Antonia White, una scrittrice cattolica tra dramma e genio

di Luca Fumagalli

La sessantacinquenne Antonia White con il gatto Minka

Il 16 aprile del 1980, presso la chiesa di West Grinstead, nel West Sussex, venne celebrato il funerale dell’ottantunenne Antonia White. Padre Mulvey disse messa in latino, in verità con qualche piccola incertezza, davanti a una manciata di convenuti, tra cui figuravano, oltre alle figlie Susan e Lyndall, il terzo marito della scrittrice, Tom Hopkinson, e gli amici David Gascoyne e Fred Marnau. Quando iniziò la cerimonia, dalla porta semiaperta della chiesa si affacciò uno splendido gatto nero, simile a quelli che la White tanto adorava: qualcuno finì inevitabilmente per leggere la presenza dell’animale come un segno di benevolenza da parte della defunta. Vero o no, sta di fatto che il mese seguente, in occasione della messa commemorativa tenuta presso la chiesa di St Etheldreda, a Londra, un altro gatto nero fece la sua comparsa, lasciando di stucco i presenti.

Di indole del tutto simile a quella di un felino, Antonia White – pseudonimo di Eirene Botting – fu una delle personalità più enigmatiche e contraddittorie nel panorama della letteratura cattolica inglese del Novecento. Condusse un’esistenza travagliatssima che si risolse in una costante lotta, tra pochi successi e parecchie delusioni, per affermarsi sia come donna che come madre e scrittrice. La stessa White, perennemente sul crinale della depressione, era consapevole dei suoi molti difetti, e se qualche volta avanzò critiche nei confronti di qualcuno, con se stessa fu durissima, non concedendosi mai nessuno sconto. Alle difficoltà caratteriali si associarono pure quelle lavorative: tentò con scarso successo varie carriere nel settore editoriale e in quello pubblicitario, cercando ogni volta di venire a patti con il magro portafoglio.

Nonostante tutto, però, la White seppe anche coltivare una certa leggerezza d’animo che si manifestava soprattutto nella risata facile e nelle brillanti doti di conversatrice; tali caratteristiche le permisero inoltre di stringere durature amicizie e un discreto numero di relazioni sentimentali, queste ultime motivate più che altro dall’inutile tentativo di colmare un vuoto esistenziale venutosi a creare dopo tre matrimoni fallimentari e due figlie che faticavano a rivolgersi a lei come a una madre.

Antonia White con le figlie Susan e Lyndall nel 1939

Il cattolicesimo, a cui la White si era convertita da bambina a seguito della scelta paterna, in quei momenti difficili non le fu di alcun supporto, tanto che nel 1926 la scrittrice decise di abbandonare la pratica religiosa. Ritornò alla Fede solo molti anni dopo, nel 1940, quando, un po’ più serena, seppe riconoscere nella Chiesa, nonostante varie riserve, l’unico porto sicuro nel mare in tempesta della modernità.

Le sue idee religiose, distanti sia da quelle dei conservatori che da quelle dei progressisti, si mantennero comunque piuttosto ambigue, per certi aspetti al limite dell’eterodossia: ad esempio, se la White deprecava la moderna intrusione della psicanalisi nelle questioni dell’anima e gli eccessivi stravolgimenti del “novus ordo” montiniano, allo stesso tempo non mancò di manifestare una profonda simpatia per il gesuita eretico Tyrrell, capofila del modernismo anglosassone, e di intendere la Fede in senso ecumenico, come un qualcosa di aperto e inclusivo.

Sul fronte letterario, i frequenti blocchi creativi di cui soffrì nel corso della vita non le impedirono, per fortuna, di risultare un’autrice discretamente prolifica: scrisse quattro romanzi à clefFrost in May (1933), The Lost Traveller (1950), The Sugar House (1952) e Beyond the Glass (1954) – un libro di racconti – Strangers (1954) – qualche poema, due libri per bambini sui suoi gatti – Minka and Curdy (1957) e Living with Minka and Curdy (1970) – un epistolario in cui viene esposto il suo rapporto conflittuale con la Chiesa – The Hound and the Falcon (1965)un frammento autobiografico – edito postumo nel 1983 col titolo As Once in May – vari articoli e diverse traduzioni dal francese. Tenne pure un diario che col tempo superò il milione di parole, caratterizzato da pagine toccanti, rivelatrici, attraversate da ossessioni e dolori, che costituiscono un testamento umano e spirituale unico, la storia di una donna costantemente impegnata a confrontarsi con lo spettro di una malattia mentale «La bestia», come lei la chiamava che non voleva darle tregua.

“Frost in May”, edizione Virago Press (2006)

Frost in May, il primo romanzo pubblicato dalla White e il suo capolavoro indiscusso, è diventato col tempo un classico della narrativa a soggetto scolastico. La storia parla di Nanda Gray, una bambina di nove anni che viene iscritta dal padre, recente convertito, al collegio cattolico di Lippington, gestito da un ordine religioso. Dopo un processo d’integrazione lungo e difficile, durato diversi anni, Nanda viene infine espulsa con vergogna a causa di uno spiacevole incidente.

Con una prosa che miscela lo stile di Jane Austen e quello del Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, la White si avventura in un racconto narrato dal punto di vista della giovane protagonista, tra l’altro privo di quel lieto fine che caratterizza le tipiche “School Stories” inglesi. Nanda, appartenente alla classe media e novizia di una religione che fatica ancora a comprendere, è destinata a convivere con un perenne senso d’esclusione dato che le sue compagne, per quanto affabili, provengono dalle più antiche e illustri famiglie cattoliche del continente («Il cattolicesimo non è una religione, è una nazionalità», afferma categoricamente una di esse, e pure la madre superiora non manca di sottolineare che «la conversione è una grande grazia, ma il punto di vista cattolico […] non si acquista in una generazione, e nemmeno in due o in tre»). Tuttavia la storia, che attinge a piene mani dall’esperienza realmente vissuta in gioventù dalla scrittrice, non è in alcun modo una critica alla Chiesa, quanto all’autoritarismo e all’eccessiva austerità di un’istituzione scolastica al limite del disumano, che vede con sospetto ogni più flebile passione, incapace di apprezzare appieno i talenti delle proprie pupille: «Lo sai che nessuna indole va bene in questo mondo fino a quando quella volontà non è stata completamente distrutta? Distrutta e ricostruita alla maniera di Dio. Non credo che la tua volontà sia stata distrutta abbastanza, mia cara bambina, vero?».

Antonia White in un ritratto di Cedric Morris (1936)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la White ritrovò la stabilità per scrivere tre seguiti al suo primo romanzo autobiografico. The Lost Traveller, The Sugar House e Beyond the Glass ripercorrono i rapporti dell’autrice, sempre più complicati, con le altre persone e con la propria religione: si inizia con l’abbandono della scuola e il ritorno a casa della giovane protagonista – chiamata ora Clara Batchelor – per finire, nell’ultimo volume, con il suo internamento in un ospedale psichiatrico e il lento processo di guarigione. I libri, seppur caratterizzati da uno stile tradizionale, in alcuni passaggi mostrano punti di contatto con le opere di Bernanos, scrittore particolarmente apprezzato dalla White (al pari del poeta Francis Thompson).   

Anche la gestione della sua eredità letteraria fu particolarmente complicata. Le figlie Susan Chitty e Lyndall Passerini Hopkinson vennero designate come esecutrici insieme a Carmen Callil, fondatrice della Virago Press, la casa editrice dedicata alla narrativa “al femminile” che resuscitò le opere e la fama della White nei suoi ultimi anni di vita (il culmine del successo arrivò nel 1982, quando la BBC mandò in onda una mini serie televisiva in quattro parti, Frost in May, basata sui suoi romanzi autobiografici ). Il triunvirato, com’era prevedibile, non resse a lungo, soprattutto a causa dei diversi giudizi delle figlie nei confronti della madre: il libro di memorie di Susan, Now to My Mother (1985), è infatti un testo altamente emotivo, pieno di rabbia e risentimento, mentre Nothing to Forgive di Lyndall, pubblicato tre anni dopo, si dimostra più bilanciato nei giudizi, parlando di sofferenza ma anche, verso l’epilogo, di redenzione, persino di amore. La rottura definitiva si consumò quando, dopo una causa legale, Susan ottenne il diritto a curare la pubblicazione dei diari materni (i due volumi videro la luce tra il 1991 e il 1992).

Il secondo volume dei diari di Antonia White

Dispute editoriali a parte, a quarant’anni dalla scomparsa Antonia White rimane una delle voci più interessanti della narrativa cattolica dell’ultimo secolo. Per quanto il suo rapporto con la Chiesa fu caratterizzato da costanti alti e bassi, la sua prosa conservò sempre la freschezza di uno sguardo ultimamente positivo sulla vita, degna di essere vissuta indipendentemente dalle molteplici complicazioni che la caratterizzano. Questo, forse, è il più grande lascito della White, il motivo per cui i suoi libri – in particolare quel gioiellino di Frost in May – meriterebbero di essere letti e apprezzati ancora oggi.   

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