[Storie della buonanotte per bambine reazionarie] Michelina de Cesare, la bella brigante

di Giulia Bianco

Oggi, per le nostre “bambine reazionarie” andiamo a raccontare la storia di Michelina De Cesare, nota ai più come “ la brigantessa”. Raccontare in poche righe, cosa è stato il processo di distruzione del sud attraverso l’unificazione politica italiana nell’ottocento è difficile e non ci compete, così come inquadrare nel giusto modo il fenomeno del “brigantaggio” attivo durante la realizzazione della massonica “unità nazionale”. Vogliamo però trasmettere in questo articolo gli ideali di giustizia e libertà che hanno animato la storia di questa donna, una vera reazionaria. Nel 1861 venne “realizzata” l’unificazione politica dell’Italia, ma risultava fin troppo evidente che il nord ed il sud del Paese rappresentavano ancora due realtà completamente diverse, mondi assolutamente inconciliabili. Nella strenua resistenza all’avanzata dei conquistatori, si distinsero i briganti, non ladri, ne malfattori, ma uomini, che, rifugiati suoi monti con una costante lotta armata tentarono di liberare il Regno delle due Sicilie ( e parte dello stato Pontificio) dai piemontesi per restituire “il trono e l’altare” al re e soprattutto a Dio.

Per combattere questa resistenza, il novello stato unitario attuò delle misure repressive eccezionali, ad esempio la legge Pica del 1863; con essa, il governo italiano impose un vero e proprio stato di assedio su tutto il territorio annullando le garanzie costituzionali e trasferendo il potere di giudizio e di azione ai militari, sovente organizzatori di tribunali improvvisati e praticanti giustizia sommaria fino a vere e proprie atrocità. Nell’universo di quello che è stato definito il brigantaggio, fenomeno assai più vario e sfaccettato di come è sempre presentato, vi era anche una forte componente femminile; la resistenza allo stato di assedio passava anche dal supporto che le donne, mogli e madri, garantivano ai loro uomini rifugiati sui monti, supporto indispensabile che passava anche dal fornire viveri, notizie, spesso luoghi per nascondersi. Le donne dei “briganti” furono infermiere, cuoche, vedette, ma anche vere e proprie combattenti, non poche scelsero la lotta armata, guarnendo i loro abiti tradizionali con un gancio dove appendere la pistola che ben presto impararono a maneggiare.

Tra queste donne si è distinta Michelina De Cesare, celebre tra tutte per la sua sorte particolarmente disgraziata, fu infatti torturata, violentata, uccisa e quindi esposta nuda in pubblica piazza, dalla “Guardia Nazionale” e dal 27 battaglione di fanteria. Nata a Caspoli, in provincia di Caserta nel 1841, si sposò nel 1861 con un tale, Rocco Tanga, di cui rimase vedova appena un anno dopo. Successivamente conobbe Francesco Guerra, capo di una banda di “briganti” che combatteva tra Campania, Molise e basso Lazio. Di Guerra, Michelina divenne subito consigliera, lei che conosceva alla perfezione la “Terra del Lavoro”, come comunemente erano note le zone della Ciociaria e del Molise; fotografata abbigliata con le vesti della sua terra, Michelina si fece ritrarre da un fotografo a servizio dei Borboni, tenendo in ciascuna mano un’arma, a testimoniare la missione che ormai aveva scelto, quella di reazione alle autorità militari savoiarde. Bella e passionale, fu descritta dal sindaco del paese ove venne arrestata come una donna di facili costumi, abituata al furto sin da piccola; a posteriori possiamo dimostrare quanto i verbali redatti, furono costruiti a uso della Guardia Nazionale, che facilmente utilizzava la diceria di “donna di malaffare” per colpire le reazionarie che a rischio della loro vita si votavano alla causa per la loro terra e per il Regno; persino nei giornali del nord Italia, nelle cronache delle azioni militari, le donne del sud erano raccontate come “femmine lussuriose e spietate” – “queste, trasgrediscono le leggi dello Stato e dei comportamenti propri al loro sesso”. Le descrizioni tanto particolareggiate quanto false, erano un’arma potentissima per incidere sull’opinione pubblica, presentando le donne del Regno dei Borbone, come prostitute scalmanate con il gusto per la violenza e la passione per i fucili, lo Stato Unitario, desiderava giustificare i suoi massacri e distinguere il popolo del sud, intrigante e cattivo, dal “civile nord” che pacificatore, portava giustizia e uguaglianza. In un altro scritto, redatto sempre dopo l’arresto di Michelina, la ragazza è chiamata con l’espressione dispregiativa di “druda”, tratta dal provenzale: essa sta a indicare l’amante disonesta, la ladra, la donna libertina, dando per certa una sua passione amorosa con Francesco Guerra, suo sodale in battaglia. In generale, le donne che avevano scelto la via del brigantaggio, sapevano che la latitanza non finiva mai, si combatteva per riconquistare il territorio e se ci si fermava voleva dire che il nemico o ti aveva incarcerato o ucciso. Michelina e la banda di Francesco Guerra che era ormai era la “sua banda”, sfugge alla Guardia Nazionale per tre anni, riportando anche tante piccole vittorie.

Nonostante la determinazione che il nemico metteva nel darle la caccia, Michelina si dimostrava più furba; diventa preda dei soldatacci di fanteria il 30 agosto 1868 a seguito di una delazione di un cittadino del paesino dove assieme alla sua banda era rifugiata. Le Guardie Nazionali che avevano fissato una ricca ricompensa sulla “testa” della brigantessa Michelina, si videro indicata la posizione di un nascondiglio, ove presumibilmente la ragazza si trovava assieme a Francesco Guerra ed ai loro uomini. Essenziale per il definitivo arresto della giovane reazionaria, la guida di Giovanni De Cesare, che portò i soldati sul luogo indicato ; Michelina era stata venduta all’esercito “italiano” dal suo stesso fratello, a causa di rancori e litigi ma soprattutto a seguito del pagamento di un lauto compenso. Ecco quindi la cronaca della cattura, ove si dice: «… il compagno che con lui (Guerra) si intratteneva, appena visto l’attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato: Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra». In realtà, i soldati del Regno non si limitarono a freddarla con un rapido colpo di fucile; della bella Michelina, reazionaria di Caserta, ci è rimasta una foto, scattata dopo la sua morte, foto che la mostra rasata, evidentemente percossa, torturata, facile ipotizzare che sia stata anche violentata. La bella brigante Michelina è quindi esposta al pubblico ludibrio, nella piazza di Mignano, paese delle sua cattura, completamente nuda e quasi senza capelli, a monito di tutte le donne che avevano fatto della Reazione la loro missione di vita. La donna forte, autorevole, che decideva al pari degli uomini le azioni da fare, gli attacchi da compiere, la reazionaria impenitente, era infine stata sottoposta alla “giustizia dello Stato” e pagava. La memoria della morte di Michelina De Cesare è una memoria monca, la figura delle donne del “brigantaggio” sono ancora modello negativo per tanti che le hanno ghettizzate a protofemministe. Noi, la vogliamo invece raccontare, semplicemente, senza toni agiografici ma sentiamo di doverla annoverare tra le tante, coraggiose “bambine reazionarie”, che hanno sacrificato la loro vita per ciò che è Giusto, è Bene, è Sacro.

2 Commenti a "[Storie della buonanotte per bambine reazionarie] Michelina de Cesare, la bella brigante"

  1. #angela   12 Gennaio 2020 at 10:04 pm

    …chissà ….OGGI, mi sento quasi vicina… anch’io reazionaria di fronte ad uno stato pontificio che ha abolito Cristo e che combatto….in loco ed al vertice…con vicissitudini varie….

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