Salvini ha deciso che vuol vincere in Emilia-Romagna e gli emiliani, per la stampa, rischiano di far la fine degli inglesi

di Miguel

Cari Amici di Radio Spada,

alla domanda che avevo posto qualche tempo fa, ovvero ” Salvini vuole perdere in Emilia-Romagna?”, è arrivata la risposta.

Sebbene diversi elementi facessero pensare il contrario (a partire dalla candidatura della Borgonzoni, una candidatura debolissima per usare un eufemismo), pare che Salvini abbia ormai deciso di tentare il tutto per tutto e di giocarsi fino all’ultima carta la vittoria in Emilia Romagna.

La legge elettorale in arrivo, il governo che barcolla ma non molla e tutti gli altri annessi e connessi, hanno fatto premere il piede sull’acceleratore al senatore.

Da qui a vincere la strada è lunga ma, in base a molte testimonianze che ho raccolto, l’aria sul territorio gira a suo favore. Poi, come tutte le percezioni elettorali, anche questa è qui per essere eventualmente smentita.

Sia chiaro: vista la mia abitudine di stare a distanza di sicurezza dal carro del (presunto) vincitore, tengo a ribadire che questo fatto non attenua tutti gli svarioni più o meno recenti del cosiddetto capitano, tanto in politica interna quanto internazionale. Ma questo importa poco: è la liberal-democrazia, bellezza! E la liberal-democrazia (che non è la democrazia in senso pieno) fa schifo.

“Tra maiali, meloni e doppiette. L’Emilia rurale spinge Salvini”, titola un giornalone: La Stampa. Ora, posto che Salvini è e rimane un gran caciarone, l’Emilia è qualcosina di più di tutto questo.

Sia chiaro, urlo convintamente: “Viva i maiali, i meloni e le doppiette!”, “Viva i contadini! Mille volte più colti di tanti (pseudo)intellettuali!”. Detto questo, se l’umanità è dotata di università si sappia che la prima è nata in Emilia.

Lo dico giusto per evitare che gli emiliani facciano la fine degli inglesi, i quali sono passati da essere i Lord d’Europa (fino alla sera di Brexit) ad essere – sempre per l’augustissima stampa – un manica di ubriaconi birraioli (il giorno dopo il referendum). Dal fascino del giardino all’inglese siamo passati al disprezzo per l’Union Jack.

E vedrete che se Salvini vincerà (perché a vincere, nel caso, sarà lui, non la Borgonzoni) la metamorfosi di percezione mediatica toccherà anche gli emiliani, che come potete constatare sono già passati dal meraviglioso popolo de “la Grassa, la Dotta, la Rossa” a maiali, meloni e doppiette, nel tempo di un clic.

Gli emiliani sono quel popolo che quando pensa a un’auto, inventa la Ferrari – dice, più o meno, una poesiola che gira online che quando pensa a un formaggio inventa il Parmigiano Reggiano, che quando pensa un salume, inventa il Prosciutto di Parma. E si potrebbe continuare a lungo.

E vedrete che la terra intellettuale per definizione, quella delle antichissime istituzioni universitarie, dei professori, delle case editrici bolognesi e della celebre scuola conciliare farà la stessa fine del glamour britannico. Improvvisamente gli emiliani, da fari della gauche passeranno al ruolo di zotici in stato d’ebbrezza, dediti al consumo compulsivo di lambrusco e salame.

Beoni, crapuloni, riccastri, armati. Me li vedo già i soloni del conformismo d’accatto dire: “Che vuole signora, la Germania di Hegel è diventata la Germania di Hitler. Non poteva succedere anche a Ferrara?”.

Se, visto da sinistra, questo ragionamento è la solita patetica pezza messa a se stessa, visto dal punto di vista cattolico c’è qualcosa di vero.

L’Emilia “sazia e disperata” ormai non crede più in nulla e nella sua disperazione terminale ha gettato dalla finestra anche gli ultimi cocci dell’impianto ideologico-religioso marx-francofortan-progressista su cui ha “ricostruito” se stessa negli ultimi settant’anni.

Nulla per nulla, preferisce – forse – appoggiarsi a un “uomo forte” che bacia i salumi piuttosto che all’ultimo tassello di un caravanserraglio di disastri fiolosofico-sociali, rappresentato da un PD a fine corsa.

Una nota finale: l’Emilia è la terra in cui è sepolto San Domenico di Guzman. E solo ai santi come lui possiamo votarci. Quando – in quel lontano 6 agosto 1221, nel suo amatissimo convento di Bologna, in una cella non sua, perché lui, che era il fondatore, non l’aveva – chiuse gli occhi al mondo per aprirli all’eternità, lasciava all’umanità il tesoro di un Ordine votato alla difesa della verità.

E se l’Emilia risorgerà da lì dovrà ripartire.

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