The Damascus Affair: una nuova ipotesi

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di Domenico Savino

Qualche anno fa lo storico ebreo Ariel Toaff pubblicò un libro dal titolo “Pasque di sangue” che fece scalpore. Il libro riprendeva, avvalorandola per alcuni casi, l’accusa rivolta agli ebrei di nutrirsi di sangue di cristiani per scopi rituali, mediante omicidi specie di bambini.

Il caso più famoso della storia è quello di Simonino di Trento, che risale al 1475.

Un altro caso, altrettanto famoso e forse perfino più indagato, è quello della presunta uccisione per mano ebraica di un religioso cappuccino, padre Tommaso di Calangianus, al secolo Francesco Antonio Mossa, nato nel 1777 e morto a Damasco nel 1840.

Il celeberrimo processo che ne seguì, divenne – assieme a quello di Trento – emblematico nell’ambito della letteratura sul presunto omicidio rituale ebraico. Nonostante la localizzazione extraeuropea dell’avvenimento, su questo caso si scatenò una vera e propria battaglia giuridico-diplomatica, che vide scendere in campo le organizzazioni ebraiche internazionali, la stampa, consoli ed ambasciatori di Francia ed Austria, il Parlamento inglese e Lord Palmerston, coinvolgendo il Vicerè d’Egitto ed il Sultano Abdul Medijd.

Ricordiamo i fatti: venerdì 7 febbraio 1840 nella comunità cristiana di Damasco si sparse la voce che Padre Tommaso, conosciuto ed amato da tutti come apostolo autentico della fede cristiana e della carità, per aver curato e vaccinato migliaia di bambini, senza distinzione di religione, era stato vittima di un omicidio rituale da parte degli ebrei, i quali – si disse – fossero particolarmente irritati, perché Tommaso aveva affisso proprio fuori della sinagoga un avviso relativo a una vendita di beneficenza.

Sottoposto a tortura, un barbiere ebreo, Suleiman Sallum, confessò di aver partecipato all’omicidio insieme a esponenti delle più note e ricche famiglie di ebrei di Damasco: Haron Harari, Isac Harari, Yusef Laniado, il rabbino Mosé Abu el-Afieh e il rabbino Mosé Bikhar Yahuda Salaniki.

A sua volta, arrestato e torturato, il rabbino Moses Abu el-Afieh, confessò e dichiarò di aver raccolto in un’ampolla il sangue di padre Tommaso, per consegnarlo al rabbino capo di Damasco, Jacob Anteli. Quest’ultimo, però, resisterà alle torture e rifiuterà di confessare. Mentre accusava il suo correligionario, Moses Abu el-Afieh si rese pure protagonista di una clamorosa conversione all’islam.

Secondo il racconto degli imputati, il cadavere del Padre Tommaso sarebbe stato fatto a pezzi, le ossa della testa frantumate sul pavimento con una mazza, le interiore estratte, mettendo i miseri resti in uno spesso sacco di juta di colore azzurrastro per gettarli un po’ volta nel Maleh, canale di scolo tombato che passava sotto le case del quartiere ebraico.

In effetti il 28 febbraio vennero trovati resti umani nel luogo indicato; si dichiarò che appartenevano al padre Tommaso e si celebrò un solenne funerale.

Da qui inizia una lunga istruttoria, che durerà parecchi mesi, con undici ebrei successivamente incarcerati — di cui uno morirà a causa delle torture — e si scatenò un interesse della stampa, che a poco a poco si estese al mondo intero, con centinaia, poi con migliaia di articoli. Ad oltre 170 settant’anni da quell’avvenimento esso è ancora capace di appassionare non solo gli specialisti ed il caso rimane tutt’altro che risolto.

Poco meno di vent’anni fa Jonathan Frankel, professore di storia ebraica presso la Hebrew University di Gerusalemme, pubblicava “The Damascus Affair. ‘Ritual Murder’, Politics, and the Jews in 1840” (Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1997). Il libro ebbe notevole successo editoriale ed importanti recensioni, ma alla fine quello di Damasco resterà un giallo senza soluzione, anche se Frankel indica come probabili assassini di padre Tommaso e del suo servitore, non gli ebrei, ma dei commercianti musulmani, con cui il padre avrebbe avuto un diverbio. In ambito accademico e religioso, poi, il caso viene sempre presentato esclusivamente come l’ennesima manifestazione di antisemitismo a matrice cattolica, di cui la prima vittima sarebbe stato proprio il povero padre Tommaso.

Nessuno osa più neppure immaginare che dietro quell’episodio ci possa essere davvero un caso di omicidio rituale o che in qualche modo il padre Tommaso possa essere davvero stato ucciso dagli ebrei, pure se le risultanze almeno su di una cosa convergono e cioè che il cappuccino sarebbe stato visto per l’ultima volta proprio all’interno del ghetto ebraico.

Peraltro, al di là dei nomi, nessuno si è dato la briga di indagare un po’ su questi ebrei, per sapere davvero chi essi fossero ed a quale orientamento dottrinale all’interno del variegato mondo ebraico aderissero.

La comunità ebraica di Damasco era molto antica, certamente esisteva già nel primo millennio e andò ampliandosi dopo la seconda crociata, quando ebrei palestinesi cercarono rifugio a Damasco per via della esosità delle imposte che essi erano obbligati a pagare. La comunità divenne un poco alla volta sempre più fiorente, tanto che nel 1210 un ebreo francese, Samuel ben Simson, visitandola, rimase ammaliato dalla bellissima sinagoga situata fuori della città (jobar)

Sotto Saladino la città di Damasco godeva ancora di notevole importanza, ma il suo rango cominciò a declinare a città di provincia, quando nel 1516 la città cadde in mano ai turchi.

Prima di allora la comunità ebraica di Damasco aveva proseguito la sua esistenza sotto i sultani d’Egitto (Burjites e mamelucchi ), che avevano conquistato la Siria.

Dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, gli ebrei sefarditi si stabilirono in molti dei paesi islamici che si affacciavano sul Mediterraneo, tra cui la Siria, che poi venne a far parte del sultanato mamelucco dell’Egitto. La presenza sefardita era maggiore in Aleppo, che a Damasco, che mantenne stretti legami con la Terra Santa.

In particolare, la comunità di Damasco era fortemente influenzato dalla scuola cabalistica di Safed di Isaac Luria. Ciò spiega alcune differenze nelle abitudini tra le due città.

Teniamo a mente questo fatto, perché Isaac Luria (1534 –1572) fu il cabalista che, con la sua dottrina influenzò il pensiero di Nathan di Gaza (1643/4–1680), un altro cabalista che a sua volta avrebbe convinto Ŝabettay Şevi di essere il Messia.

Ma chi era Ŝabettay Şevi?

Ŝabettay Şevi(1626 –1676) fu il secondo di una serie di falsi Messia che attraversarono il Giudaismo a partire appunto dal XVI secolo. Prima di lui comparve sulla scena Shelomoh Molko (1500-1532), un marrano portoghese, ritornato alla fede avita e nutrito di Qabbalah, convinto di essere il Messia. Dopo Ŝabettay fu invece la volta di Jakob Frank (1726-1791), che di Ŝabettay fu seguace e ne ripercorse analogamente la parabola, apostatando come lui falsamente, non all’islam, ma al cattolicesimo.

Abraham ben Eliazer ha-Levi e Shelomoh Molko, coi loro scritti escatologici, Isaac Luria, con la sua rielaborazione cabalistica, Chayyn Vital e lo stesso Shelomoh Molko con i loro sogni messianici formano il “brodo di cultura” entro il quale fu generata e dilagò l’avventura sabbatiana, che parve ad un certo momento conquistare l’intera diaspora.

Ŝabettay Şevi nacque a Smirne nel 1626, il 9 di Av, data in cui si commemora la distruzione del primo e del secondo tempio e che secondo un’antica tradizione rabbinica doveva corrispondere a quella della venuta del Messia.

A 15 anni lasciò la yeshivah (scuola ebraica), cominciando una vita di solitudine e di astinenza riempita solo dallo studio, da autodidatta. Dotato di intensa vita interiore, combatté a lungo tutte le tentazioni sessuali, dedicandosi esclusivamente allo studio della Qabbalah.

Dal 1642 al 1648 visse in quasi completa solitudine, che contribuì a determinare in lui gravi scompensi psichici, caratterizzati da fasi di profonda depressione e di malinconia, che si alternavano ad altre di esaltazione maniacale e di euforia, inframezzate da periodi di normalità.

Durante i periodi di illuminazione egli era solito commettere atti contrari alla legge religiosa, eseguendo riti strani e bizzarri, introducendo innovazioni devozionali e soprattutto pronunciando il Tetragrammaton, il nome sacro di Dio.

Per contro, nei periodi di malinconia, si ritirava in solitudine, e lottava contro le potenze demoniache, dalle quali si sentiva sopraffatto. La stranezza del personaggio – che il grande studioso Gershom Scholem non esita a definire affetto da malattia mentale – si manifestò anche riguardo ai suoi matrimoni: intorno al 1646 si sposò due volte, salvo poi divorziare, senza avere consumato il matrimonio.

Dopo che si proclamò Messia, senza che nessuno lo prendesse sul serio, essendo da molti ritenuto pazzo, i Rabbini lo espulsero da Smirne. Vagò allora per la Grecia e la Tracia, ma, ripetendo ovunque i suoi atti immorali, fu espulso anche da quei luoghi.

A Costantinopoli fece amicizia con Dawid Habillo, un cabalista insigne, con il quale compì altri atti contrari alla legge e fu nuovamente espulso. Tornò allora a Smirne, dove visse molto ritirato, per poi trasferirsi a Gerusalemme nel 1662. Inviato al Cairo nel 1663, come emissario, svolse la sua missione con discreto successo e lì si legò al Circolo di Refa’el Yosef, il celebi (in turco “signore”) della comunità ebraica egiziana.

In uno dei suoi strani momenti, sposò Sarah, una ragazza ebrea, educata come cristiana e tornata poi alla propria religione, che era giunta al Cairo proveniente dall’Olanda e dall’Italia, ove era considerata una povera pazza per la propria convinzione di essere la sposa designata del Messia.

Sarah, femmina di dubbi costumi, (da cui pure Ŝabettay avrebbe divorziato sette anni dopo) a Livorno, dove aveva vissuto, stando al resoconto del rabbino Yosef ha_Lewi, si sarebbe prostituita a tutti. Ŝabettay l’avrebbe sposata per imitare il profeta Osea o per adempiere le sue parole: “…va’ a prenderti in moglie una donna dedita alla prostituzione”.

Secondo talune voci non ebbe mai rapporti sessuali con lei e stando ad una tarda tradizione, peraltro non sicura, Sarah avrebbe perseverato nella sua condotta immorale anche dopo sposata “e suo marito approvava questi atti di tiqqun”, cioè paradossalmente intesi, in questa perversa Qabbalah, come atti di riparazione.

Dopo il matrimonio seguì un periodo di relativa normalità.

Nel 1665 Ŝabettay si recò a Gaza, ove incontrò un insigne qabbalista, Nathan di Gaza. Questi, influenzato dalle notizie che in precedenza aveva avuto di Ŝabettay, lo incoraggiò a proclamarsi Messia. In occasione di una festa, Nathan cadde in trance ed annunciò l’alta missione di Ŝabettay. L’annuncio messianico si sparse con grande rapidità in tutta la Palestina, ma incontrò l’ostilità dei rabbini. Lo stesso Ŝabettay si recò a Gerusalemme dove, girando a cavallo, conquistò diversi rabbini; ma in breve egli fu bandito dalla città assieme al suo amico e profeta Nathan. Come dice Scholem “Nathan era allo stesso tempo il Giovanni Battista e il Paolo del nuovo Messia”. (5)

La fama di Ŝabettay si diffuse.  Nel 1665 fu ricevuto come il Messia dagli ebrei di Damasco e Aleppo, poi di Smirne, la sua città natale. Il suo potere sulle masse ebraiche divenne immenso. Depose il rabbino capo di Smirne, Aharon Lapapa, e lo rimpiazzò con Hayyim Benveniste. Alcuni rabbini si unirono al suo movimento. Proprio a Smirne riprese a praticare le sue stranezze, questa volta con il seguito di imponenti masse, affascinate dalle notizie straordinarie sui presunti miracoli di Ŝabettay, determinando un fenomeno dalle dimensioni incalcolabili ed incontrollabili.

Il contrasto con i rabbini tradizionali si acuì sempre più, ma fu lui ad aggredirli per primo ed a proclamare contro di loro la sua dottrina, in uno scontro drammatico nella Sinagoga di Smirne, in cui brandiva in mano la Torah davanti all’Arca (aròn hakkodeš), il grande armadio che nella Sinagoga contiene i rotoli delle Sacre Scritture (Torah) e che è incastrata nella parete orientale, che guarda verso Gerusalemme

Il movimento al seguito di Ŝabettay aveva ormai coperto larga parte del Medio Oriente, quando il gran visir di Costantinopoli, lo fece arrestare come pericolo per la quiete pubblica. Dopo un periodo di detenzione, durante il quale ricevette la visita entusiasta e devota di migliaia di ebrei, a lui accorsi da ogni parte della Diaspora, messo dal Sultano davanti alla scelta di essere condannato a morte o di convertirsi all’Islam, nel settembre 1666 Ŝabettay “prese il turbante”, cioè apostatò, assumendo il nome di Aziz Mehmed Effendi e divenne un convertito illustre all’Islam e fu nominato alla carica onoraria di custode delle porte del palazzo, ricevendo pure in asegnazione una lauta pensione reale di 150 asper al giorno.

Attenzione, memorizzate il nome che egli assunse: Mehmed Effendi!

Mentre lo sconforto tra le masse ebraiche si diffuse altrettanto rapidamente dell’iniziale entusiasmo messianico, molti dei credenti che lo avevano accompagnato, lo seguirono nell’apostasia e Ŝabettay riuscì a condurre una doppia vita, compiendo i doveri di musulmano ed osservando gran parte del rituale ebraico. Visse gli ultimi anni della sua vita ad Adrianopoli e morì cinquantenne nel 1676.

In realtà quei fatti drammatici non furono se non marginalmente la scaturigine della febbre messianica per Ŝabettay Şevi: fu invece il fattore religioso a far sì che quella febbre dilagasse all’interno dell’intera diaspora, dalla Polonia all’Olanda, dalla Germania all’Italia, dal Marocco allo Yemen, dalla Persia, all’Inghilterra, alla Russia: “Fu questo fattore religioso – scrive Scholem – a dar vita alla particolare tensione spirituale da cui poteva nascere il messianesimo sabbatiano, manifestandosi come una forza storica per tutto Israele e non soltanto in uno dei molti rami della diaspora… siamo in grado di identificare questo fattore religioso e dargli un nome: non era altro che Qabbalah luriana, e cioè quella forma di Qabbalah che si era sviluppata a Safed (Sefat) in Galilea, durante il XVI secolo e che aveva dominato la religiosità ebraica nel XVII secolo”.

Come scrive Marco Morselli “la Qabbalah era l’eredità spirituale comune a tutte le Comunità ebraiche e aveva fornito un’interpretazione della storia e un insieme di idee e di pratiche rituali senza le quali il sabbatianesimo sarebbe stato impossibile. Nel mondo chiuso nel quale era confinata la vita ebraica, l’utopia messianica rappresentava la possibilità di qualcosa di meraviglioso e di radicalmente differente. Latente era la radicale contrapposizione tra autorità rabbinica e autorità messianica. La stessa contemplazione cabbalistica si presentava come un’anticipazione individuale di un messianismo escatologico. Il messianismo era entrato nel cuore della Qabbalah.

L’idea che sta alla base di quella particolare Qabbalah che fu la Qabbalah luriana è una teoria cosmologica che sta in rapporto diretto e immediato con la fede nel Messia.

Le sventure ebraiche ed in particolare l’esilio e la diaspora erano – secondo questa teoria – un sintomo della disgregazione del Cosmo, conseguente ad una sorta di contrazione e occultamento di Dio in se stesso, in una forma profondissima di esilio da Sé.

Da qui promana la progressiva dissociazione e secrezione del Male da Dio, che quindi è in definitiva all’interno di Dio stesso.

Da quell’atto originario di purificazione che Dio avrebbe compiuto su di sé, da quella crisi originaria e necessaria, che ebbe lo scopo di eliminare da Dio il Male, nulla più si trova al suo posto. Tutto starebbe da qualche altra parte. Ma un essere che non è al suo posto è in esilio. Tutto è in qualche modo spezzato, tutto ha una macchia, tutto è incompiuto, tutto è in esilio. L’esperienza dell’esilio diventa così un fatto cosmico profondissimo, un evento che colpisce in primo luogo Dio. E se ogni essere è un essere esiliato, Egli deve essere ricondotto al suo posto e redento.

Il Dio della Qabbalah, analogo a quello della sua matrice gnostica, è impregnato di Male e per assurgere a Sommo Bene tenta di purgarsi del Male. Questo Dio, che non è più infinito ed onnipotente, appare ora come prigioniero di un cosmo malvagio, ove l’uomo viene mandato a soffrire per riscattare Dio stesso.

L’esilio di Israele ha quindi lo scopo grandioso di restaurare il cosmo: gli involucri ridotti di esso sono maligni, ma contengono piccole scintille della luce divina. Secondo la Qabbalah tradizionale, con la più rigida osservanza della Legge gli Ebrei possono liberare questa luce. Quando la restaurazione sarà compiuta, l’Esilio della luce finirà, verrà il Messia e si realizzerà la Redenzione.

La vicenda di Ŝabettay Şevisi inserisce dunque all’interno di questo contesto, ma, grazie all’influenza di Nathan, rovesciando – per così dire – la prospettiva luriana: la restaurazione dell’ordine primordiale non passa attraverso la rigida osservanza della Legge, ma attraverso la sua trasgressione. Il sabbatianesimo si caratterizza per una profonda e dissacrante matrice antinomica e “sovversiva”: il peccato era così inteso come “Trono del Bene”.

Il fallimento dell’esperienza sabbatiana, paradossalmente lo rafforzò. Se molti ebrei, specialmente tra i sefarditi, lasciarono Ŝabettay Şevidopo la sua conversione apparente all’Islam, altri lo seguirono anche nell’apostasia.

Per quanto riguarda l’Europa la matrice sabbatiana sopravviverà infatti sottotraccia per circa un secolo ed esploderà nuovamente nell’esperienza franchista, l’esperienza cioè legata ad un altro falso Messia, Jacob Frank, che porterà all’estremo la teologia sabbatiana, apostatando questa volta apparentemente al cristianesimo cattolico, ma continuando a rimanere intrinsecamente ebreo e legato all’idea che la redenzione debba avvenire attraverso la trasgressione della Torah.

Seppure non in tutti i seguaci del movimento, tuttavia specie presso gli elementi più radicali era largamente diffusa la credenza nel potere santificante del peccato, che convive con loro nel mezzo dell’impurità, come amavano interpretare la frase di Lv. 16,16.

Tanto i sabbatiani di Smirne e Salonicco, quanto più tardi i seguaci frankisti adotteranno costumi sessuali di natura orgiastica, che attribuisce valore sacramentale allo scambio delle mogli e considera necessaria persino la pratica dell’incesto. Alla fine i seguaci sabbatiani più radicali prima e quelli di Jacob Frank nel secolo successivo fondano la loro dottrina su alcune credenze, in base a cui:

  1. l’apostasia del Messia è necessaria e la discesa nel regno delle qellipot (= involucri del Male) ha natura sacramentale;
  2. il credente non deve mai apparire quale è realmente, sicché l’apostasia e la dissimulazione della fede sono considerate una pratica positiva;
  3. la vera Torah si osserva in realtà attraverso la violazione dei suoi precetti morali;
  4. il vero Dio non è quello rivelato dalla Bibbia

Occorre ribadire, in verità, che tra i seguaci sabbatiani non tutti aderirono alle posizioni più radicali:

  1. vi fu chi scelse di diventare volontariamente marrano, seguendo l’esempio di Ŝabettay Şevi, convertendosi apparentemente all’Islam;
  2. vi furono dei credenti che esteriormente rimasero ebrei tradizionali, pur aderendo interiormente alla teoria di Ŝabettay Şevi;
  3. vi furono nel secolo successivo i seguaci di Jacob Frank che apparentemente si convertirono al cattolicesimo, ma interiormente rimasero fedeli a Frank;
  4. vi furono dei frankisti, in Boemia, Moravia e Romania, che al pari dei loro confratelli sabbatiani scelsero di rimanere esteriormente ebrei tradizionali, pur essendo interiormente legati alle teorie di Frank.

Una comunità particolarmente importante del movimento, che si rifaceva a Ŝabettay Şevi,sarà quella della città di Salonicco, da cui uscirà la setta dei dönme, che sul finire del XIX secolo costituiranno la spina dorsale del movimento dei “Giovani Turchi”, responsabile da un lato della nascita della Turchia moderna, dall’altro contemporaneamente del massacro delle comunità cristiane degli Armeni.

Le comunità sabbatiane, proprio sulla base di questi diversi presupposti interpretativi della dottrina di Ŝabettay, si divideranno in tre gruppi distnti

  1. i giacobiti, seguaci di Jacob Qerido, che sono la setta più moderata;
  2. gli izmirni, che sono i sabbatiani di stretta osservanza
  3. i Karakash, il gruppo più trasgressivo, seguaci di Barukhiah Russo, che raccomandava l’incesto come servizio a Dio e che furono tra i principali ispiratori del movimento frankista polacco.

Queste comunità tuttavia, nonostante le divisioni interne, vivevano a stretto contatto le une con le altre e con gli ebrei ortodossi, in gruppi di case contigue, o segretamente collegate. Per ogni blocco di case vi era un luogo d’incontro segreto o “kal” (“Kahal”), dove praticavano i loro rituali.

E’ accertato che tra i seguaci di Ŝabettay Şevi a Salonicco il gruppo dei Karakash, era composto perlopiù da artigiani bottegai lavoratori manuali e comprendevano barbieri, macellai, ciabattini e facchini. In particolare specie nel primo periodo a questo gruppo facevano capo tutti i barbieri di Salonicco, che tagliavano i capelli e la barba in fogge diverse per ciascuno dei gruppi di appartenenza. I loro membri erano pertanto facilmente distinguibili gli uni dagli altri.

Nonostante le forti contrapposizioni i sabbatiani vivevano perlopiù all’interno delle comunità ebraiche, anche perché in molti casi essi erano capaci di mascherare le loro pratiche e la loro eresia dietro una perfetta ortodossia, tranne talvolta per i gruppi più radicali.

Tutto quanto abbiamo detto sopra può ora servirci per una domanda: può essere che la morte del padre Tommaso sia legata in qualche modo a qualche scoperta relativa alle strane infiltrazioni dei sabbatiani nella comunità ebraica di Damasco?

Potrebbe essere che il padre Tommaso sia venuto a conoscenza della loro vera identità e di qualcuna delle loro pratiche trasgressive e per ciò stesso sia stato eliminato?

Potrebbe essere la sua morte, in realtà, nient’altro che un’applicazione di quella volontà di violazione della Torah che i sabbatiani esaltavano, e che si tradurrebbe in questo caso proprio nell’omicidio e nell’assunzione di sangue, che la Torah proibisce?

Potrebbe essere che il padre Tommaso sia stato informato di quelle strane pratiche orgiastiche che i sabbatiani praticavano?

Potrebbe essere che il padre Tommaso fosse intenzionato a denunciare alle autorità tali pratiche, tra cui quella dell’incesto?

Certo è solo un’ipotesi e bisognerebbe essere in grado di dimostrare o perlomeno di ipotizzare che quegli ebrei di Damasco fossero sabbatiani.

Abbiamo detto che Damasco è stata fortemente influenzato dalla scuola cabalistica di Safed, fondata da Isaac Luria. Ciò spiega alcune differenze nelle abitudini con la città di Aleppo.

Non è difficile credere, dunque, che le influenze cabalistiche di Luria si fossero nel tempo sedimentate tra gli ebrei di Damasco e che partendo da ciò vi abbia avuto influenza anche la cabala di Nathan di Gaza, che a Luria si ispirava e che fu il profeta di Ŝabettay Şevi. Peraltro proprio Damasco fu una delle prime città in cui egli fu accolto come Messia, sicché è tutt’altro che improbabile che qualcuno tra i seguaci di Ŝabettay o più d’uno vivessero in quel lontano 1840 a Damasco. Certo essa non era il centro del sopravvissuto movimento sabattiano, che stava invece a Salonicco.

Tra gli ebrei un cognome che corrisponde al nome di una città, ne indica la provenienza e quello di uno degli imputati non lascia dubbi: è quella del rabbino Mosé Bikhar Yahuda Salaniki. E’ bene ricordare che Selâniki (persona di Salonicco) o avdetî (persona religiosa convertita), sono due termini con cui venivano anche chiamati i dönme.

Tra gli imputati del processo per la morte di Padre Tommaso c’è Yusef Laniado, un cognome che ricorda quello del più noto Solomon Laniado, rabbino capo di Aleppo, che con una lettera del 1669 aveva dichiarato apertamente di perseverare nella fede sabbatiana anche dopo l’apostasia. Poi c’è il gruppo dei fratelli Harari (o Hariri), che richiamano il nome di quel Moses Harari che, fuggendo da Adrianopoli era riparato a Livorno, unendo la propria predicazione sabbatiana a quella di Pinheiro e Saraf, per diffonderla nei balcani e rafforzare quel nucleo da cui sarebbe poi esplosa l’eresia di Jakob Frank.

Richiamare i nomi delle famiglie non è un vezzo, né una forzatura: i sabbatiani praticavano non solo riti orgiastici, ma per mantenere meglio il segreto, si sposavano solo tra di loro.

Su questo sfondo, cioè su quello di una comunità ebraica probabilmente solcata anche a Damasco da antiche e nascoste vene sabbatiane, la confessione di un barbiere, magari affiliato alla setta dei “sabatiani Karakash” (quelli più radicali e trasgressivi), è un indizio talmente labile che non varrebbe nemmeno la pena di essere considerato, se nel corso dell’interrogatorio di un altro imputato, accusato proprio dal barbiere Suleiman Sallun, non accadesse qualche cosa, che appare, alla luce di quanto detto, contemporaneamente ovvio e sconcertante: sottoposto a torture, l’altro rabbino Mosé Abu el-Afieh, apostata e si fa musulmano. Normale penserete voi, normale e comprensibile, specie di fronte alla ferocia di un interrogatorio costellato di torture talmente crudeli, che provocheranno la morte di altri due imputati.

Certo normale e comprensibile, non fosse per un dettaglio piccolo, ma significativo. Il nome che Mosé Abu el-Afieh decide, apostatando, di adottare dopo la conversione è quello di Mohammed Effendi.

Ora Mohammed era il tipico nome che veniva richiesto che i convertiti, soprattutto se convertiti dal cristianesimo o dal giudaismo, assumessero, perché era certamente un segno di fede e di rispetto del profeta, specie per uno che portava di nascita il nome di Mosé.

Ma il secondo nome, che Mosé Abu el-Afieh scelse di adottare, apostatando dall’ebraismo all’islam, non era un nome arabo, era un nome turco: Effendi, che più o meno vuol dire “signore”, nel senso in cui con questo termine ci si rivolge rispettosamente con una richiesta ad un funzionario.

Ma ai nostri fini Mohammed Effendi rappresenta e indica ben altro: come abbiamo detto sopra Mohammed Effendi era il nome che, dopo l’apostasia, aveva scelto per sé Ŝabettay Şevi e che nel ripetere quel medesimo gesto dell’apostasia Mosé Abu el-Afieh decideva di adottare.

Forse il padre Tommaso aveva scoperto qualcosa di questo strano gruppo di ebrei di Damasco e forse questa sua scoperta rischiava di infrangere quell’obbligo di segretezza che proprio le correnti più radicali di questa eresia ebraica consideravano fondamentale?

Forse è questo il segreto che si cela dietro questa misteriosa morte e quei misteriosi resti di carne umana, riconosciuti essere tali da quattro medici francesi e da sette medici arabi, nel Maleh (il canale di scolo che passava sotto la casa degli Ebrei) e proprio nel luogo in cui alcuni degli imputati avevano detto essere stato ammazzato il Padre Tommaso?

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