di Luca Fumagalli

Pubblicato nel 1934, Una manciata di polvere (An Handful of Dust) è spesso considerato il capolavoro di Evelyn Waugh. Se su un tale giudizio è legittimo nutrire qualche riserva – in questi casi il gusto personale ha un peso non indifferente – di sicuro il libro segnò un punto di svolta nella carriera dello scrittore inglese, fungendo da spartiacque tra i suoi primi lavori, caratterizzati da toni satirici al limite del surreale, e i romanzi degli anni seguenti, religiosamente più maturi (su tutti Ritorno a Brideshead e la trilogia di guerra Sword of Honour). In Una manciata di polvere, infatti, a passaggi ridicoli e grotteschi si alternano pagine singolarmente cupe che, oltre a preparare il terreno alla tragedia finale, mostrano quel nulla che si cela dietro la moderna società secolarizzata, dominata da un umanitarismo laico che, paradossalmente, è in tutto e per tutto disumano: ecco perché Una manciata di polvere può, e ben ragione, essere definito il primo romanzo cattolico scritto da Waugh.

Il libro ha per protagonista lo sfortunato Tony Last, giovane possidente di campagna che si trova costretto, suo malgrado, a combattere contro la nuova barbarie metropolitana rappresentata dall’infedele moglie, Brenda, e dal suo innamorato, John Beaver, uno squallido opportunista, scroccone e nullafacente. Tony è molto legato alla sua famiglia, al figlio John Andrew e alla dimora di Hetton Abbey, un’immensa magione fatta ricostruire dai suoi antenati a metà Ottocento in stile gotico; ma quando Brenda, desiderosa di convolare a nuove nozze, chiede il divorzio, viene privato di tutto. Per stemperare la tensione, Tony decide così di aggregarsi a una spedizione archeologica in Brasile, condotta dal Dr. Messinger, alla ricerca di una mitica città perduta. Purtroppo, però, le cose non vanno come previsto: nell’epilogo Tony finisce per essere fatto prigioniero dal signor Todd, un creolo analfabeta, destinato a leggere per lui romanzi ad alta voce sino alla fine dei suoi giorni (dopo una prima versione del romanzo apparsa a puntate sulla rivista «Harper’s Bazaar», Waugh ne modificò il finale, per renderlo ancora più graffiante, attingendo a piene mani dal suo precedente racconto “L’uomo che amava Dickens”).

Per quanto sia la vittima innocente di una società folle che complotta contro di lui, Tony non è privo di colpe. Sciocco e immaturo come tutti gli eroi di Waugh, eccelle nella poco nobile arte di non capire mai nulla: sbaglia grossolanamente nei suoi giudizi, nelle sue previsioni, nella valutazione morale e intellettuale del prossimo. Incapace di affrontare il caos che sta montando poco alla volta intorno a lui, si rifugia nel suo anglicanesimo conformista, senza peraltro ricavarne alcuna consolazione. Anche quando il figlio muore accidentalmente per una caduta da cavallo, la vicinanza del vicario non fa altro che infastidirlo: «Dopo tutto parlare di religione è l’ultima cosa che uno desidera in circostanze simili». A rendere ancora più inquietante la situazione contribuisce l’atteggiamento di Brenda, visibilmente sollevata quando scopre che a essere morto non è l’amante, come aveva invece pensato in un primo momento: «Aggrottò le ciglia, senza capire subito quello che Jock stava dicendo: “John… John Andrew… io… Oh sia ringraziato Iddio…” Poi scoppiò in lacrime». Un equivoco che manda un brivido di freddo lungo la schiena e che apre le porte alla seconda parte del romanzo, sempre più apocalittica. 

L’unico vero rifugio per Tony è Hetton Abbey, il suo tempio personale, il suo piccolo regno: «Non rispondeva del tutto alle moderne idee di comfort; ed egli aveva in mente tanti piccoli miglioramenti da effettuarsi non appena finito di pagare le tasse di successione. Ma l’aspetto generale e l’atmosfera del luogo […] costituivano per Tony un’inesauribile sorgente di piacere e di giubilo; cose dolci alla memoria, e che egli era orgoglioso di possedere». Naturalmente alla modaiola Brenda la casa non piace, preferendo piuttosto trascorrere le sue giornate nel piccolo e scomodo appartamento londinese, ottimo, tra l’altro, per intrattenersi indisturbata con John. Grazie alla signora Beaver, l’avida e opportunista madre del suo amante, in un estremo tentativo di venire a patti con un luogo che detesta, tenta pure di ammodernare una delle stanze di Hetton Abbey, ma il risultato è così squallido che dopo il divorzio Tony riporta immediatamente il locale al suo aspetto originario.    

La dimora della famiglia Last, al pari della Brideshead dell’omonimo romanzo e della altre case signorili che compaiono nei libri di Waugh, è il simbolo di un’ “età dell’oro” irrimediabilmente perduta, di una Gerusalemme di Fede e virtù – specchio di quella celeste – che non ha nulla a che spartire con la meschina modernità, ormai ridotta, dal punto di vista dei valori, a una manciata di polvere (come recita il titolo del libro, una citazione tratta, non a caso, da La Terra desolata di Eliot, opera che in fondo affronta la medesima questione).

Tutta risate finte, dialoghi al limite del follia e grandi bevute, la Londra descritta da Waugh è un girone infernale abitato da imbecilli, fatto solo di egoismi e ridicole mode passeggere (come la cosiddetta “dieta alfabetica” o la presunta indovina che predice il futuro leggendo la pianta dei piedi). Il disgustoso e il comico si alternano a ritmi crescenti, evolvendo, pagina dopo pagina, in un dark humor che sembra non lasciare spazio ad alcuna redenzione possibile.

Hetton Abbey, sebbene sia un ex monastero convertito in abitazione ai tempi della Riforma – e in questo aspetto riecheggia qualcosa della degenerazione sociale e morale dell’Inghilterra degli anni Trenta – rimane comunque il simbolo di una società desiderabile, basata sulla tradizione e su un sano desiderio di eternità che ha nel mondo le sue radici ma non il suo fine. Dunque tutto il contrario di quel presente che arriva infine a turbare anche l’ingenuo Tony, nel frattempo impegnato a fingere una relazione extraconiugale solo per poter concedere il divorzio a una moglie verso cui prova ancora un’ottusa devozione: «Viveva in un mondo improvvisamente sconvolto; era come se tutto il ragionevole e decoroso ordinamento delle cose, e l’insieme di quanto aveva appreso per esperienza e per studio a considerare come possibile, fosse diventato un oggetto senza significato né importanza, dimenticato da qualche parte sulla tavola della toletta; nessuna situazione, per quanto assurda, in cui potesse trovarsi, nessuna nuova pazzia avrebbe aggiunto un atomo al caos universale che gli strideva agli orecchi».

Ogni cosa è fagocitata dal nichilismo di un universo amorale; persino Brenda rimane sola, abbandonata da un Beaver che se la sta spassando in America in compagnia della madre (d’altronde la stessa Brenda non sa nemmeno perché si è innamorata di lui dato che è la prima a trovarlo del tutto privo di qualità). Intorno a loro si muove una mandria di sradicati che affoga i dispiaceri nell’alcol e che tenta inutilmente, con vestiti sgargianti, trucco esagerato e atteggiamenti sofisticati, di riempire quel vuoto interiore di cui, in verità, non sono nemmeno consapevoli. Il disgustoso appetito del grasso Reggie, il cane ingrato di Marjorie e l’ingenuità del Dr. Messinger, facilmente beffato dagli indigeni, sono il perfetto corollario di una fiera delle vanità destinata a collassare su se stessa.

Nonostante Una manciata di polvere – da cui è stato tratto un omonimo film nel 1988, per la regia di Charles Sturridge – vanti uno dei finali più oscuri di tutta la produzione di Waugh, c’è ancora spazio per una tenue speranza, quella cioè, citando Teddy, «di poter un giorno riportare Hetton allo splendore di cui aveva goduto ai tempi del cugino Tony» o, fuor di metafora, di fare marcia indietro, di riappropriarsi dei gloriosi valori cavallereschi del passato e di restituire così all’uomo la sua perduta dignità.