di Luca Fumagalli

«Perché sono vivo? La mia vita è abbastanza inutile per tutti, incluso me stesso. […] Ma voglio vivere per l’amore e la bellezza»

(dal diario di Richard Rumbold, 25 novembre 1945)

Nell’Inghilterra del Novecento, all’interno di quel vasto processo che va sotto l’etichetta di secolarizzazione, non sono rari gli scrittori che, nati e cresciuti cattolici, si sono in seguito allontanati dalla Fede, continuando tuttavia a rimanere legati ad essa in un conflittuale rapporto di attrazione e repulsione. L’esempio più famoso, in tal senso, è forse quello di Anthony Burgess, autore ricordato oggi soprattutto per il romanzo Arancia meccanica, portato con successo sul grande schermo da Stanley Kubrick. In quasi tutte le opere di Burgess – per quanto provocatorie e sovente sboccate – la religione è presente in sottotraccia, costituendo l’unica speranza, ancorché difficilmente accettabile, per riscattare una vita fondamentalmente meschina e priva di senso.

Analogo è il caso di Richard Rumbold (1913-1961), romanziere in verità poco produttivo e di scarso successo, che con il cattolicesimo nel quale era cresciuto ingaggiò un duello, aspro ma sincero, fino all’ultimo dei suoi giorni.

Rampollo di una famiglia della upper class britannica – condizione che gli permise di condurre un’esistenza agiata e di viaggiare in lungo e in largo – Rumbold crebbe all’ombra di un padre severo, un ex ufficiale egocentrico e dai modi brutali. Nella sua autobiografia, pubblicata con lo pseudonimo di Richard Lumford e intitolata significativamente My Father’s Son (1949), è descritto dettagliatamente questo complicato rapporto. Per quanto non tutti i passaggi del libro siano attendibili, in esso il Capitano Rumbold assume i contorni di un incubo incalzante, pronto a forgiare il carattere del fragile figlio a suon di rimproveri e vergate: i suoi comportamenti ebbero certamente un effetto negativo sulle già precarie condizioni fisiche e psicologiche del ragazzo, minato dalla tubercolosi e tendente alla paranoia (Richard, da adulto, divenne un sostenitore dell’eugenetica, certo che i suoi limiti caratteriali fossero un’eredità di famiglia). 

Se fino a quel momento la Fede cattolica gli era stata di qualche consolazione, la frattura definitiva con la Chiesa di Roma si consumò per lui durante gli anni dell’università, a Oxford, con la pubblicazione del suo primo e unico romanzo, Little Victims (1933). La trama del libro, infatti, altamente autobiografica, non poteva essere più pruriginosa: in esso si racconta la triste adolescenza dello studente protagonista, che si scopre omosessuale, una condizione resa ancora più drammatica dall’educazione cattolica ricevuta a casa e dalla paura di ereditare la malattia mentale della madre.

Little Victims fu un piccolo grande succès de scandale, ma la critica si dimostrò generalmente ostile, sia per la sfrontataggine dei contenuti che per l’eccessiva melodrammaticità della trama, giudicata di scarso valore (uniche voci fuori dal coro furono quelle di Richard Aldington e di Ada Leverson, la “sfinge” di Oscar Wilde). Il furbo editore, R. A . Caton, proprietario della Fortune Press, incentivò le vendite insinuando che Rumbold fosse stato scomunicato in seguito alla pubblicazione del romanzo. In verità il cappellano cattolico di Oxford, il famoso mons. Ronald Knox, sotto la pressione del vescovo diocesano si era semplicemente limitato a convocare Richard per un colloquio privato di chiarimento prima di poterlo riammettere nuovamente alla comunione: il ragazzo, come prevedibile, non la prese bene, e in un turbinio di dubbi, velleitarismi e manie di complotto decise di rompere una volta per tutte con la Chiesa (il reverendo Montague Summers, amico di Rumbold, criticò aspramente Knox per la sua avventatezza).

Da quel momento in avanti i suoi giorni si tramutarono in un’angosciante ricerca di senso. Senza più il conforto della religione, con il fantasma della depressione costantemente dietro l’angolo, Richard poté contare solo sul sostegno degli amici – Hilda Young e Harold Nicolson su tutti – e sull’aiuto dello psicologo Denis Carroll, a cui si affidò per un lungo periodo. Purtroppo, però, i suoi problemi non lo abbandonarono mai del tutto; anzi, con il passare degli anni, salvo una benefica parentesi durante la Seconda guerra mondiale – quando, come pilota della RAF, scoprì l’inebriante sensazione del volo, per lui sinonimo di pace e libertà – alla difficoltà di non riuscire a coniugare la passione amorosa con un sentimento autentico si aggiunse una semi-permanente aridità creativa che stroncò quasi sul nascere le sue aspirazioni letterarie. Ecco perché, al di là di Little Victims, non pubblicò altri romanzi, accontentandosi di un’autobiografia, di un saggio su Saint-Exupéry, The Winged Life (1953), scritto a quattro mani con Margaret Stewart, e di un diario che vide la luce solo dopo la sua morte, nel 1964, intitolato A Message in Code e curato da un suo lontano cugino, William Plomer. Rumbold firmò pure la prima traduzione inglese dell’epistolario di Flaubert e scrisse diversi articoli a tema artistico o religioso, ma qualsiasi altro tentativo nel campo della letteratura si risolse ogni volta in un tragico fallimento.

La sua sete di verità e bellezza lo condusse addirittura in Sri Lanka e in Giappone dove scoprì nel buddismo zen una filosofia di vita conciliante, adatta alle sue esigenze, anche se non riuscì mai del tutto a soppiantare in lui quella rabbiosa nostalgia per il cattolicesimo che di tanto in tanto tornava a tormentarlo. Il benedettino Bede Griffiths, che Richard conobbe nel 1946 dopo una visita all’abbazia di Prinknash e con cui rimase in contatto per tutta la vita, tentò in ogni modo di ricondurre la pecorella smarrita all’ovile, ma fu tutto inutile. Anch’egli profondo conoscitore delle religioni orientali, Griffiths – che dedicò la sua autobiografia, The Golden String (Il filo d’oro), proprio a Rumbold – con questi fu sempre amorevole e paziente, divenendo col tempo quasi una sorta di padre spirituale. Il giovane scettico, da parte sua, si sforzava di trovare del bene nel cattolicesimo; percepiva come l’umanitarismo, sia liberale che comunista, fosse una risposta insoddisfacente al grande mistero dell’esistenza, tuttavia mai trovò (o ritrovò) le ragioni per ritornare sui suoi passi.

Richard morì improvvisamente a Palermo, appena quarantasettenne, in tragiche circostanze, cadendo dalla finestra della stanza d’albergo presso cui alloggiava; qualcuno avanzò persino l’ipotesi del suicidio, ma in verità la causa di tutto fu forse un cocktail di alcol e tranquillanti che gli causò un attacco di vertigini. Gli fu concesso un funerale cattolico, officiato in una chiesa di Chelsea da padre A. de Zulueta, un sacerdote con cui Rumbold si era più volte confrontato a proposito di questioni religiose. La sua odissea spirituale, tormentata e contraddittoria, era così giunta a conclusione, e non c’è da dubitare che tra quei pochi convenuti per tributargli un ultimo saluto più d’uno serbava nel cuore la segreta speranza che Richard fosse finalmente tornato alla casa del Padre, nuovamente conciliato con la Fede.