Sintesi della 583° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus.

Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso)

“Pensare la storia” di Vittorio Messori, opera edita per le Paoline nel 1992, non può essere considerata pezzo di antiquariato, è opera fondamentale per una legittima decostruzione di quella “leggenda nera” della storia della Chiesa che la storiografia laicista e neoilluminista (imperante prepotentemente nella pubblicistica e nella didattica) avalla impunemente.

Vittorio Messori menziona un pentito frequentatore delle logge massoniche, Leo Moulin.

Egli, profondo conoscitore della storia del medioevo e grande ammiratore degli ordini monastici e cavallereschi, non condivide il livore anticlericale che imperversa nella storiografia laicista (con questo è probabile che non abbia conseguito il dono della fede e che non abbia superato l agnosticismo originario).

Queste le profonde considerazioni che Messori condivide

“Il capolavoro della propaganda anticristiana è essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza: a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna per la loro storia.

A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’ hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo”.

Ma in fondo, una volta tramontato il Medioevo, superficialmente connotato come l’era dei”secoli bui”, è fondato asserire che ciò che è venuto in seguito sia campione di bellezza, progresso, razionalità?

In una mattina qualunque degli anni 90′ nella metropoli milanese imperversano ira, individualismo, atomismo sociale, dozzinalità’, turpiloquio, squallore morale ed estetico.

Non è forse da rimpiangere lo spirito comunitario che aveva segnato la civiltà medievale?

Messori osserva con amarezza (lui che è ascrivibile non tanto al tradizionalismo cattolico, quanto alla galassia dei conciliari conservatori) che dopo il Vaticano II le statistiche sulla percentuale di battezzati e di coloro che , pur avendo ricevuto il dono del battesimo, hanno perseguito sulla via integrale dell’ossequio alla chiesa cattolica, sono veramente deprimenti.

A destra e a sinistra, l’escatologia viene riposta nella dimensione terrena, politica, non​ più nella patria celeste.

La salvezza verrebbe dal candidato che avesse vinto le elezioni politiche, egli sarebbe foriero della salvezza per la nazione.

Osserva Messori:

“Lui ha aperto una breccia nel muro del mondo e della sua cronaca: una feritoia da cui giunge ossigeno e dalla quale sbirciare verso l’infinito e l’eterno”.

Ma per chi abbia veramente a cuore la scala di valori del Vangelo, non è accettabile attribuire alla dimensione politica potenzialità salvifiche.

Il cattolico non ha bisogno di mendicare la salvezza a destra o a sinistra, la dimensione politica va subordinata nella scala dei valori alla patria celeste.

Questa affermazione non comporta un’ astensione dei cattolici dalla vita politica, recarsi alle urne è un atto benemerito, un dovere civico.

Ma coloro che anelano alla patria celeste si guardano bene dall’attribuire potenzialità salvifiche al vincitore della campagna elettorale, la sfera secolare della politica in nessun caso costituisce il luogo in cui riporre antidoto ed escatologia al male morale e terreno.

Il luogo comune della storiografia laicista secondo cui colui che afferma la trascendenza si trincererebbe in una posizione di fanatismo od oscurantismo è facilmente smontabile. Infatti egli subordinerebbe senza misconoscerla, la dimensione orizzontale e secolare a quella verticale ed eterna.

“Barriera culturale” “trincea culturale”, settarismo sono invece aspetti negativi di una posizione agnostica e laicista, nella misura in cui essa espunge dal proprio ambito di considerazione l’eterno.

Vittorio Messori, nel suo “Pensare la storia”, con pazienza e scrupolosa indagine, ci offre un’accurata fenomenologia della​ secolarizzazione in corso, ma anche una decostruzione della “leggenda nera” che riduce la storia della chiesa cattolica a una sommatoria di crimini e persecuzioni dettate dall’oscurantismo.

Sul colonialismo, sull’evangelizzazione del terzo mondo, sul rapporto fra questi due aspetti, la pubblicistica laicista (ma spesso anche cattolica progressista post conciliare) ha perseverato con le sue illazioni infondate; ma per quanto infondate, “a forza di essere ripetute, hanno assunto lo statuto di verità intoccabili,sono divenute evidenze che non si discutono più. Da ipotesi si sono trasformate in certezze, dispensate dall’esaminare i loro fondamenti alla luce della realtà e della storia”.

Sono riflessioni del professor Valere Neckebroecke, antropologo e storico delle missioni , che Messori condivide pienamente.

Le aspirazioni anticonformiste di questa storiografia progressista oggi sono evaporate; essa si è tradotta nel più becero conformismo? L’evangelizzazione del continente nero e di quello asiatico non ha prodotto frutti soddisfacenti per il fatto che i missionari sarebbero stati condizionati dagli interessi economici ed imperiali degli stati coloniali e neocoloniali? Si tratta di un’ argomentazione infondata, le difficoltà che hanno incontrato i missionari cattolici sono state molte ma non necessariamente ascrivibili a una subordinazione dell’opera di evangelizzazione agli interessi della potenza”neocoloniale”.

L’opera missionaria non sì è svolta in correlazione con i disegni di business delle multinazionali, per lo più ha proceduto indipendentemente.

Oggi anche lo storico laicista e anticlericale più incallito dovrebbe convenire che la concezione del medioevo come “Era dei secoli bui” è puramente infondata, dovrebbe convenirne almeno se intendesse dar prova di onestà intellettuale.

Scrive il Messori: “In mille anni, a partire da Costantino, al cristianesimo era riuscito ciò cui neppure l’impero romano era giunto: unire, cioè, in una stessa cultura con una stessa lingua di scambio non soltanto l’Europa occidentale ma anche quella centrale e nordica. Una rete fittissima di università e, soprattutto, di abbazie, monasteri, conventi, oltre che di diocesi, costituiva la solida impalcatura attorno alla quale si strutturava una vita comune dai bordi lusitani dell’Atlantico sino alle brumose pianure slave. Sulle strade europee si muovevano studenti e professori, mercanti e pellegrini che non conoscevano nè i nazionalismi (con conseguente tentazione di aggressività, se non di razzismo), nè la sensazione di appartenere a culture diverse”.

Era la comune fede nel Vangelo a oltrepassare ogni differenza è per tutti vigeva la”stessa Christianitas”, la stessa “patria terrena” , la chiesa, comune era l’aspirazione alla “patria celeste”. 

Nella pubblicistica cattolica postconciliare è diffusa la tesi secondo cui Martin Lutero avrebbe compiuto un’ opera di palingenesi e di purificazione in seno alla Chiesa; questa tesi è un enormità, Lutero a partire dalla situazione non certo idilliaca in cui versava la Chiesa nel Rinascimento avrebbe approfittato per compiere la sua opera sovversiva e catastrofica, opera poi proseguita dai suoi imitatori; risultato fu la frattura dell’unità culturale e religiosa europea e il precipitare del continente.

In quel”gorgo sanguinoso ” di guerre che lo hanno devastato senza pressoché soluzione di continuità sino al1945.

Non vi riflette lo stesso “cattolico medio”, perché non è stimolato a una riflessione su avvenimenti così remoti; d’altronde, non riflette neppure su ciò che è avvenuto nel secondo decennio del nostro secolo (scorso).

L ‘impero asburgico, vissuto sino ad allora,ha ricevuto costantemente come marchio d infamia, l’accusa di autocratismo e oscurantismo (da parte della storiografia liberale, azionista, più in generale laicista).

Spregiativamente considerando l impero asburgico l’ultimo “brandello” del sacro Romano impero medievale,questa storiografia tendenziosa ha sempre rifiutato un giudizio storico obbiettivo; con Messori occorre convenire, sempre se l’ onestà intellettuale sta a cuore, che “sotto lo scettro di Francesco Giuseppe, imperatore d’Asburgo, convivevano decine di milioni di uomini delle tre etnie, delle tre principali culture della storia europea: germani, slavi e latini. A differenza di quanto sosteneva una propaganda esterna, non era affatto una convivenza imposta dalla forza. Lo mostrarono quattro anni di guerra in cui le armate dell’impero multinazionale combatterono senza sfasciarsi per mancanza di coesione interna.

Che quelle armate si sarebbero ammutinate al primo urto in nome del principio nazionale era l’illusione dell’Italia di Caporetto del 1915. Invece a Caporetto fu travolto l’esercito dei Savoia, non quello degli Asburgo,il quale per giunta a differenza dell Italia era impegnato su due fronti”.

“Pensare la storia” di Vittorio Messori è un’ opera che non può mancare nelle nostre biblioteche, con fondate argomentazioni destituisce di fondamento le impostazioni radical laiciste che hanno contribuito a costruire un “libro nero” della storia dell'”Ancien regime”, della Santa Inquisizione, dell’ Impero asburgico,della evangelizzazione spagnola dell’America Latina.

Certo si tratta di argomentazioni non sempre originali (ad esempio, Messori è stato preceduto da Dumont, per quanto riguarda l’apologia dell’ evangelizzazione degli indios dell’America Latina).

Si tratta di un libro accessibile a tutti, per uno stile espositivo gradevole, scevro di ampollosità, ma al tempo stesso carico di invettive ironiche che comunque non scadono mai al livello dell’attacco personale.

Il limite dell’opera del Messori a mio avviso (absit iniuria) è una mancata percezione del fatto che i germi della secolarizzazione, la progressiva riduzione del cattolicesimo a “buonismo” o “filantropia dolciastra”, l’assiduo allontanamento dal magistero ecclesiastico tradizionale vanno rintracciati da subito nell’Era postconciliare.

Da allora la “Chiesa cattolica” ha cominciato a belare i suoi “Mea culpa”, a sentirsi in stato di cattiva coscienza per quanto riguarda il suo comportamento storico, quasi che avesse il dovere di farlo.

Questa impostazione post conciliare ha favorito l’ecumenismo sovversivo, l’oblio della dimensione della trascendenza, nonché la progressiva riduzione del cattolicesimo a una sorta di umanesimo integrale.

Vittorio Messori, pur percependo questi effetti negativi, non risale alle loro radici, a tal guisa non comprende che il “pontificato” di Wojtyla è già lontano anni luce rispetto il magistero cattolico tradizionale; Messori si concentra quasi esclusivamente (legittimamente dal suo punto di vista) sulla critica dei casi più eclatanti cattolicesimo progressista.

Quel che si evince chiaramente da ” pensare la storia” è il fatto tangibile che ” in una situazione grottesca e dannosa per tutti, non pochi cattolici hanno ricavato in questi anni un complesso di inferiorità, tanto da cercare di mimetizzarsi per non essere messi nel limbo del sottobosco culturale”. Molto spesso protestando la propria professione di “cattolici aperti”, obliando che la verità cattolica è eterna e non può piegarsi alla storia o all’evoluzione.