“1984”: la dittatura del pensiero unico secondo George Orwell

di Luca Fumagalli

George Orwell

Londra. Pista Uno. Oceania. Anno 1984. In una luminosa e fredda giornata d’aprile, Winston Smith, vestito con una tuta azzurra, l’uniforme del Partito, torna a casa per la pausa pranzo dopo l’ennesima mattinata trascorsa al lavoro presso il Ministero della Verità. In un quartiere sporco e degradato, tra odori di cavolo bollito e logori stoini, si ergono gli Appartamenti Vittoria, squallidi tuguri costruiti prima del 1930, destinati ai membri della cerchia esterna del Partito. All’ingresso del palazzo vi è attaccato un manifesto a colori sul quale è raffigurato un viso enorme, il volto di un uomo di mezza età con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. «Il Grande Fratello vi guarda» recita la scritta in basso. L’ascensore è inutile. Persino nei giorni migliori funziona raramente e al momento, in ossequio alla campagna sul risparmio energetico, durante le ore diurne l’erogazione della corrente viene interrotta. Aggiustarlo sarebbe comunque impossibile: le riparazioni devono infatti ricevere l’approvazione di commissioni misteriose che possono differire di un paio d’anni perfino la sostituzione del vetro di una finestra. La settimana di lavoro massacrante, che arriva a toccare le 60 ore complessive, non è compensata da alcuna soddisfazione. Nel frigorifero c’è solo un pezzo di pane nero e una bottiglia di gin dozzinale, dal sapore nauseabondo. Le sigarette – fornite dallo stato, come il cibo, in quantità razionate – sono di scarsa qualità, e ogni volta, al solo estrarle dal pacchetto, quasi tutto il tabacco cade per terra. Nel salotto il silenzio regna sovrano ad eccezione del ronzio emanato dal teleschermo che riceve e trasmette contemporaneamente. Finché si rimane nel campo visivo della placca metallica si viene sia visti che sentiti. Nascosto in un angolo, Smith estrae un quaderno comprato giorni prima da un rigattiere, un gesto motivato più che altro dalla pruriginosa curiosità di procurarsi qualcosa sottobanco (il Partito osteggia azioni del genere, definite “fare acquisti al libero mercato”). Vuole iniziare un diario, un atto di per sé non illegale, ma si può ragionevolmente presumere che, se le autorità lo scoprissero, lo punirebbero con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati. Lui, sfibrato trentanovenne con un’ulcera varicosa alla gamba destra, sta per dare inizio, con la scrittura, a una rivoluzione che muterà per sempre il corso della sua vita.

Si apre così, con una vivida descrizione del protagonista, 1984 (1949) di George Orwell. Il libro, oltre a essere uno dei capisaldi della narrativa occidentale del XX secolo, rappresenta il romanzo distopico per eccellenza, in assoluto quello più noto al grande pubblico e uno dei più cupi che siano mai stati scritti. In esso è dipinto uno scenario disperante, segnato dalle privazioni, dalla sofferenza e dalla degradazione di individui stritolati dal regime poliziesco, un mondo dominato da una dittatura feroce, molto simile allo stalinismo, ma, allo stesso tempo, anche ai fascismi novecenteschi (al lettore attento non possono sfuggire pure le inquietanti analogie con il “totalitarismo silenzioso” di certo politically correct contemporaneo).

Alla scoperta dell’esperienza personale come unica realtà vera e alla necessità dell’impegno politico, 1984 aggiunge una penetrazione inedita della coscienza borghese, venendo così a configurarsi come un viaggio doloroso e traumatico nella natura umana, un ammonimento nato dal desiderio di evidenziare i danni irreparabili che il dispotismo può causare alla persona, al punto di renderlo un fantasma senza identità. Lungi dalla mera allegoria, il capolavoro orwelliano – che l’inglese iniziò a scrivere nel 1948, anno da cui deriva il titolo, ottenuto dall’inversione delle ultime due cifre – è davvero un “classico”, nella misura in cui è in grado, come pochi altri libri, di parlare al cuore e alla mente di chi legge, di svelare l’uomo all’uomo.

Pista Prima è l’Inghilterra del secondo dopoguerra, una paese povero in cui il progresso si è fermato. Lo squallore della vita di Smith crea immediata empatia e impedisce al lettore la fuga nell’esotismo; di riflesso si introduce pure il tema della memoria, il vero leitmotiv del romanzo.

Il protagonista, nel dare il via al suo diario, si interroga continuamente sul passato, mostrando la difficoltà che comporta ogni tentativo di recuperare ciò che è stato e di inserirlo in una continuità di significato che coinvolga anche presente e futuro. La storia, che il Partito tenta di manipolare e falsificare – ingigantendo quell’intrico di narrazioni autoreferenziali che vanno a rimpiazzare la realtà – è la sola riserva di esperienza e valori alternativi: il corallo, la vecchia stanza priva di schermo sopra il negozio del rigattiere dove gli amanti si incontrano nel sogno del “Paese d’Oro”, il ricordo della madre e della sorella, la parola «Shakespeare» che affiora sulle labbra di Winston al momento del risveglio, sono i tesori che Smith custodisce gelosamente, antidoti allo squallore della modernità.

Il totalitarismo raccontato da Orwell è irrazionale a anti-edonistico, diametralmente opposto a quello descritto da Huxley ne Il mondo nuovo: nazionalismo, culto del comando, abnegazione e sacrificio sono degli assoluti che si accompagnano, senza soluzione di continuità, alle menzogne, alle forzature e alle soppressioni. L’universo esterno perde in oggettività per venire contraffatto da un potere che non si accontenta, come nel passato, di fissare per sempre i modelli di pensiero della gente, ma che stabilisce dogmi mutevoli, che cambiano di giorno in giorno.

In 1984 il pianeta è diviso in tre superstati – uno dei quali è Oceania – e tra queste superpotenze si combatte una guerra senza fine, caratterizzata da alleanze mutevoli, fuori dai territori da esse controllati. La ragione apparente del conflitto è economica: ottenere il controllo delle materie prime e, soprattutto, sfruttare la manodopera a buon mercato disponibile in abbondanza nelle aree depresse. In realtà il vero motivo di questo scontro infinito e incessante è di «consumare i prodotti della macchina senza migliorare il livello generale di vita», di mantenere in moto le ruote dell’industria senza accrescere la reale ricchezza del mondo. La generale scarsità dei beni ha come ulteriore vantaggio quello di aumentare l’importanza dei piccoli lussi e dei privilegi, accentuando così le differenze fra un gruppo e l’altro, specialmente fra i prolet – la massa indistinta del proletariato urbano – e i membri del Partito.

Non va inoltre sottovalutata la componente psicologica. I membri del Partito, a maggior ragione quelli del Partito interno, pur consci che la guerra è una farsa, devono nutrire il sentimento che sia in atto una lotta genuina per la vita e per la morte (Julia, con il suo scetticismo fatto di praticità, stupisce Smith quando gli rivela che le bombe-razzo che cadono ogni giorno su Londra sono lanciate dallo stesso governo di Oceania). Si tratta della tecnica del bipensiero, quella che consente ai membri del Partito di negare e restare ugualmente consapevoli di qualunque verità.

Ciò su cui si regge l’intera struttura del potere mondiale è il fatto che ogni superstato è praticamente la copia identica dell’altro, animato da una variante del Socing, l’ideologia socialista di Oceania. Ne consegue che le tre potenze non solo non possono vincersi l’un l’altra, ma anche che non saprebbero trarre nessun vantaggio da un’eventuale vittoria. Dal momento che questa strana “guerra fredda” serve per preservare la struttura della società, scompare ogni distinzione tra essa e la pace (lo slogan del Partito recita: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza»).

Analoga funzione svolge Goldstein, figura mitica e fantomatico capo di una resistenza clandestina, chiamata Fratellanza, nel cui libro – uno squarcio di verità nell’ipocrisia del pensiero unico dominante – si descrive accuratamente questo sistema triangolare di antagonismi reciprocamente rafforzati. Goldstein è l’opposto del Grande Fratello, è il ribelle, contro cui il Governo organizza campagne d’odio che hanno l’intento di rafforzare la fedeltà dei cittadini e permettere loro di sfogare, nelle urla e negli improperi, le frustrazioni causate da un’esistenza priva di ogni piacere, dove ogni cosa è ricondotta, con le buone o le cattive, nei rigidi confini dell’ortodossia.

La sorveglianza meticolosa dei membri del Partito è di cruciale importanza per la stabilità sociale; persino i giovani vengono incoraggiati a spiare chiunque, specialmente i loro stessi genitori (come accade allo sfortunato Parsons, denunciato dalla figlioletta che lo ha udito mormorare nel sonno «abbasso il Grande Fratello»). Per quanto sia assente una legislazione vera e propria, i reati d’opinione sono perseguiti dalla famigerata Psicopolizia, sempre affamata di dissidenti da far sparire nottetempo, e anche l’educazione – attraverso l’introduzione della neolingua, con un vocabolario ridotto all’osso, fatto di sigle, insulsi neologismi e privato delle parole “scomode” – contribuisce a troncare sul nascere ogni velleità di coscienza individuale. L’obiettivo del Governo, a lungo termine, è quello di estirpare la dimensione privata dell’esistenza per far sì che tutti i cittadini diventino poliziotti di loro stessi.

L’atteggiamento ascetico e puritano che vige in Oceania verso il sesso rientra pienamente in questo sistema coercitivo. Il rapporto passionale di Winston con Julia, quando il contatto dei corpi diviene la scintilla che appicca il fuoco dell’obiezione al sistema, è un perfetto contraltare dell’infelice matrimonio tra il protagonista e Katharine. La stessa Julia, al contrario di Smith, non crede nella rivolta organizzata dei prolet o nell’esistenza della Fratellanza: quando lui le legge ad alta voce il libro di Goldstein, lei si addormenta; e tuttavia il carattere spontaneo e istintivo le permette di vedere con chiarezza cose di fronte alle quali l’intellettualismo di Winston è cieco. Con la sua noncuranza annienta un’intera cultura, come se col solo gesto di denudarsi potesse spazzare via il Partito.

Se il Ministero della Verità si occupa di falsificare il passato, il Ministero dell’Amore è il luogo della incarcerazione e della tortura, in cui si consuma la passione finale del povero Winston. O’Brien, l’intellettuale traditore, che ha venduto se stesso al Partito, impartisce al prigioniero una durissima lezione sulla fenomenologia del potere, non con lo scopo di trasformarlo in un martire – errore dei totalitarismi del passato – ma di “guarirlo”.

Al di là dei tormenti fisici, a Smith tocca assistere impotente allo sgretolamento della propria salute mentale. La prima cosa che viene eliminata è il suo attaccamento alla realtà, la convinzione che il mondo esterno esista indipendentemente dalla coscienza soggettiva, la certezza che due più due faccia sempre, e dappertutto, quattro. La seconda fase è comprendere la vera natura del potere. Qui O’Brien dà alla sua stessa domanda una risposta divenuta famosa: «Il Partito cerca il potere esclusivamente per i suoi propri fini. […] Il potere non è un mezzo, è un fine». Il segreto di O’Brien, e la pazzia fanatica che esso racchiude, raggela il protagonista. Winston chiama a raccolta le ultime forze per sostenere la propria convinzione, cioè che una civiltà fondata sull’odio e sulla paura non potrà mai sopravvivere. Alla fine, però, è costretto a cedere: nella stanza 101, di fronte ai topi che stanno per sbranargli il volto, tradisce Julia e consegna per sempre al Partito la sua intelligenza e il suo cuore. Winston sa che adesso non si limiterà più ad obbedire al Grande Fratello, ora egli lo ama. 


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