distrutto, fottuto, scomunicato da tutto. Non solo: il domenicano fautore dell’ecumenismo conciliare, si spinse, a urinare a più riprese sulla porta del Sant’Uffizio in sfregio a questa istituzione. Per i suoi “meriti” sarà creato cardinale dal Giovanni Paolo II nel 1994 e celebrato nel 1995, anno della sua morte, da un numero speciale della rivista “conservatrice” Communio di cui Joseph Ratzinger fu fondatore e riferimento indiscutibile. Rahner? Relativista radicale. Ormai è largamente noto il suo essere uno dei principali devastatori della teologia cattolica. Del resto, lo ricordiamo da giovane mentre sorseggiava birra in giacca e cravatta con l’amico Ratzinger. Nella lettera per i 50 anni della C.I.T., dopo averlo definito una “grande figura del Concilio” ci si limita, diverse righe dopo, ad aggiungere: La questione se la Chiesa cattolica avesse dovuto aderire al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, come un membro normale a tutti gli effetti, divenne un punto decisivo sulla direzione che la Chiesa avrebbe dovuto imboccare all’indomani del Concilio. Dopo uno scontro drammatico, sulla questione si decise alla fine negativamente, cosa che indusse Feiner e Rahner ad abbandonare la Commissione.
  4. Non è tutto. Ratzinger va oltre e scrive: facevano parte della Commissione teologi importanti che curiosamente al Concilio non avevano trovato posto. E chi cita? Tra essi, a parte Hans Urs von Balthasar, va annoverato soprattutto Louis Bouyer. Bouyer è poco noto al grande pubblico, cosa che non si può dire di von Balthasar e della sua fetida teologia (di cui ci siamo già occupati qui, qui e qui) .
  5. Quasi come se niente fosse si cita un altro personaggio, protegonista di un progressismo tanto colorito quanto disastroso: il card. Lehmann.
  6. Andando avanti si legge, grassettature mie: Vorrei infine mettere in rilievo ancora un aspetto del lavoro della Commissione. In essa si è potuta sentire sempre più e sempre più forte anche la voce delle giovani Chiese riguardo alla seguente questione: fino a che punto esse sono vincolate alla tradizione occidentale e fino a che punto le altre culture possono determinare una nuova cultura teologica? Furono soprattutto i teologi provenienti dall’Africa, da un lato, e dall’India, dall’altro, a sollevare la questione, senza che sino a quel momento essa fosse stata propriamente tematizzata. E ugualmente, non è stato tematizzato sinora il dialogo con le altre grandi religioni del mondo. A questo punto segue un rimando in nota che vale la pena di riportare: Vorrei qui accennare ancora a un curioso caso particolare. Un gesuita giapponese, padre Shun’ichi Takayanagi, aveva talmente familiarizzato con il pensiero del teologo luterano tedesco Gerhard Ebeling da argomentare completamente sulla base del suo pensiero e del suo linguaggio. Ma nessuno nella Commissione Teologica conosceva Ebeling così bene da permettere che si potesse sviluppare un dialogo fruttuoso, cosicché l’erudito gesuita giapponese abbandonò la Commissione perché il suo linguaggio e il suo pensiero in essa non riuscivano a trovare posto.
  7. La lettera si conclude con una vaghezza che lascia attoniti: Per quel che riguarda me personalmente, il lavoro nella Commissione Teologica Internazionale mi ha donato la gioia dell’incontro con altre lingue e forme di pensiero. Soprattutto, però, esso è stato per me continua occasione di umiltà, che vede i limiti di ciò che ci è proprio e apre così la strada alla Verità più grande. Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore, dal quale ultimamente tutto dipende.

Ulteriori commenti potrebbero essere superflui.

Hasta luego,

P.S.: Ratzinger firma la lettera come Benedetto XVI, Papa Emerito (grassettatura mia). Con buona pace di chi perde i giorni e le notti a chiedersi se sia in carica o no.