Sintesi della 584° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso)

Oggigiorno Giacomo Ca’ Zorzi, in arte Noventa, ha scarsissimo per non dire alcun peso nella pubblicistica storica contemporanea.

Il suo itinerario di pensiero non viene minimamente preso in considerazione dalla didattica, né i manuali dei licei classici, nè i testi di filosofia della storia universitari menzionano Noventa, quasi che si abbia diritto di archiviare la sua concezione nel Museo della storia.

Si aprirebbe dunque un lungo discorso sulla dittatura culturale (dura a morire, refrattaria a cedere le proprie roccaforti) della pubblicistica storica ,con la sua impronta laicista, neoilluminista, secolaristica, che qui non è luogo di portare avanti.

Sta di fatto che essa non considera Giacomo Noventa degno di considerazione, nella misura in cui, dopo l’ esperienza politica e culturale nel “socialismo liberale” e nel “partito d azione”, nè ha preso le distanze e ne ha sconfessato i miti fondanti e infondati.

Giacomo Noventa è stato al contempo uno storico, un politico, un poeta, un filosofo, non con la vena del tuttologo ma come appassionato cultore e testimone.

Nell’ opera “Dio è con noi”, saggio scritto nel1960, poco prima che si spegnesse, Noventa dichiarò di “non essere né un filosofo, né un poeta, né un politico”, difficilmente potrebbe essere classificato, dal momento che egli era al contempo un filosofo, un poeta e un politico.

L’itinerario di pensiero del Noventa fu inquieto e travagliato quanto quello di pochi altri nello scenario del Novecento, anelava alla redenzione, alla difesa della ragione pratica, insomma un’assidua battaglia per una catarsi interiore e storica, per denunciare costantemente il male.

La visione di socialismo patriottico e cattolico cui approdò non fu che l’esito di un itinerario sofferto, tortuoso, travagliato, non scevro di contraddizioni, tutto questo non è indice di opportunismo, nè della volontà di salire di volta in volta sul”carro dei vincitori”; è segno di una coscienza insoddisfatta, incapace di arrestarsi in una posizione di pensiero dogmatica e definita una volta per tutte, il Noventa costantemente avvertiva di dover cercare altrove la redenzione, constatava l’impossibilità di arroccarsi in “punti di non ritorno”.

Itinerario di formazione dunque eclettico, in cui figurano lo storicismo gentiliano e l ‘idealismo crociano, De Maistre, Lenin, il socialismo liberale di Gobetti e perfino la scuola “elitista” di Pareto.

Giacomo Noventa inoltre era stato all’origine mazziniano, aveva esaltato la “religione nazionale e panteista ” del Mazzini, in polemica con Marx , che negava la sussistenza al di là e al di sopra della realtà materiale delle classi dell’idea spirituale di “nazione”(“teopompo”, il termine che Marx aveva dato a Mazzini).

Il Noventa avrebbe esercitato presto (come sostiene Sandro Fontana nel suo saggio “Le ragioni di una rivalutazione di Noventa”, contenuto nell’opera “Noventa, eretico del Novecento”, edito dalla fondazione Micheletti) una funzione di contestazione, per quanto sofferta, della cultura idealistica e di quella marxista, nella misura in cui la versione italiana del marxismo -leninismo era stata mediata dall’idealismo crociano.

Il poeta considerava tanto l’idealismo, quanto l’azionismo e il leninismo inficiati da un pregiudizio ” elitario”, dato che riservano alle sole élites il compito salvifico verso la rivoluzione, quasi che il popolo fosse massa informe destinata ad essere etero diretta.

Noventa valorizza contro questo schizzinoso elitarismo di estrazione idealista ed azionista l’ individualità, la sensibilità popolare dei contadini e degli artigiani in primis. 

La concezione della poesia è un’ altro importante motivo di dissenso nei confronti dell’idealismo gentiliano e crociano.

A giudizio del nostro, la superiorità di una poesia non si valuta in base a meri canoni storicisti; tanto Croce quanto Gentile presupponevano la superiorità dei poeti in linea con le idee filosofiche contemporanee, al passo con i tempi; nulla di più falso secondo Noventa.

Tutti i poeti moderni o contemporanei onorano Dante,  un uomo che percorre attraverso la propria interiorità profonda un viaggio paradigma del viaggio di ogni uomo nella vita”, il disegnatore dell’itinerario spirituale nell’esistenza umana”.

Con l’abbandono della panteista religione civile mazziniana e la scoperta del cattolicesimo, sia pur di un cattolicesimo vissuto da “irregolare” e da “anticlericale”, si accrebbe il livore critico del Noventa verso il razionalismo, l’ideologia illuminista, l’azionismo, il materialismo positivista, con la loro miope e acritica fiducia nel progressismo (superfetazione dell’idea di progresso) e dello scientismo (superfetazione dell’idea di scienza). Come scrive Franco Loi nell’opera poc’anzi citata,”Noventa, l’eretico del Novecento”, era “un poeta consapevole delle difficoltà in cui versa il mondo d oggi, del vuoto che si spalanca alla modernità, cosciente della decadenza della civiltà occidentale”.

C’è peraltro una bellissima poesia in cui Noventa polemizza alacremente con Franco Fortini, che troppo entusiasta del primo Sputnik russo, dava prova di sottovalutare i rischi dell’idolatria scientista.

Volentieri la riporto per la sua imperitura bellezza

In alto, in alto nel ciel

(Dopo il primo Sputnik russo)

In alto, in alto nel ciel

Dove una volta ai miei veci

E anca ai tui, Franco Lattes!

Se mostrava El signor,

Vola una cagna

Poveri veci!

Vardando, o pensando al signor,

I credeva

D’esser fati a so imagine.

E quanti obblighi, quanti doveri,

Superstiziosi,

I leseva

Nel viso del prossimo…

Alegri, dunque, compagni,

Alegro Lattes!

La civiltà occidentale si avvia al declino e all’empietà, nella misura in cui oblia che siamo fatti a immagine e somiglianza del signore, mentre s’ infatua di vacuo progressismo

Opere come”nulla di nuovo” e “principio di una scienza nuova” sono piene di livore critico verso l’ideologia progressista di matrice illuminista, più in generale di quel perfettismo, che accomuna illuminismo, storicismo, positivismo e marxismo.

Noventa non accetta né la divinizzazione della storia, né il miope ottimismo di queste filosofie, postulati sempre un telos trionfante.

Con pessimismo di sapore in parte romantico, il nostro afferma che se non vi è una Divina provvidenza a suo fondamento, la storia rivela tutta la sua vanità e discontinuità, la natura umana rimane identica, la visione del Noventa era chiaramente antagonista rispetto alla crociana propaganda culturale dominante, con il suo vacuo ottimismo storicistico.

Giacomo Noventa fu in qualche modo un outsider, come Augusto Del Noce, rispetto alla cultura dominante storicista crociana ma lo fu altrettanto rispetto alla cultura azionista, la cui egemonia a partire dal primissimo secondo dopoguerra aveva soppiantato la prima , aveva presso la “scuola Torinese” il principale centro di irradiazione e in Norberto Bobbio uno dei massimi esponenti.

Era luogo comune presso l”antifascismo azionista” l’idea del fascismo come ” errore contro la cultura”; nonché l’idea che l’antifascismo potesse coerentemente realizzarsi solo come ” socialismo liberale”, dato che i fascismi avevano al contempo combattuto liberalismo, democrazia e socialismo, mantenendo e radicalizzando l’equazione crociana tra liberalismo ed immanentismo; l’antifascismo poteva concretizzarsi solo come progressiva lotta contro la Chiesa, secolarizzazione dei beni ecclesiastici, propaganda anticlericale.

Rispetto al primo punto, Giacomo Noventa e Augusto Del Noce furono ” voci fuori dal coro” nella galassia intellettuale dell’antifascismo; anziché “male assoluto” ed “errore contro la cultura” il fascismo era in realtà un”errore della cultura”, al punto che fascismo ed antifascismo azionista ,”fratelli nemici” avevano entrambi le radici nella “Voce” ; se il fascismo aveva realizzato soltanto un” totalitarismo a metà”, grazie alla forte incidenza della Chiesa cattolica che aveva preteso dal regime margine di autonomia nell’educazione della gioventù, azionismo e gramscismo aspirarorono alla realizzazione di un totalitarismo perfetto e conseguente, il cui esito doveva essere l’espunzione di ogni traccia di cultura cattolica in Italia .

Nella triade” socialismo”, ” patriottismo”, cattolicesimo si sintetizza la visione comunitaria del Noventa e il suo rifiuto tanto dell’individualismo borghese, quanto del radicale secolarismo che permeava la concezione azionista.

Ora la fase conclusiva del mio rapporto sarà concentrata sulla disamina della natura del cattolicesimo del Noventa.

Sì può sostanzialmente concordare con la tesi di Mavi de Filippis (“Noventa, eretico del Novecento, pgg 60-61) secondo cui nella visione noventiana convissero ” diversi cattolicesimi”; indubbiamente Giacomo Noventa fu un cattolico irregolare.

Rifiuto’ una fede inquadrata nel magistero tridentino, tanto più che in gioventù aveva prediletto lo pseudonimo di”Emilio Sarpi”, da irregolare e disobbediente inseguì costantemente un ” cattolicesimo senza clericalismo” che assurgesse a dottrina della chiesa universale, con richiami a De Maistre e al contempo con qualche concreto rischio di sincretismo ecumenico.

Ravvisò sempre nel”clericalismo” una deriva del cattolicesimo e di tutte le confessioni, perché lo ” spirito clericale” ritiene che la guida del clero sia non necessaria ma per se sufficiente, di conseguenza il popolo dei fedeli finirebbe per sentirsi esentato dal professare la religione (Dante, il poeta a lui più caro, ebbe a suo avviso il merito di epurare il cattolicesimo dalle “scorie” del clericalismo).

Il clericalismo, sempre a giudizio del Noventa, ridurrebbe il cattolicesimo a “instrumentum regni” e il partito-chiesa non sarebbe meno ideologico di qualsiasi altro. Al contempo, Giacomo Noventa fu alacremente antiprotestante, al punto da ironizzare su quanti avessero nostalgia di una riforma luterana in Italia; nella visione cattolica del Noventa si configurarono rifiuto del virtuosismo e farisaismo protestante, dell’ umanitarismo dolciastro e compassionevole , dell’oscurantismo “clericofascista”.

Lo stato poteva essere laico solo nella misura in cui accettasse di fondarsi sui principi della dottrina cattolica universale, ché diversamente il potere politico si sarebbe fondato sulla statolatria e indebita autodivinizzazione .

È palmare che la concezione cattolica del Noventa sia a tratti fumosa e non facilmente definibile, tanto più è facile enucleare le sue negazioni (virtuosismo, filantropia, clericalismo), quanto più è arduo ricostruire i caratteri definitori della sua “chiesa universale”.

In ogni caso Giacomo Ca’Zorzi, in arte Noventa, non merita l’oblio da parte della contemporanea pubblicistica storica e filosofica e io mi sono ripromesso , lungi dall’aver fatto i conti con la sua visione in modo esaustivo, studi più approfonditi.