Junior Cally a Sanremo e le meraviglie di Candido

di Piergiorgio Seveso

Ovviamente, come ogni anno in Italia, l’attenzione della politica nelle Camere e nei palazzi romani ruota attorno alle canzoni sanremesi, anche solo per vincere il colossale tedium vitae che affanna le popolazioni di lingua italiana in questi mesi invernali.

E’ sommessa opinione di chi scrive che sin quando esisterà l’Italia repubblicana, il festival di Sanremo ne sarà la sua manifestazione più sublime e consustanziale, quasi un’eterea quintessenza dell’italianità: tutta mandolini, tamburelli e cartoline.

Sanremo è il Parlamento dei padri costituenti, l’emiciclo, l’arco costituzionale della musica, lo specchio non deformante del Paese: in esso infatti si saldano in maniera quasi adesiva Paese legale e Paese reale.

Nel Sanremo degli anni Cinquanta il rassicurante demo(no)cristianismo imperante (mentre tutto intorno si decomponeva il regno di Pio XII) faceva cantare di “vecchi scarponi”, “mamme che son sempre belle anche quando invecchiano”, di “Trieste e del campanone di San Giusto che rimpiangeva la patria lontana”.

La Pizzi, Villa, Consolini, Latilla, Togliani, Flo Sandon’s e molti altri ci raccontavamo di amori sofferti, di abbandoni lagrimogeni, di donne affrante che si aggrappavano ai tendaggi del salotto. Poi venne una stagione più aerea e divertita, dissipata e urlatrice, prodromica alle sovversioni successive : Celentano e Mina, Milva e la Vanoni, Joe Sentieri, Tony Dallara e Tony Renis e molti altri ancora calcavano il palco di Sanremo.

“Libero voglio vivere come rondine che al nido non vuol tornare” cantava Modugno nel 1960, poi seguivano timidamente cantautori pensosi della scuola genovese e milanese, lo yè yè americano, “Sabato sera ti porto a ballare” di Bruno Filippini del 1964 e “Nessuno mi può giudicare” di Caterina Caselli nel 1966.

Sanremo ancora seguiva (con la consueta prudenza politica) il cambiamento radicale del paese, la “repubblica conciliare”, i giuramenti della pallacorda della rivoluzione politica e sessuale.

L’anno dello sparo di Tenco nel 1967, Gianni Pettenati cantava con lo yankee Gene Petney “La Rivoluzione” scritta imprevedibilmente dal giovane Mogol, ammiccando al fermento che stava montando nel paese.

Ci sarà la rivoluzione
nemmeno un cannone però tuonerà
Ci sarà la rivoluzione
l’amore alla fine vedrai vincerà
e basteranno pochi anni oppure poche ore
per fare un mondo migliore
un mondo dove tutti saranno perdonati
chi ha vinto e chi ha perduto
vedrai si abbraccierà

[…] È finita la rivoluzione
per sempre è finita e mai più si farà
È finita la rivoluzione
l’amore alla fine ha vinto e vincerà.

E infine la rivoluzione avvenne, magari non con i “fiori nei cannoni” come cantavano i Giganti nello stesso anno, ma avvenne.

Mentre all’esterno del salone delle feste del Casinò e poi dell’Ariston si squadernava la violenza politica degli Anni Settanta, Sanremo inseguiva a suo modo e arrancando l’attualità: se la politica rimaneva ovviamente ai margini, data il sempre più decrepito controllo del sistema partitico, era ovviamente l’amore nella sua versione più lubrica e scollacciata a farla da padrone.

“A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io” cantava Lucio Dalla in Piazza Grande del 1972, Sandro Giacobbe amava la madre della fidanzata in una canzone di Sanremo 1976, Miko un’attempata signora sempre lo stesso anno, Enzo Carella parlava di una “Barbara, diavola che scivola” nel 1979 e Peppino di Capri amoreggiava con un’autostoppista l’anno dopo.

Nel 1975 Paola Musiani (una meteora non priva di valore del panorama musicale di quegli anni) aveva cantato però sulla musica di Pino Donaggio una canzone impressionante di velleità femministe che trovavano faticosa requie nella quotidianità.

Se nasco un’altra volta
nasco uomo
e non se ne parli più
tutto facile per voi
chi ci perde siamo noi

[…]

So già che sarò
dolce dolce dolce
anche se mi fa una rabbia
che non sai
io sarò tua
appena tu
mi guarderai
e tu mi vedrai
bella bella bella
sorridente
e sempre pronta a dirti sì
anche stavolta
amore mio
sarà così.

Gli anni Ottanta saldavano in maniera irrevocabile, in un riflusso luccicante e laccato, questa rivoluzione neopagana che contemporaneamente si innestava sulla sovversione postconciliare e con lo svuotamentto della Sede petrina (che l’innocuo novizio francescano Cionfoli in concorso nel 1982 non riusciva certamente a scalfire). La diciasettenne Giorgia Florio (quasi un’antitesi per diametrum di Gigliola Cinquetti) cantava versi nel 1983 versi che avrebbero imbarazzato una donna di mondo, Rodolfo Banchelli nel 1984 cantava “O Madame O Madame, che bestia che sei” e via via elencando sino all’ineffabile “Siamo donne” di Sabrina Salerno e Joe Squillo nel 1991. Sanremo anche nell’epoca postdemocristiana seguiva i tempi, li fotografava, li “consacrava”in un orizzonte pop.

Accanto agli strani amori, persi o rubati oppure alla melodia nata ai bordi di periferia, Sanremo ammiccava all’antiberlusconismo con Enzo Jannacci e Paolo Rossi nel 1994 e con Sabina Guzzanti e la riserva indiana nel 1995.

All’amore secondo natura, anche se spesso gravato da ogni genere di cascame sensuale e da una morale sensista e godereccia, si affiancavano gli “amori diversi” di Rossana Casale e Grazia di Michele nel 1993, di Federico Salvatore nel 1996 sino a Valeria Vaglio nel 2008 e ad “Amami uomo” di Renzo Rubino (di cui scrissi già su Radio Spada nel 2013).

Anche i generi musicali seguivano le alterazioni (o se preferite le decadenze) dei tempi correnti nella città dei fiori: dall’elettronico alla New wave e al Synth Pop, dal demenziale all’Hip Pop tutto ha fatto capolino nell’impasto sanremese, compreso quindi il rap e oggi la trap. Dai tempi di Caparezza (mimetizzato a Miki Mix nel 1997) e di Eminem accolto con mille paure nel 2001 come superospite, è stato un lentissimo crescendo: passando dal famigerato Piotta nel 2004 all’innocuo Moreno nel 2015, da Frankie nrg nel 2008 ai solenni e moraleggianti Gemelli Diversi nel 2009, fino a scendere i gradini di Clementino e Rocco Hunt in tempi più recenti. Poi l’anno scorso, nel grande sdoganamento baglioniano, questo mondo (con tutte le sue pregresse violenze verbali e contenustistiche ed aberrazioni linguistiche, pensiamo a Young Signorino) è approdato in massa sul palco sanremese: l’ineffabile Ghemon, i Boombadash, Rancore (che accompagnava Daniele Silvestri) Guy Pequeno (che accompagnava Mahmood), Biondo (che affiancava Einar), l’amletico e psichedelico Achille Lauro e il più rassicurante Shade, tutto indica un’ulteriore tappa di mutazione e di alterazione della kermesse festivaliera.

Come sempre nel processo rivoluzionario, una nuova fase antitetica e “violenta” dovrebbe portare a nuovi scenari anche “musicali”: come avrebbe detto il Cochin, si tratta della meccanica della rivoluzione

In tutto questo fa quasi tenerezza il presidente della Rai che, novello Candido, si meraviglia che in questa nuova “musica” i rapporti sessuali abbiano spesso dimensione polemica, semi belluina, mercantile, dozzinale e selvaggia (e chi ascolta anche solo Fabri Fibra degli anni antichi o i recenti rapper gangsters di area milanese e romana lo sa benissimo) e pontifica contro le “discriminazioni di genere” e il “sessismo” perchè Sanremo deve essere “un momento di condivisione di valori, di sano svago e di unione nazionale, nel rispetto del mandato di servizio pubblico.”

Alla luce di quanto sovraeposto, mi permetterete di sorridere benevolmente.

La polemica è ovviamente politica perchè nel testo della canzone sanremese del giovane rapper semi-mascherato Antonio Signore (classe 1991) di scuola romana, noto con il nome d’arte di Junior Cally, pare si attacchino i “sovranisti” in un paio di barre.

Se vi sarà l’inopinata esclusione, il rapper non avrà certamente a dolersene: dati tempi in cui viviamo, avrà più visualizzazioni e download e sarà ospite di tribune e rotocalchi televisivi. E come ricorda la storia: il più noto Marco “Morgan” Castoldi dei Blue Vertigo, escluso da Sanremo 2010 per un’intervista (poi rinnegata) sul consumo abituale di droghe pesanti, ha poi partecipato regolarmente all’edizione 2016 e ora a questa edizione.

Il presidente della Rai, Marcello Foa, su cui erano appuntate le speranze (abbastanza velleitarie) di un piccola porzione del nostro mondo (noi stessi gli avevamo inviato una lettera aperta per la riforma della RAI e quindi anche di Sanremo senza troppe illusioni) pare rivelarsi modesto sensale (o funzionario) di pulsioni politiche di cortissimo raggio e prive di qualsiasi progettualità. D’altronde siamo nella terra d’Arlecchino e di Pulcinella, tutto sembra fare parte di una colossale commedia dell’arte e… in fondo perchè Sanremo è Sanremo.

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