Una notte di Maggio: una novella sulla Guerra civile

di Piergiorgio Seveso

Ciapa un poeu de pan e furmacc!1, Angelo prese quel poco di cibo che il contadino, impietosito, gli dava una volta al giorno. Da quanti giorni era rinchiuso incatenato in quella specie di stalla?

Tre, forse. E che giorno era? Forse il primo Maggio: la mattina aveva sentito la banda musicale che suonava “Bandiera rossa”, quella che fino a poco tempo prima suonava “Giovinezza”. In paese si era fatta festa.

Lui no, lui non poteva. Un po’ pesto, con una lieve ferita d’arma da fuoco al braccio, con una divisa lacerata, lui la guerra l’aveva persa veramente, l’aveva persa completamente e nel peggior modo possibile. Diciannove anni, Brigata nera, era stato fatto prigioniero col suo reparto e il suo comandante, il tenente Gianminola, pochi giorni prima.

La resa era stata concordata tramite il parroco che si era impegnato a trattare per evitare una “battaglia finale” in paese: i “neri” erano stati disarmati, picchiati, come d’uso, e poi divisi in vari casolari della zona. I partigiani, fazzoletto e bracciali rossi, vecchi fucili a tracolla, montavano a turno la guardia. Qualcuno ogni tanto entrava a vedere il prigioniero, qualcuno insultava, qualcuno guardava in silenzio e scuoteva la testa, qualcuno minacciava.

Angelo era ormai entrato in quello stato d’animo in cui le cose che si succedono sembrano riguardare gli altri e non noi: dormiva oppur fissava i vari particolari della stalla che ormai conosceva a memoria oppure pensava.

Quella sera la guardia era nuova: entrò incerta nella penombra, era giovane, almeno pareva.

Angelo alzò lo sguardo un po’ rassegnato e fissò il nuovo venuto, gli sembrava familiare. Anche l’altro pareva mostrare un interesse diverso rispetto agli altri carcerieri: “Angiul, te me conoset no? A sunt ul Peder di Galinun2 – disse il partigiano.

Era Pietro, l’amico Pietro, erano forse quattro anni che non si vedevano, da quando si era trasferito a Cantù con la famiglia.

Se non fosse stato incatenato, Angelo sarebbe andato ad abbracciarlo, ma poi, quasi ricordandosi per un attimo di essere prigioniero, rispose con la prima frase che gli veniva in mente: “Ciau, Pierin, cumè te stee?3. Una frase banale, quasi senza senso in quel contesto, come se si fossero salutati il giorno prima. L’altro, felice e veramente stupito al contempo: “Mi stu ben ma ti cumè che te fa a finì cun sti asasin e delinquent de la Brigada nera?”. “Sempar mej che andà cun chi bastart di comunista”4rispose Angelo, con lo stesso sguardo sprezzante e beffardo che aveva da ragazzino, ma poi ebbe un attimo di certezza, pensando che di fatto aveva insultato un uomo armato che lo teneva sotto tiro. Pietro, però, subito gli rispose senza scomporsi: “Nunc sem de la part di puaritt, di lavuradur, di paisan, ti invece te steè cui padrun e cui tudesc5.

Va là, bazola, specia’l comunismu che al te daa i danèè. Mi ghe credi al fascio: la nostra rivoluzione sociale non si può fermare6.

L’ultima frase che Angelo scandì in italiano, non sapeva esattamente che cosa volesse dire e cosa comportasse: l’aveva sentita dire un mese prima all’ultimo discorso pubblico del Federale e gli era rimasta in mente. Non sapeva cosa volesse dire, ma sapeva solo che ci credeva.

A volte, quando una discussione tra amici arriva ad un punto di rottura, inavvertitamente, ma quasi per un tacito accordo, si cambia di punto in bianco discorso: avvenne anche in quel momento.

Pietro interruppe il discorso, dicendo: “Te set che l’altar dì a gu vist ul Pepin d’Inverich?7. Giuseppe era un altro dei loro amici storici: la discussione si spostò ad un tratto su di lui e iniziò, così, tra loro una serie di “Te se regordet?8, quasi una carrellata degli episodi più divertenti della loro adolescenza. Erano quasi due ore che parlavano. Pietro, quasi senza pensarci, si era seduto a parlare di fianco a lui, appoggiando il fucile di lato. Nemmeno per un momento pensò che Angelo potesse aggredirlo o approfittare in qualche modo della situazione, nemmeno per un momento Angelo pensò di chiedere all’amico: “Fammi scappare, lasciami andare!”. Ad un certo punto siudirono voci da fuori, più uomini, qualche comando concitato. Pietro balzò di scatto e riprese fucile e posizione da guardiano. La porta si aprì bruscamente: entrarono il comandante della brigata partigiana, e il ragionier Monti che voleva farsi chiamare Spartaco, ma che tutti i suoi compagni continuavano a chiamare “ragioniere”, e altri tre o quattro che Pietro non aveva mai visto.

Ordine del CLN di Como. Tutti i prigionieri devono essere tradotti in città”, disse il ragioniere con voce un po’ alterata, come di chi debba darsi un particolare tono di fronte a sconosciuti o superiori. Le facce, i modi, persino il modo di portare le armi degli sconosciuti, facevano pensare a tutto, fuorché ad un trasferimento.

Angelo ebbe paura, un’enorme paura, ripensò alla sua famiglia, quasi stava per mettersi a piangere, ma poi pensò che a quelli lì non avrebbe mai dato una soddisfazione simile. Si levò in piedi, ritrovò lo sguardo strafottente di sempre e disse chiaro: “Demm, a sum prunt!9. Guardò solo per un istante Pietro che stava un po’ discosto dal gruppo. Pareva quasi gli dicesse: “Adess u da andà, ma quant se vedum, a riprendum la discusion!10. Anche Pietro lo guardò.

Se ne andarono così, nel buio di una notte di maggio.

Verso l’alba, Angelo e sette dei suoi commilitoni furono fucilati al muro del cimitero di un paese vicino, dove mesi prima alcuni partigiani erano stati fucilati. Quest’ultima vicenda, però, non c’entra con la storia che abbiamo raccontato.

Si ringrazia J. Bresolin e Ippolito per la collaborazione grafica.

1 “Prendi un po ’ di pane e formaggio”.

2 “Angelo non mi riconosci? Sono Pietro di Galinun”. Le vecchie famiglie nei paesi rurali della Brianza avevano sempre un soprannome dialettale distintivo.

3 “Ciao Pierino, come stai?”.

4 “Io sto bene ma tu come hai fatto a finire con questi delinquenti e assassini della Brigata nera?”” Sempre meglio che andare con quei bastardi dei comunisti”.

5 “Noi siamo dalla parte dei poveretti, dei lavoratori, dei contadini, tu invece stai coi padroni e coi tedeschi”.

6 “Lascia perdere, stupido. Aspetta il comunismo che ti da i soldi”.

7 “Sai che l’altro giorno ho visto il Peppino di Inverigo?”.

8 “TI ricordi?”.

9 “Andiamo, sono pronto”.

10 “Adesso devo andare ma quando ci rivediamo, riprendiamo la discussione”.

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