San Francesco Saverio, un gesuita contro i Bramini

a cura di Giuliano Zoroddu

Come si sa San Francesco Saverio fu instancabile missionario: egli stesso nelle sue lettere ci descrive l’imponente attività apostolica per l’ampliamento del regno di Cristo nell’Oriente pagano. In un di queste (I, 5) il Santo, dopo aver descritto ai Padri della Compagnia a Roma una sua giornata tipo: l’adunata dei neofiti, dei catecumeni e dei pagani locali, la loro istruzione nelle verità della fede, l’insegnamento del Pater, dell’Ave e del Simbolo Apostolico, e l’eventuale battesimo; e francamente lamentata la carenza di missionari per cui “gran numero d’anime escluso … dal Paradiso, precipita nell’Inferno”, si scaglia (con parole che susciterebbero il più vivo orrore nei gesuiti degeneri di oggi, tutti intrisi di ecumenismo e sincretismo) contro la casta sacerdotale dei Bramini (o Bramani) che non solo impedisce al popolo di conoscere la salvifica Verità del Vangelo di Cristo, ma anche lo opprime con la richiesta di ingenti offerte votive agli Idoli.

Anonimo, San Francisco Javier bautizando indios, 1770 ca, Museo del Prado

«In questi paesi si trova una certa genia di Gentili, detti volgarmente Bramani. Questi a spada tratta difendo il culto e la superstizione degli Idoli. Officiano i loro templi, ne custodiscono i simulacri. Gente non si dà più perversa e più scellerata di questa! Io soglio adattarle quel versetto del Salmo: De gente non sancra, ab homine iniquo, et doloso eripe me. Gentaglia nata per ingannare: perciò tutto il suo mestiere è di tirar nelle loro reti la plebe semplice ed ignorante. Spacciano che gli dei comandano che si portino in offerta ai loro tempi queste o quell’altre cose, cioè quelle che questi volponi vogliono per loro, o per alimentar le loro mogli, figliolanza e famiglia. E perciò – sentite che ribalderia! – danno ad intendere ai semplici, che le figure degl’idoli pranzino e cenino come gli altri. Né mancano dei sempliciotti, i quali due volte il giorno, cioè innanzi desinare e cena, vanno a offrire una certa somma di danaro all’idolo venerato. Gli stessi furbi Bramani danno ciò a credere al volgo suonando a mezzodì certi tamburacci, dicendo che all’ora i signori dei stanno a tavola. Prima che manchino le cose che fan per loro, ne fanno provvista con quest’astuzia. Dicono al popolo che gli dei sono in collera perché s’è mancato di mandar loro quello che hanno domandato. E per questo, se non provvederanno ai loro bisogni, ne faranno la penitenza di stragi, di pestilenze e di diavoli scatenati. Così per paura degli dei le persone credule assecondano il voler dei Bramani, i quali sono, pelle pelle infarinati di qualche sapere, ma compensano a mille doppi con l’astuzia e colla malizia il difetto della scienza. I Bramani di questo paese hanno grandemente per male che si scoprano le loro baratterie. Quando trattano con me da solo a solo, mi dicono di non aver altro patrimonio che le figure di quegl’idoli; queste, e le loro bugie esser la mercanzia che spacciano al popolo per guadagnarsi la lor pasciona. Gli stessi confessano, che io solo, che sono tantino, avanzo tutti loro in sapere. Qualche volta mi mandano a salutare e a donare ancora qualche cosa; e si dolgono che io rimandi indietro i loro presenti. Vorrebbero i maliziosi in questo modo alloppiarmi, acciocché io chiuda gli occhi sulle loro ribalderie. Mi dicono ancora che hanno quasi per evidente che ci sia un Dio solo: questo pregheranno essi per me. E io, per ringraziarli, rispondo quello che mi par di dover dire a gente che mi fa tante moine. Ma io intanto faccio il possibile per svergognarli palesando alla genterella che vive così tanto attaccata a quelle superstizioni, gl’inganni e le furfanterie dei Bramani e le cose ridicole che fanno. Quindi moltissimi, ripudiata l’idolatria, si son fatti Cristiani».

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