La morte di Enrico VIII raccontata da S. Alfonso M. de Liguori

Il 28 gennaio 1547 moriva Enrico VIII colui che per seguire i suoi vizi, da “difensore della fede” contro le bestemmie di Lutero, perseguitò peggio del Sassone la Chiesa Romana e consentì che nella cattolica Inghilterra si introducesse la peste dell’eresia.

Ma giunse finalmente il tempo della morte e la fine degli eccessi di Enrico. Era egli in età di 57. anni compiuti, ed era fatto così pingue, che quasi non passava per le porte, e per salire le scale bisognava che gli altri quasi lo portassero sulle loro braccia. Allora insieme coll’infermità l’assalì una straordinaria mestizia ed un gran rimorso di coscienza che gli ricordava tante ingiustizie e sacrilegi commessi, tanti scandali dati, e tante uccisioni di ecclesiastici e secolari; poiché aveva egli data la morte a due cardinali, a tre arcivescovi, a 18 vescovi, a molti arcidiaconi, a 500 sacerdoti, a 60 superiori religiosi, a 50 canonici, a 29 baroni, a 366 cavalieri, e ad innumerabili altri gentiluomini e plebei, affin di stabilire il suo sacrilego primato sulla chiesa d’Inghilterra. Gli sovraggiunse poi una risipola alla coscia con febbre, la quale gli fece sentire che si accostava la fine della sua vita. Vogliono molti ch’egli allora avesse spiegato ad alcuni vescovi il desiderio che aveva di riconciliarsi colla Chiesa. Ma chi voleva parlargli con chiarezza, quando egli aveva fatti uccidere tanti prelati, solamente perché quegli si eran dichiarati cattolici? bisognava che avesse trovato allora un petto forte, che nonostante il timor della morte gli avesse detto apertamente che se voleva quietar la sua coscienza, non vi era altro mezzo che di pentirsi dei mali fatti, e riparando agli scandali dati, umiliato ritornare alla Chiesa che aveva abbandonata. Ma questo petto forte non lo trovò; appena vi fu uno il quale gli disse (e non senza timore) che siccome si era al principio convocato il parlamento per introdurre il male, così chiamato si fosse un nuovo parlamento per ritrovare il rimedio. Si diede l’incombenza ai consiglieri di stato, che pubblicassero questa intenzione del re; ma quelli, temendo con ciò di avere a restituire i beni delle chiese loro dati, trascurarono di eseguirla E così Enrico lasciò le cose della Chiesa nello stesso cattivo stato in cui le aveva poste; e quindi ne seguirono appresso rovine più grandi, come vedremo. Il re avanti di morire fece aprire una chiesa dei francescani che stava chiusa, e vi fece dir messa, troppo scarso rimedio a tanti mali commessi! Indi fece testamento; lasciò erede dei suoi regni Edoardo, unico maschio che aveva in età di nove anni, e gli lasciò sedici tutori e curatori, ordinando che il figlio si educasse nella religione cattolica, ritenendo tuttavia il primato ecclesiastico, che in lui trasmetteva; ecco la bella disposizione con cui moriva. In caso poi ch’Edoardo morisse senza prole, istituì erede Maria, figlia della regina Caterina; e morendo anche Maria senza figli, volle che le succedesse Elisabetta, figlia di Anna Bolena. Fece dipoi celebrare più messe in sua presenza, e volle ricevere il viatico sotto la sola specie di pane, ed in ginocchio: gli dissero che in quello stato in cui si trovava poteva far di meno d’inginocchiarsi; rispose: “Se io mi mettessi sotto terra, né pure userei quel rispetto che merita quel Dio che ricevo”. Ma come poteva Iddio gradire tali ossequi da un uomo che si aveva posta sotto i piedi la Chiesa Cattolica, e moriva separato da quella? Voleva Enrico con quegli atti esterni quietare le grandi angustie che provava, ma non erano essi sufficienti a fargli ricuperare la divina grazia né la pace perduta. Stando in fine di vita richiese che venisse ad assisterlo qualche religioso; ma come poteva averlo, dopo ch’esso gli aveva scacciati tutti dal regno? Cercò poi da bere, ed avendo bevuto, disse ad alta voce queste parole a coloro che gli stavano dintorno: “E con ciò è finita ed è perduta ogni cosa per me”; e poco appresso spirò.

(Sant’Alfonso Maria de Liguori, Storia delle Eresie, IV, 1, 120-121)

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