[MEDITAZIONI ALFONSIANE] Di Gesù che dorme.

dalle “Meditazioni per l’ottava di Natale e per gli altri giorni sino all’Epifania” di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Troppo scarsi e penosi erano i sonni di Gesù bambino. Una mangiatoia era la culla, di paglia era il letto, di paglia il guanciale; onde spesso era interrotto il sonno di Gesù dalla durezza di quel troppo duro e tormentoso letticciuolo, e dal rigore del freddo che v’era in quella grotta. Da quando in quando non però, vinta la natura dal bisogno, tra quelle pene il caro Bambino si addormentava. Ma i sonni di Gesù molto differivano da quelli degli altri fanciulli: i sonni degli altri fanciulli sono utili in quanto alla conservazione della vita, ma non in quanto alle operazioni dell’anima, perché l’anima sopita da’ sensi allora non opera. Non furono così i sonni di Gesù Cristo: Ego dormio, et cor meum vigilat (Cant. V, 2) [1]. Riposava il corpo, ma vegliava l’anima; mentre in Gesù vi era unita la persona del Verbo che non potea dormire ed esser sopita da’ sensi. – Dormiva dunque il santo Bambino, ma mentre dormiva pensava a tutte le pene che doveva patire per amor nostro in tutta la sua vita e nella sua morte. Pensava a’ travagli che doveva patire in Egitto ed in Nazareth, in una vita si povera e disprezzata. Pensava poi particolarmente ai flagelli, alle spine, alle ignominie, alle agonie ed a quella morte desolata che in fine doveva patir sulla croce; e tutto mentre dormiva Gesù offriva all’Eterno Padre per impetrare a noi il perdono e la salute. Sicché il nostro Salvatore anche dormendo stava meritando per noi e placando il suo Padre, e ci otteneva le grazie.- Preghiamolo ora che per lo merito de’ suoi beati sonni ci liberi dal sonno mortifero de’ peccatori i quali dormono miseramente nella morte del peccato, scordati di Dio e del suo amore; e che all’incontro ci doni il felice sonno della sacra Sposa di cui egli diceva: Ne suscitetis neque evigilare faciatis dilectam, quoadusque ipsa velit (Cant. II, 7) [2]. Questo è quel sonno che Dio dà all’anime sue dilette, il quale non è altro, come dice S. Basilio, nisi summa rerum omnium oblivio [3] ed è quando l’anima si dimentica di tutte le cose terrene, per attendere solo a Dio ed agli affari di sua gloria.

Affetti e preghiere.
Caro e santo mio Bambino, voi dormite e questi vostri sonni oh quanto m’innamorano! Per gli altri il sonno è figura di morte, ma in voi è segno d’eterna vita; giacché, mentre riposate, voi state meritando a me l’eterna salute. Voi dormite, ma il vostro cuore non dorme, pensa a patire e morire per me. Dormendo, voi per me pregate, e mi state impetrando da Dio il riposo eterno del paradiso. Ma prima che voi mi portiate, come spero, a riposare con voi nel cielo, voglio che abbiate a riposar per sempre nell’anima mia.
Un tempo, o mio Dio, io vi ho discacciato da me; ma voi col tanto battere alla porta del mio cuore, or con timori, ora con lumi, ora con voci d’amore, spero che già vi siete entrato. Così spero, dico, perché provo una gran confidenza d’essere stato già da voi perdonato: provo un grande abbominio e pentimento delle offese che vi ho fatte: pentimento che mi dà un gran dolore, ma dolore di pace, dolore che mi consola e mi fa sperare sicuramente il perdono dalla vostra bontà. Vi ringrazio, Gesù mio, e vi prego a non partirvi più dall’anima mia. Già so che non vi partirete s’io non vi discaccio; ma quest’è la grazia che vi cerco – e vi prego a darmi l’aiuto di sempre cercarvela -, non permettete ch’io abbia a discacciarvi più da me. Fate ch’io mi scordi di tutto per pensare a voi che sempre avete pensato a me ed al mio bene. Fate ch’io v’ami sempre in questa vita, finché l’anima mia spirando unita con voi nelle vostre braccia, in voi riposi in eterno senza timore di perdervi più.
O Maria, assistetemi in vita ed assistetemi in morte, acciocché Gesù sempre riposi in me ed io riposi sempre in Gesù.


[1] “Io dormo, e veglia il mio cuore”.
[2] “Non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finché essa non lo voglia”.
[3] “Non enim oportet, si nosmetipsos abnegemus, et crucem Christi tollamus, sic ipsum sequi. Abnegare autem semetipsum est praeteritorum prorsus oblivisci, atque a voluntatibus suis secedere” S. BASILIUS MAGNUS, Regulae fusius tractatae, Interrogatio, 6, n. 1. MG 31-926.

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