Tradurre e tradire.

di Cajetanus

Altare con le reliquie di San Cirillo (Basilica di San Clemente, Roma)

Molti non se ne ricordano ma la Chiesa Cattolica possiede quattro riti, cioè quattro tradizioni liturgiche maggiori, dalle quali nel corso dei secoli se ne sono sviluppate altre minori. Malgrado scismi ed eresie questi quattro riti sussistono ancora oggi nella Chiesa Cattolica: il rito latino, il rito antiocheno, il rito bizantino e il rito alessandrino. Questi quattro corpi liturgici si avvalgono di numerose particolarità molto diverse tra un rito e l’altro e ognuno di questi riti è regolato da norme antichissime e differenti per le varie operazioni del culto anche se tutti e quattro hanno degli elementi comuni tra loro (come la materia, la forma e i ministri dei sacramenti). Questi riti hanno storie differenti che hanno contribuito a definirne alcuni aspetti; mentre l’occidente latino anche con la caduta dell’Impero Romano si ritrovò comunque ad avere a che fare con dei popoli che, seppur divisi in tribù, principalmente intendevano la lingua latina e si riconoscevano eredi di una certa tradizione giuridica e culturale – quella di Roma – per l’oriente non fu sempre così. Il mondo bizantino, o “romeo” (cioè romano ma di lingua e costumi greci) nel quale il clero di Costantinopoli era inquadrato, conobbe nel IX secolo uno slancio missionario nei confronti dei popoli slavi dell’odierna Russia, popoli che non conobbero il dominio di Roma, la sua lingua (ad occidente il latino e ad oriente il greco), il suo Diritto e la sua religione e che vedevano tutte queste cose come “aliene” e, per il carattere che era loro proprio, tendevano a diffidare di sacerdoti che parlavano una lingua straniera e dagli accenti misteriosi che i più non comprendevano. Queste difficoltà andarono ad aggiungersi agli ostacoli che i missionari si trovarono ad affrontare nel tentativo di far allontanare gli slavi dai loro culti etnici e tribali, come dalle loro superstizioni, in modo da sottrarli all’impero dei demoni.
Al tempo a Roma regnava Papa Adriano II che per risolvere questi gravi problemi acconsentì, confermando la direzione intrapresa dal suo predecessore, di tradurre la liturgia bizantina insieme alle Scritture e alle omelie dal greco al paleoslavo secondo quelli che erano i desideri di alcuni sovrani slavi convertiti. Scrive il Pontefice: “(…) Avete chiesto dunque un maestro non solo a questa sede [a Roma, ndt] ma anche al pio Imperatore Michele: vi abbiamo inviato il beato filosofo Costantino [San Cirillo] insieme a suo fratello non appena è stato possibile. Quando hanno saputo che le vostre terre appartenevano alla Sede Apostolica non solo non hanno compiuto alcun atto contro i Canoni, ma si sono affrettati a riportare a Roma le reliquie di San Clemente. Con molta gioia per questi eventi, ho deciso di analizzare la questione e ho così deliberato di inviare nelle vostre terre il nostro figlio Metodio, uomo di vera fede e molto sapiente, che ho personalmente consacrato [vescovo] insieme coi suoi discepoli, affinché vi insegnasse, con la nostra benedizione, la Santa Messa – che chiamano anche Liturgia – e tutte le sacre Scritture nella vostra lingua natale, assieme col Battesimo così come è amministrato nella Santa Chiesa, come il filosofo Costantino aveva iniziato da voi per le preghiere di San Clemente e attraverso la Grazia di Dio” (Papa Adriano II, Lettera a Rostislav, Svjatopluk e Korcel, Principi degli slavi), così la liturgia del Crisostomo venne tradotta dai due Santi nella lingua paleoslava di cui crearono anche un idioma scritto, prima inesistente.
Dopo questa lunga chiosa possiamo arrivare al punto della questione: questo famoso caso negli ultimi secoli (e non solo) è servito da sponda o da precedente sia a chi ha la mania di tradurre la liturgia e ogni cosa propria del culto in preda ad un razionalismo estremo – ormai spadroneggiante ad occidente come ad oriente – che rigetta con disprezzo ciò che non è di comprensione immediata e diretta come una lingua che non si capisce o un gesto che non si comprende, sia ai nazionalisti che vedono la Chiesa di un Dio trascendente sempre soggetta a categorie immanenti, sottomessa ad uno Stato nazionale o ad un sovrano magari, un particolarismo insensato che oltre ad essere pericoloso per la dottrina per via dei possibili errori di traduzione che nei casi più gravi possono anche rischiare di rendere invalido un rito, risulta anche pericoloso per l’unità dei cattolici che perduto il punto di riferimento più tangibile che la evidenzia si abbandonano ad orgogli nazionali e autocefalie, così che i legami dell’unità si indeboliscono per sottomettere le cose sacre a ragioni profane.
Il caso dei Santi Cirillo e Metodio con gli slavi ci mostra sostanzialmente un’eccezione quasi unica nel corso della storia (operata tra l’altro da santi e filosofi), che dunque in quanto tale conferma la regola: le lingue liturgiche vanno mantenute.
Per concludere quindi, è possibile tradurre una liturgia? Sì. È opportuno e giusto farlo? Molto raramente lo è, come la storia ci insegna. Guardatevi bene da chi sostiene il contrario.

Un commento a "Tradurre e tradire."

  1. #bbruno   18 Febbraio 2020 at 8:58 pm

    tradurre e tradire, ma anche cambiare di sana pianta…Per esempio, di quale originale latino è traduzione: ” ti offriamo questo pane frutto del nostro lavoro…questo vino frutto del nostro lavoro…perché diventito pane e vino di salvezza” ??? E non è roba da poco dire che l’offerta del frutto del nostro lavoro diviene la nostra salvezza, piuttosto che il Corpo e il Sangue del Signore….Questione di traduzione o di sovversione? E poi ci meravigliamo ancora delle simpatie per la Pachamama…

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