Stuprata dai partigiani, oggi accostata a una nota serial killer

Riprendiamo l’articolo di denuncia pubblicato ieri da Pierluigi Ghiggini sulla testata online ReggioReport (titolo originale: “Stuprata dai partigiani, oggi accostata alla Cianciulli: querela ai Teatri. Bufera per la conferenza su Marianna Azzolini e la saponificatrice di Correggio”). Per l’occasione ricordiamo che l’Associazione Pietro e Marianna Azzolini, come ogni anno, sarà presente al nostro 25 aprile radiospadista (link qui). Manifestiamo infine tutta la nostra solidarietà e vicinanza a Laurentia Azzolini per l’ennesima ingiustizia perpetrata nei confronti della sua famiglia e dei suoi affetti, oltre che della verità storica. [RS]

di Pierluigi Ghiggini (immagini originali da ReggioReport)

Fu stuprata, seviziata e umiliata in ogni modo dai partigiani che la fecero prigioniera. Era una donna giovane e bella, colta e affascinante, ma quando tornò a casa aveva i capelli bianchi.

Oggi il nome di questa vittima della violenza della guerra sulle donne, Marianna Azzolini di Vetto, professoressa di liceo a Desenzano sul Garda, morta nel 1989 a 73 anni viene accostato a quello di Leonarda Cianciullila saponificatrice di Correggio, in una conferenza del ciclo Verso sera-Leggere la storia in programma lunedì 17 febbraio alle 18, nel ridotto del teatro Romolo Valli di Reggio Emilia.

L’accostamento alla Cianciulli e alla strage di Legoreccio , compiuta dai nazisti nel 944, ha suscitato la reazione sdegnata di Laurenzia Azzolini, nipote di Marianna e animatrice dell’associazione culturale Pietro e Marianna Azzolini di Vetto e Reggio Emilia, che attraverso l’avvocato e storico Luca Tadolini del foro di Reggio ha presentato querela per diffamazione aggravata a carico del direttore della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Paolo Cantù, e dello storico Mirco Carrattieri incaricato di tenere la conferenza (che fra l’altro coinvolge l’Ordine degli Avvocati col riconoscimento dei crediti come evento di deontologia).

La locandina dell’iniziativa, a proposito della Cianciulli e di Marianna Azzolini, parla di due processi famosi e di ” due vicende molto diverse (in una successiva versione il molto diverse è diventato completamente diverse, ndr.) accomunate però dal fatto di vedere come imputate due donne, e dalla vicinanza cronologica, che ci consentirà di illuminare il difficile contesto della Reggio del 1945 – 1946 e di evidenziare i caratteri e i limiti di una delicata fase di transizione giudiziale”.

E’ significativa la mancanza di ogni riferimento al calvario subito dalla Azzolini, sorella del tenente medico della Gnr Pietro Azzolini, massacrato nel giugno 1944 da un commando di killer partigiani, nonostante avesse salvato dai nazisti il professor Marconi, esponente di primo piano della Resistenza cattolica, e salvato un paio di villaggi della montagna dalla distruzione. Oltretutto la vicenda di Marianna Azzolini è ampiamente nota, anche se sistematicamente ignorata dalla storiografia di sinistra: ad essa ha dedicato un libro Elena Bianchini Braglia, intitolato appunto “Calvario Rosso – Marianna Azzolini, storia di una violenza partigiana“.

Nella querela si legge che “l’accostamento della Professoressa Marianna Azzolini con “Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”, l’assassina seriale di tre donne, di cui sciolse i corpi nella soda caustica, caso criminale tristemente famoso in tutta Italia, cui vennero dedicati anche libri e films, è folle, inopportuno, assurdo, idoneo solo ad offendere nella maniera più grave, cattiva e crudele la reputazione della Professoressa Marianna Azzolini, presentata dagli organizzatori solo con le parole, anch’esse lesive della reputazione, “Marianna Azzolini, accusata di delazione ai nazisti in relazione alla strage di Legoreccio del 1944”.

La professoressa Azzolini, prelevata nel dicembre 1944 dai partigiani, fu sottoposta a processo da un tribunale di guerra (senza neppure il diritto a un difensore) per delazione e condannata a morte: arrivò davanti ai “giudici” stremata e con i segni di interminabili sevizie. Tuttavia la sentenza non fu eseguita perchè “il tribunale non fu unanime”: a essa si opposero i partigiani cattolici delle Fiamme Verdi, i quali sostennero fra l’altro che suo fratello Pietro, se fosse stato giudicato da un tribunale, sarebbe ancora vivo. Fu così consegnata al professor Marconi. E, nonstante tutto, neppure quel tribunale partigiano le contestò di essere la spia della strage di Legoreccio.

Dopo la guerra, nel gennaio 1946 , il processo per delazione con altre 13 persone: la Corte d’Assise Speciale la condannò a 18 anni riconoscendole le attenuanti, ma, come vedremo, scrisse in sentenza che non fu lei l’autrice della delazione su Legoreccio. Nel mese di marzo 1947 la Corte di Cassazione annullò la sentenza in quanto era intervenuta l’amnistia Togliatti. Marianna Azzolini resto segnata tutta la vita, non si volle sposare e si dedicò alla scuola a Desenzano.

LA QUERELA CONTRO CANTU’ E CARRATTIERI

Nella querela depositata dall’avvocato Tadolini si legge in proposito che, dopo l’omicidio a tradimento del fratello avvenuto nel giugno 1944 , “Marianna Azzolini venne a sua volta prelevata da partigiani nel dicembre 1944, seviziata e violentata durante la prigionia, condannata a morte da sedicente tribunale partigiano e salvata dall’intervento di esponenti cattolici”.

Vi si afferma inoltre che “Marianna Azzolini non ha commesso delazione ai nazisti in relazione alla strage di Legoreccio del 1944, circostanza che non venne contestata neppure dal tribunale partigiano nel 1945”.

Inoltre “si contesta che non esiste un “processo illustre” a Marianna Azzolini (famosissimo fu invece quello alla Cianciulli), in quanto la stessa subì un processo insieme ad altri 13 imputati, fra cui altre 5 donne (nella iniziativa si parla solo dell’Azzolini), ma si trattò solo di uno delle centinaia di processi per “collaborazionismo” che si svolsero nell’immediato dopoguerra in Italia ed anche a Reggio Emilia, in questo caso senza risalto di stampa, salvo due sintetici articoli di cronaca”.

L’esposto querela sostiene infine che “non vi è mai stato un processo a Marianna Azzolini con capo di imputazione “delazione ai nazisti in relazione alla strage di Legoreccio del 1944”, come scritto nella presentazione (della conferenza al ridotto del Valli, ndr.), circostanza che non poteva essere ignorata e prova della volontà di ledere la reputazione della Professoressa e della sua famiglia con attribuzione di un fatto specifico gravissimo, che vide la fucilazione di 24 partigiani reggiani”.

“NON FU LEI LA SPIA DI LEGORECCIO”: COSA SCRISSERO I GIUDICI DELL’ASSISE SPECIALE

C’è di più: l’avvocato Tadolini ha rintracciato a Bologna la sentenza di quel processo nella quale, pur nel contesto di una condanna a 18 anni poi annullata dalla Suprema Corte, L’Assise Speciale scagionò la Azzolini dall’accusa specifica relativa a Legoreccio.

Marianna Azzolini, la sentenza del 1946

Nelle carte dell’Assise speciale si legge: “La Azzolini, in ogni conto, si rendeva apertamente confessa in ordine alla attività svolta quale informatrice dell’Upi (Ufficio Politico informazioni), indotta ad accettare l’infame ruolo in un momento di terribile angoscia e di spiegabile depressione psichica, dopo aver avuto notizia della avvenuta fucilazione del proprio fratello dott. Pietro, prelevato dai partigiani e non risparmiato, quantunque benemerito per il contributo dato alla liberazione del prof. Marconi, nobile figura di patriota, arrestato dai tedeschi”.

E sottolineano i giudici della Corte Speciale che “non aveva tuttavia essa fornito (si riferisce a Marianna Azzolini, ndr.) che pochi generici dati sulla situazione delle formazioni partigiane in montagna, e anzi si era prodigata a favore dei prelevati o catturati dalle forze repubblicane o naziste, e agli abitanti della zona di Vetto aveva evitato la iattura della requisizione del bestiame”.

E ancora: “Mai essa aveva segnalato dislocazioni di reparti partigiani; onde non le riconoscevasi responsabilità di sorta nell’eccidio di Legoreccio del 17 novembre 1944non essendo opera sua la lettera dello stesso mese, alle cui indicazioni si era voluto collegare la avvenuta strage”.

La sentenza del 1946, Marianna Azzolini scagionata dall’accusa di delazione su Legoreccio

In sostanza la sentenza del 1946 dell’Assise Speciale, pur condannando la Azzolini, le riconobbe le attenuanti generiche e di parziale vizio di mente per lo choc derivato dall’assassinio del fratello Pietro, e comunque di non essere lei l’autrice dell’informativa che portò all’esecuzione di 24 giovani a Legoreccio. L’anno successivo, come detto, anno dopo la Cassazione annullò la sentenza del processo ai 13 “delatori” – tra cui cinque donne – per intervenuta amnistia.

Non solo. Quel verdetto di 74 anni fa illumina con nuovi elementi tutta la tragica vicenda dei fratelli Azzolini: lui, il tenete medico Pietro, ammazzato dai partigiani nonostante avesse salvato il professor Marconi (e, bisogna aggiungere, dopo aver portato i primi soccorsi del vescovo Brettoni alle famiglie di Cervarolo dopo l’eccidio e l’incendio del paese da parte delle Ss della Goering); lei, Marianna, stuprata e seviziata, poi condannata a morte dai partigiani garibaldini nonostante le persone da lei salvate dai tedeschi, e innocente rispetto alla strage di Legoreccio.

Una sentenza che, riletta oggi fa giustizia delle ricostruzioni bugiarde e reticenti che hanno inseguito la memoria di Pietro e Marianna Azzolini sino ad oggi.

A seguito della querela torneranno a pronunciarsi i giudici a oltre 70 anni dai fatti e dai processi. E chissà che dall’incidente della conferenza dei Teatri – segno della superficialità cui con si affrontano ancora le pagine nere e controverse della guerra civile – non scaturisca una nuova ricerca e un riconoscimento bipartisan della verità.

Resta da capire perché i partigiani comunisti, e i loro eredi, si siano accaniti con tanta virulenza nei confronti di Pietro e Marianna Azzolini. Ma la risposta appartiene a un’altra ricerca, a un’altra puntata.

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