[ROSSO PORPORA] Alfonso Petrucci, un cardinale congiurato alla corte di Leone X

di Giuliano Zoroddu

Il 1° dicembre del 1521 lasciava la scena di questo mondo per presentarsi al tribunale di Gesù Cristo Leone X, al secolo Giovanni di Lorenzo de’ Medici. E proprio in questo giorno – in seguito si scoprirà perché – andiamo ad inaugurare una nuova rubrica radiospadista dedicata alla storia ecclesiastica: Rosso Porpora, che vuole essere una sorta di appendice della fortunata serie delle Glorie del Cardinalato. Volendo in questa nuova rubrica raccogliere quelle figure del Sacro Collegio che non hanno dato (ciascuno a suo modo e secondo i propri carismi) particolare lustro o giovamento alla Chiesa o che anzi in taluni casi le sono state di nocumento (certo distinguendole in maniera netta dalle “vergogne del cardinalato” o “glorie dell’anticardinalato“, come abbiamo varie volte chiamato gli esponenti “porporati” della rivoluzione conciliare sulla pagina Facebook) iniziamo con il Cardinal Petrucci, nei piani del quale la vita del suddetto Papa Leone sarebbe dovuta finire già nel 1517.
Alfonso Petrucci, nato a Siena nel 1491, dal nobile Pandolfo e da Aurelia Borghesi, in quanto secondogenito fu destinato al chiostro. Gli interessi e i legami politico-economici di una delle più aristocratiche e potenti famiglie senesi fecero in modo che Alfonso fosse presto elevato alla mitria – Vescovo di Soana nel 1510, di Massa nel 1511 – e beneficato di svariate commende. Infine, in base all’accordo fra Giulio II allora regnante e suo padre per la restituzione di Montepulciano ai Fiorentini in funzione antifrancese, fu creato Cardinale Prete di San Teodoro nel concistoro del 10 marzo 1511. Sublimato ai vertici della gerarchia sacra pensò soprattutto a rimanerci.
Proprio nella speranza di esserne ricompensato con ulteriori cariche sempre più prestigiose e apportatrici di sempre più ingenti rendite, fu appassionato sostenitore della candidatura al Papato del Cardinale Giovanni de’ Medici nel Conclave del 1513. Ma una volta redimito dalla Tiara il candidato dei “giovani” non riuscì a soddisfare appieno i desiderata dei suoi elettori, i quali non di rado vennero drasticamente disattesi.
Questo capità al Petrucci che si vide distrutto la potenza e la ricchezza familiare nella sua stessa patria. Difatti, nell’ottica di una politica papale accentratrice e con volontà egemonica il papa favorì, nel 1516, la presa di potere in Siena di Raffaele Petrucci, vescovo di Grosseto, prefetto di Castel Sant’Angelo e poi Cardinale, ai danni del cugino Borghese, fratello del Cardinale Alfonso, allora al potere, e di tutta la famiglia di Pandolfo che fu bandita e privata dei beni.
Alfonso “ardendo di odio, e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri giovenili di offenderlo egli proprio violentemente con l’armi [durante una battuta di caccia, come informa il Giovio, ndr]; ma ritenendolo il pericolo e la difficoltà della cosa più che lo esempio o lo scandolo comune in tutta la cristianità, se uno cardinale avesse di sua mano ammazzato uno pontefice, aveva voltato tutti i pensieri suoi a torgli la vita col veleno, per mezzo di Batista da Vercelli, famoso chirurgico” [1].
Se l’ardore giovanile già non fosse stato sufficiente a render la faccenda abbastanza esplosiva, si infittirono attorno ad esso i fili della politica italiana scossa al tempo dalle guerre d’Urbino. Alfonso infatti, che già poteva contare sull’appoggio dei Colonna – andato via da Roma dimorava a Genazzano, loro feudo – e degli Spagnoli, intavolò trattative anche con Francesco Maria della Rovere, lo spodestato e scomunicato duca d’Urbino.
La pericolosità di simili trattative spinsero Leone X a richiamare a Roma il Cardinale che, presentatosi in concistoro nel febbraio del 1517, non rimase in città che un mese: a marzo faceva ritorno nella sicura Genazzano.
La precipitosa partenza, unita al fatto che il Nostro non riusciva a contenere le sue lamentele contro l’ingrato Medici, acuì i sospetti che presero consistenza quando furono scoperte certe lettere cifrate tra il Petrucci ed il suo maestro di camera Marco Antonio Nini aventi per oggetto costante la venuta a Roma del summenzionato medico Batista da Vercelli.
Da questi incartamenti partì una indagine che portò all’arresto, nell’aprile, del Nini e di altri collaboratori del Cardinal Senese, sebbene nulla si facesse trapelare di quello che il Nini aveva rivelato, ossia la congiura.
Infatti contemporaneamente si trattava per attirare il Petrucci a Roma: gli fu promesso il ritorno di suo fratello al potere a Siena e la restituzione dei beni confiscati. Così munito di salvacondotto fece il suo ingresso a Roma il 18 maggio. Ma il giorno dopo, appena entrato nelle stanze del papa fu arrestato, assieme all’amico Cardinal Bandinello Sauli. Entrambi furono rinchiuso nel più oscuro carcere di Castel Sant’Angelo, il cosiddetto “Marocco”.
Subito ne furono informati i Cardinali in concistoro e brevi furono spediti ai principi per comunicar loro l’arresto del Petrucci e del Sauli, rei di cospirazione. L’ambasciatore spagnolo, garante del salvacondotto, levò alta protesta ma poiché Leone X ribatté “neanche il più ampio salvacondotto può difendere un avvelenatore, che abbia attentato alla vita del suo sovrano, eccetto il caso che questo secondo delitto sia espressamente nominato” dovette cedere poiché nel documento si menzionavano solo i legami col Della Rovere [2].
Una prima indagine conclusasi il 29 maggio, durante la quale erano stati messi agli arresti e sottoposti ad aspro interrogatorio anche vari altri famigli del Petrucci, accertò la realtà della congiura – che esistesse contro i lui una reale trama Leone X lo credeva veramente e non uscì dal suo palazzo che il 28 giungo per celebrare fra folta schiera di armati i vespri dei Santi Pietro e Paolo – d in aggiunta i nomi di eminenti congiurati. Il primo di questi: il Cardinal Riario (prescelto per occupare il posto di Leone X una volta che il veleno avesse sortito la Sede Vacante), arrestato e tratto in castello il 4 giugno, e i Cardinali Adriano Castellesi e Francesco Soderini la cui complicità col Petrucci fu denunziata in Concistoro dal Pontefice l’8 giungo. I due, dopo un iniziale negazione di colpa, intimoriti minacciato rigore delle leggi, confessarono il delitto e furono condannati al versamento di 12.500 ducati. Il 20 giugno lasciarono l’Urbe per mettersi al riparo da ulteriori guai.
La sorte dei tre incarcerati – come si vedrà solo di uno invero – era segnata: “Alla domanda dell’ambasciatore inglese se perdonerebbe a tutti il papa rispose: “Noi abbiamo fatto grazia ai cardinali ancora sotto accusa, ma coi carcerati in Castello si procederà secondo le leggi penali” [3].
Il 22 giungo Petrucci, Sauli e Riario furono deposti dal Cardinalato, degradati ed abbandonati al braccio secolare.
Il 4 luglio 1517 il venticinquenne Petrucci, segnato irrimediabilmente come fellone e traditore della più alta delle autorità, veniva strangolato in Castel Sant’Angelo, forse proprio come dice il Giovio per aver essersi fatto troppo entusiasmare dall’antipatia degli altri – soprattutto l’antimediceo Riario, presente durante la strage della Congiura dei Pazzi del 1478, e il Soderini, cacciato col fratello Pietro da Firenze quando i Medici ripresero il potere nel 1512- contro Leone X [4].
La sentenza degli altri due non fu eseguita subito: vi si interposero una mole ingentissima di richieste di grazia, soprattutto per l’influentissimo Riario. Alla fine nessuno dei due seguì il Senese sul patibolo. Riario, impegnandosi a versare una cospicua ammenda, fu liberato e riammesso nel Sacro Collegio senza però diritto di parola in concistoro. Presentatosi al Papa, davanti ai suoi colleghi riuniti, riconobbe la colpa e la giustezza della deposizione quindi fu perdonato. Il Sauli pure fu liberato con l’obbligo di pagare cospicua ammenda ma non gli fu più permesso di rivestirsi della porpora. Anche Soderini e Castellesi furono reintegrati.

[1] F. GUICCIARDINI, Storia d’Italia, XIII, 3. P. GIOVIO, Vita di Leone X, I, 4.
[2] F. GUICCIARDINI, Ibidem. L. VON PASTOR, Storia dei Papi, IV, 1, Roma, 1926, p. 112.
[3] L. VON PASTOR, op. cit., p. 115.
[4] P. GIOVIO, op. cit., I, 4.

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