Coronavirus e neomodernismo

di Giorgio Enrico Cavallo

Quello che più sorprende nella drammatica situazione che stiamo vivendo è l’assordante silenzio della Chiesa. Fa sconcerto vedere Bergoglio che, al termine dell’ultimo Angelus, si è affacciato su una piazza San Pietro semideserta senza dire una parola; come se la Chiesa non avesse più niente da dire. L’Angelus è stato anch’esso surreale, letto nella biblioteca vaticana; poche parole di circostanza per il coronavirus, una preghiera per i profughi siriani. Come se la pandemia fosse poco più che una bizzarria del tempo, un avvenimento accidentale, una piccola penitenza che ci costringe a restare in casa.

Ma la malattia sta assumendo dimensioni tali da non poter essere derubricata ad un piccolo accidente. All’inizio del contagio, quando sembrava un male lontano e confinato alla sola Cina, si poteva pensare che il Coronavirus fosse poco più di un’influenza stagionale; lo si disse anche quando iniziò il focolaio di Codogno, ma adesso no. Adesso la gravità della situazione è evidente, chiunque capisce che i provvedimenti di sicurezza presi dal Governo non saranno una passeggiata, che l’economia ne risentirà in modo traumatico e che, purtroppo, migliaia di persone si ammaleranno o perderanno la vita. Tutti i cattolici in Italia – ma a ben vedere, tutti i cattolici nel mondo – si aspettano parole di conforto da parte del pontefice, dei vescovi, dei sacerdoti.

Eppure, la Chiesa sembra tacere. Non si sono levate voci determinate, coraggiose, dirompenti che possano fare breccia nei nostri cuori impauriti. C’è solo il silenzio, che ricorda il silenzio del deserto nel quale Gesù si ritirò per quaranta giorni. È una quaresima in quarantena: le gerarchie ecclesiastiche tacciono, le Messe sono vietate (grazie al Cielo, a volte continuano sine populo), molte chiese sono chiuse. Questo silenzio è spettrale, fa più paura che il virus: perché da quando la croce di Cristo si è erta sulla nostra penisola, non c’è mai stata una domenica nella quale il popolo non abbia partecipato alle funzioni religiose. Le campane hanno sempre suonato, i vescovi hanno sempre confortato e guidato il loro gregge, i papi hanno svolto la loro funzione di vicari di Cristo; erano esseri umani, più o meno degni (talvolta, indegni…) di succedere a Pietro, ma a memoria non si ricordano papi muti spettatori di fronte alle sciagure dell’umanità. Questo silenzio, che speriamo venga colmato con parole di fede fervida, è sintomatico di una Chiesa che da troppo tempo ha rinunciato a considerarsi il metro di giudizio della Storia; a contrario, l’indirizzo contemporaneo sminuisce sempre più il ruolo della Chiesa, nella quale l’uomo viene sostituito a Dio. Da quando i diritti dell’uomo di rivoluzionaria memoria si sono sostituiti ai diritti di Dio, la Chiesa ha progressivamente cessato di occuparsi di Dio e ha rivolto la sua totale attenzione ai bisogni corporali e sociali dell’uomo. Con il risultato che di Dio si parla pochissimo, che il Nome di Gesù è quasi scomparso dalle prediche; con il risultato che si è persa la consapevolezza di Chi sia Dio, si è annacquata la fede, tutta la teologia è diventata edulcorata. È la Chiesa del prêt-à-porter, la Chiesa del politically correct, la Chiesa dell’uomo che ha preso il posto della Chiesa di Dio. In questa situazione, si comprende l’assordante silenzio nel quale siamo piombati: in merito al virus la Chiesa dell’uomo non può che ripetere le precauzioni prese dall’uomo per combattere la pandemia: «state in casa».

Sarebbe bello sbagliarsi, ma pare che fino ad ora nessun vescovo abbia detto qualcosa in merito alla malattia quale castigo di Dio. I castighi di Dio sono stati estromessi dalla Chiesa dell’uomo, che a malapena ormai riconosce l’esistenza del peccato e che è convinta che Dio perdoni tutti con la misericordina. «A peste, fame, et bello, libera nos Domine!», si diceva un tempo, quando il cristianesimo era vissuto, quando la fede era fede in Dio e non nell’uomo, quando si temeva l’ira di Dio perché si era consapevoli della gravità dei propri peccati.

E i peccati di quest’epoca sono senza dubbio innumerevoli. Milioni di aborti gridano vendetta al Cielo. La dittatura del gender devasta la vita di uomini e donne, si insidia nei ragazzi e perfino nei bambini, li stravolge, li fa cosa altra rispetto alla loro natura, voluta da Nostro Signore. Il meccanismo perverso della Rivoluzione, che da trecento anni sfida Dio allontanandolo dalle nazioni e dal cuore degli uomini con il ghigno beffardo della sfida, può aver trovato in questo flagello una risposta. Ma ancor più, sorprende e impensierisce lo scoppio della malattia nell’Italia dei papi e della Chiesa. Quella Chiesa che allegramente corre verso l’apostasia, che introna Lutero e che elogia la Bonino; la Chiesa nella quale si venera la Pacha Mama e nella quale l’omoeresia arriva fin dentro i palazzi vaticani; la Chiesa ossessionata dal meticciato, la Chiesa dei due papi, divisa da faide, lotte, pugnali e corvi; la Chiesa nella quale chissà quante comunioni sono ormai atti sacrileghi, che feriscono Nostro Signore; la Chiesa del fulmine su San Pietro, emblematico segno naturale per uomini che hanno perso la fede, hanno atrofizzato la propria anima, hanno voltato le spalle a Dio ossessionati dal progresso e dalle sirene della materialità.

Che il coronavirus sia un flagello di Dio per i nostri peccati o sia soltanto un avvenimento slegato da essi, poco importa: Egli lo concede, e pertanto è preciso dovere dei cattolici quello di piegare le ginocchia e pregare. Se qualcosa questa pandemia ci insegna, è che Dio deve tornare prepotentemente Signore della Storia e Signore dei nostri cuori. La serrata delle Chiese ci invita a pregare, ad interiorizzare il nostro dramma di uomini che immeritatamente ed impuramente si accostavano al Suo Corpo. Ma il Corpo di Cristo è ancora là. Nei tabernacoli. Cristo non si è ritirato dal mondo, ma sta a noi meritarlo di nuovo, consapevoli che ogni malattia, ogni crisi economica, ogni devastazione del corpo e della società può essere vinta con la preghiera fervente. Forse, da questa maledizione che ci sta flagellando, ritroveremo quella fede che avevamo perso negli abissi del nostro cuore. Ne usciremo fortificati. Il fatto che questa epidemia ci abbia colpito in quaresima deve essere letto anche come atto penitenziale, nell’attesa di poterci accostare – finalmente – al Suo Corpo meritevoli; nell’attesa che la nostra amata Chiesa, da troppo tempo non più cattolica, apra gli occhi: non sia più incredula, ma credente.

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