La macchina da scrivere cosmica di Dom Sylvester Houédard: un monaco poeta tra San Benedetto e Beat Generation

di Luca Fumagalli

Dom Sylvester Houédard alla Signals Gallery di Londra (1964)

Tra la folta schiera degli scrittori cattolici inglesi del secondo Novecento, accanto a grandi nomi come quelli di J. R. R. Tolkien, Graham Greene o Evelyn Waugh, vi è un sottobosco di “minori”, oggi più o meno sconosciuti, che durante la loro carriera hanno beneficiato almeno del proverbiale quarto d’ora di celebrità.

Il benedettino Dom Sylvester Houédard è uno di questi. Per quanto si tratti di un personaggio a dir poco bizzarro, monaco e poeta della Beat Generation, con idee molto distanti rispetto a quelle del “tradizionalismo”, la sua storia di uomo e artista merita di essere approfondita un poco: si tratta, infatti, di un ottimo esempio di come in Gran Bretagna, per tutto un secolo, esponenti del mondo letterario cattolico seppero trovare una loro collocazione di successo in nicchie artistiche “altre”, persino tra quelle che con la Chiesa avevano poco o nulla a che fare (sta poi al lettore giudicare la bontà o meno della cosa). 

Dom Sylvester Houédard nella cappella del monastero di Prinknash

Nato nel 1924 a Guernsey, una piccola isola nel canale della Manica, da una famiglia di origini francesi, Pierre – questo il nome di Houédard prima di abbracciare l’abito monastico – sin da piccolo dimostrò una non comune vivacità d’intelletto; era inoltre un fanciullo devoto, affascinato dalla liturgia latina, e volentieri accompagnava la madre alla messa domenicale (nel 1977 scrisse un articolo sulla sua infanzia per il «Tablet» intitolato significativamente “Memories of a Catholic Childhood”). Dopo essere rimasto orfano di entrambi i genitori, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu costretto a trasferirsi nel Lancashire con il fratello maggiore Clem, pilota della RAF, destinato purtroppo a morire in combattimento poco tempo dopo. 

Nel 1941 Pierre entrò nel Jesus College di Oxford per studiare storia moderna e l’anno seguente venne nominato presidente della prestigiosa Newman Society, in prima fila nell’animare la pastorale cattolica in ambito universitario. Grazie alle molte conferenze da lui organizzate, oltre a creare importanti legami con alcuni degli uomini più in vista del “papismo” inglese, ebbe l’opportunità di conoscere Shane Leslie, cugino di Churchill, che lo introdusse all’opera di mons. R. H. Benson e, soprattutto, a quella di Frederick Rolfe “Baron Corvo”, di cui Houédard divenne negli anni successivi un appassionato studioso.

“Sand Rock Tide 261264” (1964)

Fu proprio durante il periodo universitario che il ragazzo iniziò a maturare una vocazione religiosa, tanto che nel marzo del 1944 fece la sua prima visita al monastero benedettino di Prinknash, vicino a Gloucester, dove, due anni più tardi, sarebbe entrato come novizio l’amico Victor Brooke, nipote del famoso generale Lord Alanbrooke.

Nel frattempo Houédard venne chiamato alle armi e dal 1944 al 1947 operò in India, in Sri Lanka e a Singapore per conto dell’Intelligence. La sua calligrafia era pessima a causa della meningite e dell’artrite reumatoide di cui aveva sofferto da bambino, dunque fu costretto per la prima volta a usare con continuità la macchina da scrivere: per lui fu una vera e propria rivelazione, la possibilità di riempire pagine e pagine di appunti con il minimo sforzo; non è esagerato affermare che senza la “scoperta” di quel prezioso strumento la sua carriera di poeta d’avanguardia non sarebbe mai decollata.

Dom Sylvester Houédard alla Arlington-Une Exhibition (1966)

Al termine della guerra Pierre ritornò a Oxford per completare il proprio percorso accademico, dopodiché, nel 1949, fu libero di diventare monaco benedettino. Prima di entrare a Prinknash, regalò agli amici i suoi averi: l’aneddoto più divertente a tal proposito riguarda Christopher Tolkien, terzogenito del celebre autore de Il Signore degli Anelli, a cui toccò in dono un bastone da passeggio in ebano, con un pomello d’avorio finemente intarsiato (correva voce fosse appartenuto addirittura all’imperatore d’Abissinia).

Tra il 1951 e il 1954 Houédard studiò al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma, scrivendo una tesi sulla libertà nell’opera di Sartre, e nel 1959 venne finalmente ordinato sacerdote.

Al di là dei meriti squisitamente ecclesiastici – oltre ad aver scritto di teologia, collaborò per diverse case editrici cattoliche e curò la pubblicazione, nel 1966, della Bibbia di Gerusalemme – Dom Sylvester Houédard fu tra i principali teorici ed interpreti della “poesia concreta” (“concrete poetry“), una delle tante manifestazioni artistiche germogliate in senso al milieu “controculturale” degli anni Sessanta e Settanta.

La più importante monografia dedicata a Dom Sylvester Houédard (2012)

Le origini del movimento britannico della “poesia concreta” possono essere rintracciate nella lettera dell’artista brasiliano E. M. de Melo e Castro pubblicata nel 1962 sulle colonne del «Times Literary Supplement». In essa si descriveva la “poesia concreta” come «un esperimento nella scrittura ideogrammatica o diagrammatica e nella creazione poetica». La lettera fu fondamentale nel cambiamento di direzione che intraprese da quel momento la poesia di Houédard, fino ad allora limitata a componimenti semi-confessionali in versi liberi dal sapore vagamente “neo-Beat”. Lo scritto di E. M. de Melo e Castro ebbe su di lui un effetto istantaneo e diede un nuovo contesto agli arabeschi che aveva iniziato a produrre con la sua macchina da scrivere sin dagli anni Quaranta.

Dom Sylvester Houédard nei giardini del monastero di Prinknash

La “poesia concreta” è così definita perché sposta l’attenzione dal contenuto del testo ai suoi elementi costitutivi, che sono parole, sillabe, fonemi ecc. di cui si esalta la dimensione tipografica, variamente valorizzata mediante la disposizione sul foglio (o anche su materiali diversi dalla carta). Tali elementi basilari della scrittura diventano così la materia prima della scrittura stessa, con il dichiarato intento di scomporre il linguaggio e di ricomporlo a livello visivo e sonoro. Il prodotto finito si situa perciò a metà strada tra il letterario e il figurativo.

Houédard realizzò la quasi totalità dei suoi lavori, i cosiddetti “poemi visivi” o “typestracts“, tra il 1963 e la metà degli anni Settanta. Fu dunque molto prolifico, ma solo per un periodo relativamente limitato, collaborando inoltre con numerose riviste, gruppi artistici e piccole realtà teatrali dell’epoca. La sua cella risuonava notte e giorno del ticchettio della fidata macchina da scrivere, una Olivetti Lettera 22. Di solito dormiva poco e molte delle sue opere, tutte invariabilmente firmate con l’acronimo “dsh”, riportano, non a caso, la medesima data.

In occasione di una mostra o un evento Houédard doveva naturalmente chiedere all’abate il permesso di allontanarsi da Prinknash per qualche giorno; non è un mistero che la situazione, decisamente poco convenzionale, creò diversi problemi al monastero, anche perché il legame del benedettino con il movimento rivoluzionario portò quest’ultimo a occuparsi svariate volte in termini espliciti sia di tematiche politiche che sessuali (ecco perché venne definito «un seguace della cultura Beat venuto dal Medioevo»).

“Typestract 150664” (1964)

Pioniere del “wider ecumenism” in campo teologico ed egli stesso appassionato studioso di Islam, religioni orientali e del mistico Meister Eckhart – fu tra i fondatori della Eckhart Society e membro onorario della Muhyiddin Ibn ‘Arabi Society – pure in ambito artistico Houédard possedeva un’analoga visione inclusiva. Negli articoli, scritti secondo un metodo sperimentale, privi di punteggiatura e zeppi di segni grafici inusuali, così come nelle interviste sostenne sempre la necessità di fondere le arti, sintetizzandole in un prodotto omnicomprensivo (quella che Rosalind Krauss definì la “condizione post-medium”).

La “macchina da scrivere cosmica” di cui parla Nicola Simpson nel volume Notes from the Cosmic Typewriter. The Life and Work of Dom Sylvestor Houedard (2012), ad oggi lo studio più completo sulla vita e sulle opere del benedettino, allude appunto a una poesia concepita come preghiera, anti-dogmatica, senza limiti, intesa a cogliere frammenti di quello spirito universale che è Dio: «Ogni cosa materiale è una rivelazione dell’invisibile» soleva dire Houédard.

Dom Sylvester Houédard a Bristol (1968 o 1969)

Sebbene poco interessato a occupare il ruolo di “prima donna”, dedicando piuttosto la maggior parte delle proprie energie ad aiutare gli amici ad emergere in campo poetico, Houédard godette di una breve fama: una foto di lui apparve su «Vogue» e fu in contatto con un numero così elevato di scrittori, tra cui Robert Graves, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Jack Kerouac e Michael Horovitz, che la sua rubrica telefonica pare contasse quasi tremila nomi; non sorprende dunque scoprirlo tra gli spettatori in prima fila alla Albert Hall, nel 1965, in occasione della prima International Poet Incarnation (il suo volto glabro, seminascosto dagli immancabili occhiali da sole, fa capolino persino nel filmato dell’evento, The Wholly Communion, diretto da Peter Whitehead).

“Op and KinKon; and some non-KinKon” (1965)

Houédard morì nel 1992, all’età di sessantasette anni. Venne sepolto nel parco del nuovo monastero di Prinknash, dove i benedettini erano stati costretti a traferirsi nel 1972. Secondo Dom Aldhelm Cameron-Brown, abate durante gli anni Ottanta, malgrado Houédard fosse un monaco decisamente atipico, «era pur sempre una persona adorabile, ed era dedito alla comunità, anche se sentiva che non sempre apprezzavamo quello che stava facendo. […]. A suo modo condusse una vita piena di Fede».

Al netto dei diversi pareri che si possono avere sul suo conto, senza ombra di dubbio Dom Sylvester Houédard fu l’ultimo grande eccentrico partorito dalla cultura cattolica inglese del XX secolo.

Un commento a "La macchina da scrivere cosmica di Dom Sylvester Houédard: un monaco poeta tra San Benedetto e Beat Generation"

  1. #Nicòla   26 Gennaio 2020 at 6:07 pm

    La necessità di fondere le arti, sintetizzandole in un prodotto omnicomprensivo (quella che Rosalind Krauss definì la “condizione post-medium”) potrebbe anche essere cosa buona. Ma è proprio necessario passare attraverso un metodo sperimentale, privo di punteggiatura e zeppi di segni grafici inusuali?
    “Fin quando esisteranno le regole grammaticali, non sarà possibile estirpare l’idea di DIO [sic!] dalla testa della gente” (non ricordo quale intellettuale porno/esoterico-comunista lo disse, ma lo disse per davvero).
    W E SEMPRE EVVIVA LE REGOLE GRAMMATICALI!
    Sembra nulla, ma le regole grammaticali sono, comunque un ricordo che c’è un Sommo Ordinatore. Oltre ad essere, il loro rispetto, almeno come impegno, un atto di umiltà ed una forma di buona educazione. ” Il Galateo è Mezza SANTITA’ ( San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti)”.
    IL Mancato rispetto delle regole grammaticali, non ci porterà all’inferno, ma forse (per i motivi che ho esposto) il loro rispetto è il primo passo verso il Paradiso.

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