A peste, fame et bello – Una meditazione sulla calamità presente

Riprendiamo una pungente meditazione di Cesare Baronio (opportuneimportune.blogspot.com) che more solito coglie nel segno.

Nonostante siano ormai decenni che assistiamo alla distruzione della Chiesa da parte dei suoi stessi Pastori – ed in proporzione estremamente più significativa di quanto non avvenga da parte dei fedeli – è difficile non notare nella Gerarchia un atteggiamento a dir poco incomprensibile. O meglio: un atteggiamento che risulta incomprensibile solo se lo si valuta partendo da un presupposto che a mio parere dev’essere riconsiderato. 
Sento molti fedeli e sacerdoti che esprimono forti perplessità e grave dissenso circa l’adozione di una mentalità secolare – laica, direbbero alcuni – nei vertici della Chiesa. Si iniziò a relativizzare la Verità col Concilio, quasi ci si volesse metter nei panni di un ipotetico interlocutore non credente, per spiegargli che per i Cattolici, Gesù Cristo è il Salvatore. Fu proprio con quelle parole che si iniziò a demolire dalle fondamenta la dottrina e la morale, perché chi le pronunciava non riconosceva una verità oggettiva da predicare alle genti, ma una sorta di convinzione personale ed opinabile, pur condivisa – almeno allora – da un numero cospicuo di persone. Così, come all’idolatra doveva esser riconosciuta la libertà di culto, anche al Cattolico si doveva lasciar la libertà di professare la propria Fede, la quale non aveva e non doveva avere alcun diritto né privilegio rispetto alle altre religioni. Ma questo pensiero può avere un qualche senso se lo formula una persona irreligiosa, mentre suona assurdo tanto per l’idolatra che crede falsamente alla validità della sua superstizione, quanto per il Cattolico che professa nella sua pienezza la Verità eterna e unica rivelatagli da Dio. 
Quando la guerra alla Chiesa si inasprì con l’introduzione del divorzio e dell’aborto nella legislazione italiana, i Sacri Pastori non riuscirono a trasmettere ai fedeli la loro giusta opposizione a queste norme inique, perché essa partiva da un presupposto valido – l’oggettiva validità della legge naturale e divina – che però era implicitamente sconfessato dall’accettazione dei principi relativisti ispirati dal Vaticano II, il quale non solo non affermò alcuna dottrina, ma anzi si adoperò per sminuirla, anche col semplice renderla appannaggio dei soli Cattolici, riconoscendo agli acattolici il diritto di professare un credo diverso ed opposto. 
Per lo stesso motivo, i casi di blasfemia e di sacrilegio compiuti in questi decenni hanno sempre trovato la Gerarchia volontariamente disarmata nella protesta dinanzi all’Autorità civile. Quante volte abbiamo sentito Vescovi deplorare la profanazione del Santissimo Sacramento, argomentando che per i Cattolici, nelle specie eucaristiche è presente Gesù Cristo? Quante volte ci hanno detto che per i Cattolici, la Vergine Maria è Madre di Dio? Quante volte è stato detto che per i Cattolici l’Immacolata Concezione è uno dei dogmi più santi e radicati nel cuore dei fedeli? Ma quel per i Cattolici può esser detto dal libero pensatore, dal massone, dall’empio o anche solo dall’ignorante, mentre assume i connotati dell’apostasia in chi quei dogmi professa, o quantomeno dovrebbe professare considerandoli più importanti della sua stessa vita. Le specie eucaristiche non diventano il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore grazie alla fede di chi ci crede, e non rimangono un pezzo di pane e un calice di vino se non vi si crede. E a chi non crede dev’esser detto che è la sua mancanza di fede a non riconoscere una realtà soprannaturale che pur tuttavia non ripugna alla natura. Una madre non crede che la creatura che ha dato alla luce sia suo figlio: lo sa, ne è persuasa, lo sente nelle viscere. E chi non crede che quel vincolo sacro tra madre e figlio sia reale e assoluto non lo rende meno vero. Così la madre che vede il proprio figlio aggredito e percosso non si ribella in nome del fatto che per lei quello è suo figlio, ma perché quello è suo figlio. E per questo una madre è pronta a morire, non perché è una fanatica che si lascia ingannare da una illusione personale, ma perché è un dato oggettivo incontestabile che implica una coerenza profonda e radicale. 
Un’anima che vive di Dio non conosce relativizzazioni, non le concepisce. E se sente offendere la Madonna, se vede profanare le cose più sacre, si sente ferita perché è intimamente unita ad una realtà ineffabile che coinvolge tutto il suo essere. Un sacerdote che trova il tabernacolo violato e il Santissimo Sacramento sparso per terra soffre perché è stato offeso Dio, non perché hanno offeso lui che crede che in un pezzo di pane vi sia Dio. E chiede rispetto prima di tutto per Dio, e solo secondariamente per i fedeli scandalizzati dal sacrilegio. 
Ma dobbiamo andare oltre: il lasciare libera una persona di professare una religione falsa, o di aderire ad un’eresia, rivela non tanto il presunto rispetto nei suoi confronti, quanto il disinteresse sia perché quella professione offende la divina Verità, sia perché abbandona quella persona all’errore e alla dannazione eterna. E se si deve amare il prossimo per amor di Dio, non è concepibile che si possa lasciarlo nell’errore senza nemmeno tentare di istruirlo, ammonirlo, correggerlo. 
Vediamo quindi che nel comportamento della Gerarchia conciliare vi è un atteggiamento rivelatore: da un lato una sostanziale mancanza di Fede, e dall’altro – conseguenza di quella – una mancanza di Carità. Non a caso la stessa parola carità è stata significativamente sostituita con la sua versione edulcorata solidarietà, in cui il bene fatto al prossimo è strappato alla sua causa divina ed al suo fine soprannaturale, abbassandolo a mera distribuzione di risorse materiali ammantata di una pretestuosa condivisione di sentimenti e passioni umane. 
La setta conciliare ha fatto sì che i Pastori, a furia di cercare di rendersi accetti al mondo nella persuasione che quel mondo non potesse capirli, abbiano finito per credere che sia il mondo ad aver ragione, e che la divina Rivelazione sia uno scomodo fardello di nozioni, leggi e precetti che crea solo divisioni. Quindi, se lo scopo è quello di raggiungere una sostanziale pax oecumenica con un mondo nemico di Cristo, è Nostro Signore che va eliminato, senza renderne conto ai fedeli ma indottrinandoli al nuovo verbo mondialista. E questo è stato possibile solo con la connivenza dei Sacri Pastori. I primi testimoni erano ancora formati nei Seminari e negli Atenei preconciliari, ed è stato quindi complesso far loro digerire la rivoluzione. Ma i nuovi, allevati nell’assenza di disciplina e formazione imposta manu militari dopo il Concilio, erano stati educati agli errori del modernismo non tanto e non solo con l’indottrinamento, ma soprattutto insinuando questo relativismo, questa persuasione di esser solo una delle tante voci possibili, priva di qualsiasi autorevolezza se non quella della rappresentatività numerica, a imitazione di quanto avvenuto nel corpo sociale. 
E non è un caso che vi sia, costante, un parallelo tra la vita della Chiesa e quella dello Stato: i metodi usati sono stati e sono tuttora i medesimi, efficacissimi proprio perché chi li persegue ha ben chiara la lotta senza quartiere tra Dio e Satana e ha scelto sciaguratamente di rinnegare la beata servitù del Bene per rendersi schiavo del Male. D’altronde, un abile stratega non si limita ad organizzare le proprie forze militari, ma punta ad indebolire quelle dell’avversario, anche fomentando il tradimento dei generali e la diserzione delle truppe. E quale migliore argomento per abbandonare il campo di battaglia, se non la convinzione di combattere per una causa già persa? 
Ancora una volta si comprende che la causa principale per cui i nemici di Dio hanno tanto successo risiede non solo nell’enorme spiegamento di forze di cui dispongono, ma anche e soprattutto nella desistenza e nella colpevole arrendevolezza dei buoni, che non ritengono loro dovere combattere perché non hanno alcun ideale che li animi. Perché, in definitiva, non credono più. E direi che la loro cooperazione alla vittoria del Nemico è ben poco affidabile, perché è frutto di cortigianeria e difetta di quell’eroismo che rende temibile un esercito. Sono anzi convinto che i paladini della solidarietà e dell’accoglienza saranno i primi a dileguarsi, quando scopriranno che i compromessi non sono loro valsi quell’accettazione che era stata promessa come premio per il tradimento. Finiranno per esser oggetto del disprezzo del tiranno, il quale chiederà loro nuove e sempre più estreme attestazioni di fedeltà fino alla loro definitiva capitolazione. Non basta: i beneficati della nuova religione – parlo in particolare dei maomettani in età militare che vengono accolti dalle organizzazioni caritative cattoliche – lungi dal vedere in essi l’abnegazione di chi opera per amor di Dio, non esiteranno a passarli a fil di spada, considerandoli dei rinnegati. 
Come si vede, siamo all’opposto dell’atteggiamento richiesto al Cattolico, e massimamente al Ministro di Dio, il quale dà la propria vita per Cristo e per i fratelli: non per confermarli nell’errore e abbandonarli alla perdizione, ma per salvarli e renderli coeredi della beatitudine eterna con il Battesimo, facendo di loro nuovi Cristiani che a loro volta predichino il Vangelo, riformino i costumi, ispirino le leggi, diano solidità alla famiglia ed alla società, e nuova linfa alla cultura e alle arti. Loro sì, veri costruttori di ponti, attraverso i quali possano entrare nella Nuova Gerusalemme che è la Chiesa tante creature di Dio, a prescindere dal colore della loro pelle o dalla loro lingua. 
Questo anelito apostolico, disprezzato dal Satrapo di Santa Marta e da lui additato come proselitismo degno delle sette, segue l’ordine impartito da Nostro Signore agli Apostoli, e presuppone la redemptio delle anime, ossia il loro riscatto dalla schiavitù a Satana dopo la caduta di tutto il genere umano col peccato originale. Un peccato che esigeva l’infinita, divina riparazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, al Padre infinitamente offeso dal nostro Progenitore. Solo alla luce della Redenzione il peccato di Adamo diventa felix culpa.
Ma se non vi è bisogno di redemptio, allora non vi è colpa, e il Sacrificio di Nostro Signore è vano, così come inutile è la predicazione a chi, in quanto non colpevole, non merita nessuna punizione e non deve quindi obbedire ad alcun Comandamento di un Dio ch’egli può scegliere tra i tanti o negare tout-court. Ed è questa la vera apostasia della setta conciliare, che tiene insieme un’istituzione nata per essere lumen ad revelationem gentium, senza voler esser più lumen e non avendo alcunché da rivelare alle genti. 
Leggere quindi il comunicato della Conferenza Episcopale Italiana in occasione dell’epidemia del Covid-19 (qui) conferma la triste realtà di una conventicola di eretici e apostati, che dinanzi alla pestilenza chiude le chiese e interdice le Messe, sconcertando anche i fedeli più tiepidi e i chierici più allineati. E lo fa con quel freddo linguaggio asettico che tradisce la convinzione d’esser costoro funzionari stipendiati, burocrati al servizio del potere civile. Un potere che la setta conciliare non ambisce a guidare com’è diritto della Sacra Gerarchia, ma al quale si accoda servile, senza nominare Gesù Cristo né ricordare il dovere dei Governanti di riconoscere l’Autorità somma di Dio, al Quale invocare anche la cessazione dei pubblici flagelli. “La Chiesa che vive in Italia e, attraverso le Diocesi e le parrocchie, si rende prossima a ogni uomo, condivide la comune preoccupazione, di fronte all’emergenza sanitaria che sta interessando il Paese”. Così – come ha giustamente osservato un caro amico Arcivescovo – per rendersi più prossima all’uomo essa si allontana da Dio, e proibisce le celebrazioni in tutt’Italia ancor prima che il divieto di riunirsi in pubblico sia esteso dal Governo. Ma la salute pubblica giustamente tutelata dallo Stato non dovrebbe entrare in conflitto con il dovere di onorare Dio con il culto pubblico, tant’è vero che la Conferenza Episcopale Polacca, per evitare il rischio di contagio, ha disposto che al contrario le Messe si moltiplichino, in modo che a ciascuna di esse partecipino meno fedeli. 
Oltre ai cortigiani conniventi con il Leviatano, tuttavia, ci sono anche i veri reprobi, i malvagi che consapevolmente si adoperano per l’instaurazione del regno dell’Anticristo, e che credono – eccome, se credono: come il Demonio ha in orrore la Croce e l’acqua benedetta – al valore dei Sacramenti ed alla potenza della Santa Messa. Questi iniqui sanno bene quale sia l’efficacia del Santo Sacrificio come mezzo di adorazione, azione di grazie, propiziazione ed impetrazione alla Maestà di Dio, e proprio per questo cercano di impedire quante più celebrazioni possibile. Non sia mai che il Signore si degni di ascoltare i suoi Ministri e faccia cessare la pestilenza, scombinando le carte di chi approfitta del virus per speculare, affossare l’economia di un Paese, forzarne le scelte politiche. 
Ma anche qui, ad esser onesti, dobbiamo riconoscere che i prodromi li troviamo tutti nel Concilio – ceterum  censeo… – laddove si raccomanda di limitare la moltiplicazione delle Messe preferendo la concelebrazione, si vieta la celebrazione di più Messe contemporanee nella stessa chiesa e si inventa addirittura un rito sine populo, da affiancare a quello cum populo, quasi il Santo Sacrificio avesse senso solo se vi assistono i fedeli. Sempre attingendo a piene mani da quel depositum haereseos nel quale hanno rimestato i peggiori eretici.
Per non parlare della devozione e della venerazione alla Madre di Dio, la cui mediazione è in odio ai Novatori, con il falso pretesto di non sminuire la mediazione divina di Gesù Cristo. Così, mentre il popolo fedele invoca l’aiuto della Madre celeste, ci sentiamo accusare d’idolatria nei riguardi della Vergine Santissima, da quegli stessi che piegano il ginocchio all’immondo idolo della pachamama. Viene anzi da chiedersi se il flagello che ammorba il nostro Paese e il mondo intero non sia una pubblica punizione per la pubblica apostasia della Gerarchia, in parte protagonista e in parte spettatrice silente dell’abominazione della desolazione nel luogo santo. 
Hanno invocato la Madre Terra, i fautori della nuova religione: ecco i copiosi frutti delle loro prostituzioni. Noi, che siamo irrimediabilmente rigidi e intolleranti, ripetiamo fiduciosi la preghiera che ci hanno insegnato le nostre mamme: 
Un’ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l’amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.
E così sia.

Un commento a "A peste, fame et bello – Una meditazione sulla calamità presente"

  1. #bbruno   19 Marzo 2020 at 10:49 am

    considerazioni pienamente da condividere con riferimento alla generale apostasia dei “sacri” pastori della nova chiesa da Dio e dal suo Cristo. Ma che peccano di incoerenza là dove ci si lamenta, o ci si scandalizza, della sospensione della Messa e del culto divino in generale, da parte degli stessi.. Perché, proprio in base alle considerazioni fatte, si può pensare che questi “sacri” pastori (che sacri non sono non avendo per loro stessa professione niente di sacro) siano ‘capaci’ di rendere a Dio e alla Vergine Santissima e ai Santi, un culto che sia tale, “santo e immacolato”, e non una deformazione caricaturale, e quindi sacrilega?

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