«La Chiesa non mi vorrebbe, perciò rido di lei»: la Fede di Ronald Firbank

di Luca Fumagalli

Ronald Firbank venne accolto nella Chiesa, ventunenne, il 6 dicembre 1907, quando frequentava l’università di Cambridge. Cinque anni prima si era recato in Francia per migliorare il suo francese, e a Tours ebbe il primo, entusiastico approccio con il cattolicesimo. Una volta tornato a casa, oltre agli amati autori fin de siècle – su tutti Wilde e Huysmans – prese a leggere anche opere di carattere devozionale, in particolare l’Imitazione di Cristo.  Questi primi segni di una crescente passione religiosa trovano riscontro in alcuni racconti dell’epoca, ad esempio The Wavering Disciple, nel prologo del quale si descrive una donna intenta a leggere, guarda caso, il celeberrimo volume di Thomas à Kempis.

Tuttavia molti critici e studiosi hanno contestato la serietà dell’adesione di Firbank al cattolicesimo, basandosi soprattutto sul fatto che il giovane Ronald, quintessenza dell’istrione, fosse per indole portato a considerare ogni cosa uno scherzo: la sua conversione, secondo loro, fu dunque mossa più che altro da suggestioni estetiche, cioè dal grande fascino che la liturgia latina e le cerimonie suscitavano sull’animo dello scrittore. Del resto, sottolinea Shane Leslie, Firbank preferiva frequentare i luoghi tradizionali del cattolicesimo inglese – come Farm Street o il Brompton Oratory – piuttosto che la cappella dell’università, giudicata troppo piccola e austera. Le due chiese londinesi fanno pure la loro comparsa nei romanzi Inclinations e Caprice.

Pensare che la predilezione di Firbank per il fasto liturgico significhi necessariamente una Fede superficiale è, però, un grave errore. Secondo la testimonianza di un’amico di Ronald, raccolta da I. K. Fletcher in Ronald Firbank. A Memoir, lo scrittore, per quanto poco colpito dalla messa, era comunque interessatissimo all’aspetto mistico della religione. Ciò, difatti, fu il vero motivo della sua conversione, e Firbank rimase convintamente cattolico fino a che poté soddisfare il proprio desiderio di misticismo. Quando il suo compagno di studi, Vyvyan Holland – secondogenito di Oscar Wilde – condusse Ronald da mons. Robert Hugh Benson, al sacerdote non ci volle molto per convincere il giovane che la Chiesa cattolica era l’unica vera casa della contemplazione. 

Benson, allora trentacinquenne, era anch’egli un convertito, figlio dell’ex arcivescovo anglicano di Canterbury. Oggi ricordato più che altro per il romanzo distopico Il padrone del mondo, il monsignore era anche un appassionato di occulto – come il resto della sua famiglia – e autore di alcuni racconti gotici di fantasmi e possessioni demoniache. Firbank fu subito affascinato da lui, e ha ragione Brigid Brophy quando, in Prancing Novelist, scrive: «L’influenza di Benson su Firbank merita un’analisi più approfondita rispetto a quelle fatte dagli studiosi fino ad ora». Il monsignore accolse quindi Ronald nella Chiesa in un’atmosfera di diffuso misticismo, e il ragazzo, come gesto di ringraziamento, ricambiò con una prestigiosa copia con dedica dell’Imitazione di Cristo.

Negli anni seguenti Firbank si mosse su un terreno poco ortodosso, tra cristallomanzia e lettura dei tarocchi, dimostrando un certo entusiasmo pure per i talismani egiziani e la magia. Per un breve periodo ebbe addirittura contatti con Aleister Crowley e col mondo del satanismo (nel romanzo Vainglory Miss Massingham è autrice di un curioso libro intitolato “Sacerdotalism e Satanism”). Nondimeno si trattò di una passione passeggera, e per quanto l’eterodossia di un simile atteggiamento sia palese, non esistono testimonianze che Ronald la pensasse così; anzi, a quel che è dato sapere, continuava a professarsi un fedele discepolo di mons. Benson.

Per quanto Firbank fu sempre piuttosto riservato a proposito delle sue convinzioni dogmatiche – «La Chiesa non mi vorrebbe, perciò rido di lei» disse una volta in tono provocatorio a Lord Berners, il quale considerava l’attitudine dello scrittore nei confronti della Fede al limite dell’eretico – la religione occupa un ruolo centrale nella sua bibliografia, fornendo, come ad esempio in The Flower Beneath the Foot, Santal, Prancing Nigger, Valmouth e Concerning the Eccentricities of Cardinal Pirelli, un vasto repertorio di immagini graziose e situazioni divertenti.

Le sue opere, che si rifanno ai sotie teatrali del XVI secolo francese – componimenti allegorici basati essenzialmente sulla satira sociale e politica – risultano molto fumose per quanto concerne trama e ambientazione, caratterizzandosi piuttosto come una serie di dialoghi artificialmente elaborati, un misto di sofisticazioni grottesche e kitsch riconducibili al camp. Il termine, ricorda Susan Sontag nel suo Notes on “Camp”, svela un paradosso, cioè il profondo amore dell’autore per l’oggetto che è solito ridicolizzare: tale oggetto, per Firbank, era la Chiesa.

In verità lo scrittore inglese non si avventurò mai nel deridere dogmi e sacramenti; il bersaglio prediletto delle sue frecciatine erano gli elementi “esteriori” della Fede. Le cattedrali – con le loro vetrate colorate – compaiono praticamente in tutti i suoi lavori maggiori, così come i conventi femminili, abitati da esseri ambigui, sgradevoli, ma mai realmente malvagi (caratteristiche che accomunano tutti i “villain” di Firbank). Sono inoltre descritti molti miracoli ridicoli, e, sul modello di South Wind di Norman Douglas, è canzonata pure la pratica di venerare santini e reliquie improbabili.

Per quanto riguarda la reticenza dello scrittore a proposito della sua Fede, Robert Scoble, nell’articolo Firbank’s Faith, facendo riferimento al milieu omosessuale che frequentava lo scrittore, sostiene come fosse «prevedibile che Firbank avrebbe nascosto il suo credo religioso a potenziali conoscenti mondani e critici». Tra l’altro va aggiunto che l’inglese trascorse lunghi periodi della sua vita adulta senza andare a messa, segno di una Fede sovente in crisi. Nonostante ciò rimangono diverse testimonianze di una profonda devozione: durante una visita alla cripta di San Pietro, ad esempio, trascorse molto tempo in ginocchio, assorto in preghiera, fece poi benedire dal parroco locale la propria villa di Bordighera, e rimase infine folgorato dalla bellezza di una messa celebrata nella cattedrale di Napoli. 

I dubbi che si ripresentavano ciclicamente erano tutti confidati nelle lettere inviate alla sorella e alla madre, ed è perciò significativo il fatto che proprio la sorella fece di tutto per far trasferire la salma di Ronald, prematuramente deceduto a Roma all’età di quarant’anni e seppellito per errore nel cimitero protestante della città, al Verano: evidentemente era certa che il fratello avrebbe desiderato così.

4 Commenti a "«La Chiesa non mi vorrebbe, perciò rido di lei»: la Fede di Ronald Firbank"

  1. #Nicòla   5 Gennaio 2020 at 11:35 pm

    Oggi ricordato più che altro per il romanzo distopico Il padrone del mondo, il monsignore era anche un appassionato di occulto .
    Questo particolare, mi fa grattare la testa. Già quando lessi l’articolo dedicato a tale tema, mi posi qualche domanda. Si limitava all’aspetto culturale, o, tale passione (almeno per un certo periodo) giunse a punto di compiere atti rituali?Potrà mai Mons. Benson, essere elevato agli onori degli altari? Pensavo che l’unico ostacolo fosse costituito dalle calunnie messe in giro dai sui ex-correligionari anglicani. Calunnie, cui, però, lui si esponeva, con delle frequentazioni imprudenti. O c’è dell’altro?!?

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    • #Luca Fumagalli   6 Gennaio 2020 at 10:42 am

      Gentile Nicòla,
      alla domanda se Benson potrà mai essere elevato aglio onori degli altari risponderei con un no. Sarà poi la Chiesa a decidere – com’è ovvio – ma da studioso, come anche lei ha sottolineato, esistono alcune zone ambigue nella vita del sacerdote che ne impedirebbero, a logica, la canonizzazione. Le accuse di omosessualità sono facilmente smontabili anche perché si tratterebbe, al massimo, di giudicare le intenzioni del monsignore, dato che visse in perfetta castità; più problematici, al contrario, i suoi interessi per l’occulto. E’ certo, infatti, che per qualche tempo condusse alcuni esperimenti di magia bianca e ipnotismo (sebbene condannò pubblicamente lo spiritismo nel romanzo “I necromanti”). E’ abbastanza evidente come un tale atteggiamento sia poco ortodosso, e certamente pure i figuri di cui si circondava, Firbank, Corvo…, erano tutti personaggi borderline, il perfetto esempio di tipo eccentrico che tanto piaceva a Benson. Tutto questo non toglie i numerosissimi meriti del monsignore come romanziere, apologeta, predicatore e pastore d’anime, ma, a mio parere almeno, basta a non fare di lui un santo.
      Comunque, se fosse interessato ad approfondire la vita di Benson – ambiguità comprese – le consiglio di leggere i numerosi articoli su di lui apparsi sul nostro sito oppure il saggio biografico “Robert Hugh Benson. Sacerdote, scrittore, apologeta” (Fede & Cultura, 2019).
      Buona giornata
      Luca Fumagalli

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      • #Nicòla   6 Gennaio 2020 at 6:32 pm

        E’ certo, infatti, che per qualche tempo condusse alcuni esperimenti di magia bianca e ipnotismo.
        Si tratta di due fenomeni differenti.
        L’Ipnotismo rientra a pieno titolo nel campo scientifico.
        Il termine “magia bianca” è ambiguo. Se stiamo parlando di trucchi da prestigiatore, allora è un conto. Credo che Lei si riferisca ad altro. Esorcismo di San Cipriano? O cosa?

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        • #Luca Fumagalli   6 Gennaio 2020 at 7:43 pm

          Per quanto riguarda le pratiche di “magia bianca”, vi è solo la testimonianza di Vyvyan Holland già citata nell’articolo sul lato “occulto” di Benson. Altri testimoni o amici del monsignore si limitano solamente a citare il suo interesse per la magia, senza dettagliare gli esperimenti condotti dal monsignore.

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