Un economista e la “filiera procreatica”. Intervista a Benedetto Rocchi

da Pixabay

Benedetto Rocchi, economista, in quest’intervista ci offre una prospettiva insolita ma molto efficace per comprendere l’immoralità della fecondazione artificiale e dell’industria che le sta dietro, sulla pelle dei concepiti e dei genitori, sovente ignari di tutte le implicazioni di una tecnica disumana. [RS]

In che modo un economista può contribuire a riflettere su fecondazione artificiale e dintorni? Non si tratta di un problema che riguarda i medici e i moralisti?

Si potrebbe innanzitutto dire che anche l’economia è una disciplina che riguarda la cosiddetta “ragione pratica”, cioè la morale, occupandosi in ultima analisi del bene comune nelle scelte che riguardano la vita economica della società.

Tutto quello che gira intorno alla cosiddetta procreazione medicalmente assistita (PMA) dovrebbe interessare l’economista almeno per due motivi. Innanzitutto questa tecnologia ha fatto nascere un nuovo settore produttivo tutt’ora in forte crescita: quella che chiamo filiera procreatica. Una vera e propria industria dove si compete, si introducono innovazioni nel processo produttivo, si applicano tecniche di marketing, si fanno investimenti, si sviluppano contratti. Non ci sono stime precise ma nel 2016 il quotidiano Avvenire parlava un giro d’affari di almeno 6 miliardi di dollari a livello mondiale. Sono stime sicuramente per difetto e da allora il mercato ha continuato a crescere.

In secondo luogo l’economista dovrebbe occuparsi di questo fenomeno perchè, di fatto, introduce la logica dello scambio nella sfera della riproduzione umana che naturalmente si basa sul dono. Siamo sicuri che questo non abbia conseguenze?

In che senso il bambino è coinvolto? Dopo tutto lui arriva alla fine di tutto, venendo al mondo.

Il problema sta nel fatto che la nascita del bambino nel caso della procreatica non è semplicemente un felice evento che conclude una vicenda di infertilità. Il bambino che nasce è, in misura maggiore o minore, inconsapevole strumento di decisioni di adulti che perseguono i loro scopi utilizzando il meccanismo del mercato. E questo comporta una serie di conseguenze negative che lo stesso ragionamento economico può aiutare a vedere.

Ci faccia qualche esempio.

Nel caso della fecondazione eterologa, i fornitori di gameti pretendono l’anonimato che, non a caso, è in genere garantito dai contratti. In assenza di questa clausola non si troverebbero abbastanza fornitori. L’anonimato permette che lo scambio economico tra il fornitore del gamete e l’impresa procreatica possa avvenire, con reciproco vantaggio per gli adulti coinvolti. Tuttavia questa clausola contrattuale condanna il bambino che nascerà ad una condizione di anonimato genetico. A differenza dell’adozione, dove l’anonimato genetico è una conseguenza non desiderata che viene accettata per il bene di un bambino già nato (dargli una famiglia) nel caso del bambino nato da PMA l’anonimato genetico è pianificata prima ancora della sua nascita. E’ quella che gli economisti chiamano una esternalità negativa, una conseguenza negativa di uno scambio tra due soggetti che colpisce un terzo soggetto senza alcuna compensazione. Qualcosa di simile avviene nel caso della maternità surrogata (un contratto tra coppia sterile o l’impresa procreatica e la madre surrogata), che implica per il bambino lo stress psicofisico del distacco dalla madre subito dopo il parto e pianifica per lui i rischi sanitari legati all’inevitabile allattamento artificiale.

Si può dire che nella filiera procreatica il bambino diventa oggetto di scambi economici?

In qualche modo sì. Consideriamo il caso di una fecondazione eterologa con entrambi i gameti forniti da soggetti esterni alla coppia. L’embrione congelato può diventare un vero e proprio semilavorato che, in linea di principio, può essere oggetto di scambio (legale o meno: quello che ci interessa qui è la possibilità creata dalla tecnologia). Più in generale la fornitura di servizi procreatici ha come obiettivo non tanto l’esecuzione di determinate pratiche mediche quanto piuttosto l’evento del “bambino in braccio” (per rendersene conto basta cercare su internet i siti che vendono servizi di fecondazione artificiale e maternità surrogata). La ricerca di una elevata percentuale di “successi” può spingere inoltre  le imprese procreatiche a spostare in avanti il momento in cui il bambino passa sotto il controllo giuridico della coppia sterile, magari assumendo direttamente le madri surrogate, per avere un più stretto controllo dell’andamento della gravidanza. E tramite la tecnologia (oggi screening sempre più avanzati, domani magari una vera e propria ingegneria genetica) già ci si muove verso la personalizzazione del prodotto “bambino” (sesso, altezza, intelligenza): sembra fantascienza ma, come mostro nel mio articolo, già oggi ne parlano i grandi quotidiani internazionali.

La scienza economica non potrebbe suggerire soluzioni a questi problemi, magari attraverso apposite politiche?

E una tentazione ricorrente tra gli economisti quella di interpretare tutto quello che avviene nella società come frutto di scelte basate sulla logica economica. Anche quelle relative al mettere su famiglia o fare figli. E non sono mancati economisti che hanno pensato di usare il mercato come strumento di regolazione, ad esempio per limitare le nascite distribuendo “diritti a procreare” scambiabili sul mercato, in modo che anche fare figli avesse un prezzo. In realtà la sfera della riproduzione è una parte dell’esperienza umana dove dovrebbe sempre prevalere il dono e non lo scambio. Proprio perchè conoscono bene in cosa consiste la logica dello scambio gli economisti dovrebbero essere i primi ad indicare che esistono ambiti dell’esistenza umana dai quali dovrebbe essere esclusa.

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