I 50 anni della nuova messa: l’enciclica ‘Mystici Corporis’ di Pio XII

da fsspx.news

Papa Pio XII – Eugenio Pacelli – il cui pontificato andò dal 1939 al 1958, combatté vigorosamente contro gli errori moderni che continuavano a diffondersi nella Chiesa ai suoi tempi, nonostante le condanne di San Pio X.

Il principale intervento di papa Pacelli contro il modernismo è l’enciclica Humani generis, datata 12 agosto 1950. Affronta tre questioni principali che hanno agitato il cattolicesimo postbellico: l’autorità del Magistero della Chiesa di prescrivere quello che si deve credere nella rivelazione divina; il valore e il ruolo della ragione; i problemi che la storia e le moderne scienze naturali o fisiche pongono alla Chiesa.
L’enciclica affronta due problemi ancora oggi attuali: 1) le domande che le scoperte della storia e delle scienze naturali pongono alla dottrina tradizionale e le revisioni che possono imporre alla Chiesa ; 2) il relativismo dottrinale per ripristinare l’unità dei cristiani e soddisfare le aspirazioni di un gran numero di cristiani, come dimostrato dai protestanti con l’istituzione del Concilio ecumenico delle Chiese nel 1948.
Pertanto, l’enciclica Humani generis può essere paragonata all’enciclica Pascendi di San Pio X. Pio XII, infatti, ribadisce le convinzioni del suo predecessore, che canonizza quattro anni dopo.
Ma prima di questa condanna delle “false opinioni che minacciano di rovinare le basi della dottrina cattolica”, Papa Pio XII aveva già stigmatizzato le nuove tendenze dottrinali che minavano il cattolicesimo. Si tratta dell’enciclica Mediator Dei che si occupa della liturgia (20 novembre 1947), Mystici corporis che tratta della Chiesa (29 giugno 1943) e Divino afflante Spiritu che si occupa del campo dell’esegesi biblica, uno dei focolai più pericolosi del modernismo (30 settembre 1943).

L’enciclica Mystici corporis

È cronologicamente la prima delle grandi encicliche di Pio XII. È datata 29 giugno 1943, nel mezzo della prima guerra mondiale.

Le circostanze
Durante il periodo tra le due guerre, la teologia del Corpo mistico si sviluppò notevolmente, sotto l’influenza del Vaticano I che aveva usato questo concetto rivelato per designare la Chiesa, ma anche di alcuni teologi che lo usavano per alimentare la loro controversia contro l’istituzione della Chiesa rappresentata dal Papa e dai vescovi. Questa opposizione, che può essere chiamata dialettica, era in linea con la denuncia di San Pio X in Pascendi già nel 1907.
Quest’ultimo descrisse la tensione tra credenza popolare e autorità dottrinale e dogmatica. Questa tensione giustificava i progressi necessari che dovevano essere fatti nell’autorità dell’esperienza dei credenti. Questa idea si diffonde tra i teologi che vogliono vedere la Chiesa evolversi in tutte le aree, specialmente per quanto riguarda la propria comprensione come Chiesa.

Le teorie condannate
L’enciclica condanna “errori gravi” e “opinioni imprecise o totalmente errate”. I primi consistono in un “presunto razionalismo che ritiene come assurdo tutto ciò che supera e domina le forze della mente umana” associato a “un errore dello stesso tipo chiamato naturalismo comune”. Le seconde sono un “falso misticismo che falsifica le Sacre Scritture cercando di rimuovere i confini immutabili tra le creature e il Creatore”.
Il secondo errore tende a ridurre la Chiesa a una società spirituale e invisibile, alla maniera dei protestanti. Il primo vede nella Chiesa solo beni puramente sociali e legali. È così che distingue tra “Chiesa cattolica” e “Chiesa di Cristo”, rifiutando di identificarle. La base dell’ecumenismo moderno è al centro di questo rifiuto. Papa Pio XII mostra nell’enciclica che entrambi i termini devono essere identificati.

La liturgia in Mystici corporis

Durante questa bellissima presentazione della Chiesa, l’enciclica affronta vari punti relativi alla liturgia. Questo è facile da capire poiché un errore sulla Chiesa ha conseguenze in molti settori: dogmatico, spirituale, liturgico, canonico.

Il disprezzo della confessione frequente
La base dell’errore è dogmatica. Alcuni innovatori, che fraintendono l’unione di Cristo e dei fedeli nel Corpo mistico, attribuiscono “l’intera vita spirituale dei cristiani all’azione dello Spirito Santo, escludendo e trascurando la cooperazione che deve essere fornita da noi”.
Certamente, lo Spirito di Gesù Cristo è l’unica fonte di tutta la vita che circola nel Corpo mistico. Tuttavia, c’è bisogno della cooperazione della volontà umana nella santificazione che questo Spirito riversa nelle anime. Negandola, si cade nel grave errore del quietismo, che, secondo la sua etimologia, consiste nella quiete – quies in latino – un riposo completo in cui non abbiamo alcuno sforzo per realizzare la nostra santificazione. Papa Pio XII condanna fermamente un simile errore.
Quest’ultimo ha comportato un errore liturgico: “non dovremmo fare così tanto della frequente confessione di difetti veniali, poiché toglie valore a questa confessione generale [pronunciata durante la Messa] che la Sposa di Cristo, con i suoi figli che sono uniti a lei nel Signore, fa quotidianamente grazie ai suoi sacerdoti prima di salire sull’altare”.
In altre parole, dato che i sacerdoti – e i fedeli che partecipano alla loro messa – confessano i peccati ogni giorno per conto dei membri della Chiesa, non è necessario confessarsi frequentemente, specialmente se non ci sono solo dei peccati veniali da accusare. Pio XII desidera confutare questo errore di origine liturgica, un errore che si troverà dopo il Concilio Vaticano II: “Per un più spedito progresso nel quotidiano cammino della virtù, raccomandiamo sommamente quel pio uso, introdotto dalla Chiesa per ispirazione dello Spirito Santo, della confessione frequente, mercè la quale si accresce la retta conoscenza di se stesso, si sviluppa la cristiana umiltà, si sradica la perversità dei costumi, si resiste alla negligenza e al torpore spirituale, si purifica la coscienza, si rinvigorisce la volontà, si procura la salutare direzione delle coscienze e si aumenta la grazia in forza dello stesso sacramento. Quelli dunque che fra il giovane clero attenuano o estinguono la stima della confessione frequente, sappiano che intraprendono cosa aliena dallo Spirito di Cristo e funestissima al corpo mistico del nostro Salvatore”.

Disprezzo della preghiera personale
Alcuni sostengono che solo la preghiera liturgica pubblica avrebbe un valore reale. Ecco come Pio XII descrive questo errore: “Vi sono inoltre alcuni i quali o negano alle nostre preghiere ogni vera efficacia d’impetrazione, ovvero si sforzano d’insinuare nelle menti che le suppliche rivolte a Dio in privato bisogna ritenerle di poco valore, mentre piuttosto quelle pubbliche usate nel nome della Chiesa realmente valgono come quelle che partono dal corpo mistico di Gesù Cristo”.
L’errore si ritroverà, aggravato, dopo il Vaticano II. Arriverà al punto di pretendere che il sacerdote non celebri da solo in assenza dei fedeli. Ma Papa Pio XII aveva già risposto a questa affermazione: “Ciò è affatto erroneo: poiché il divin Redentore non ha a sé strettissimamente congiunta soltanto la sua Chiesa, quale amantissima Sposa, ma in essa, anche gli animi dei singoli fedeli, con i quali desidera ardentemente trattenersi in intimi colloqui, specialmente dopo che si sono accostati alla mensa eucaristica. E benché la preghiera collettiva, come procedente dalla Madre Chiesa, superi tutte le altre per la dignità della Sposa di Cristo, pure tutte le preghiere, dette anche in forma privatissima, non sono prive di dignità né di virtù e conferiscono moltissimo anche all’utilità di tutto il corpo mistico, in quanto che tutto ciò che si compie di bene e di retto dai singoli membri ridonda anche in profitto di tutti, grazie alla Comunione dei Santi. Né ai singoli uomini, appunto perché membra di questo corpo, si vieta di chiedere per se stessi grazie speciali anche per quanto riguarda la vita presente, serbando tuttavia la conformità alla volontà di Dio: essi infatti rimangono persone libere e soggette ai propri individuali bisogni (cfr. S. Thom. II-II, q. 83, a. 5 et 6). Quanto poi debbano tutti grandemente stimare la mediazione delle cose celesti, è comprovato non soltanto dai documenti della Chiesa ma anche dall’uso e dall’esempio di tutti i Santi”.

Rifiuto della preghiera diretta a Cristo
Un ultimo errore, che proviene ancora dalla liturgia, è di non rivolgere le nostre preghiere direttamente a Cristo, ma direttamente al Padre attraverso Cristo, come fa normalmente la Chiesa nelle preghiere, “dal momento che il nostro Salvatore, come Capo del suo Corpo mistico, deve essere considerato solo come mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tim 2, 5)”. Papa Pio XII risponde: “Certuni infine dicono che le nostre preghiere non devono essere dirette alla stessa persona di Gesù Cristo, ma piuttosto a Dio o all’eterno Padre per mezzo di Cristo, poiché il nostro Salvatore, in quanto Capo del suo corpo mistico, dov’essere considerato semplicemente “mediatore di Dio e degli uomini” (I Tim. 2, 5). Ma ciò non solo si oppone alla mente della Chiesa e alla consuetudine dei cristiani, ma offende anche la verità. Cristo infatti, per parlare con esatto linguaggio, è Capo di tutta la Chiesa (cfr. S. Thom. De Veritate, q. 29, a. 4, c.) secondo l’una e l’altra natura insieme, la divina e l’umana, e del resto egli stesso asserì solennemente: “Se mi domanderete qualche cosa in mio nome, io lo farò” (Io. 14, 14). E sebbene le preghiere sian rivolte all’eterno Padre per mezzo del suo Unigenito di preferenza nel Sacrificio eucaristico, nel quale Cristo, essendo egli stesso Sacerdote ed Ostia, compie in modo speciale l’ufficio di conciliatore, tuttavia non poche volte e persino nello stesso santo Sacrificio, si usano preghiere rivolte allo stesso divin Redentore, giacché tutti i Cristiani devono conoscere e comprendere chiaramente che l’uomo Gesù Cristo è lo stesso Figlio di Dio e il medesimo Dio. Anzi, mentre la Chiesa militante adora e prega l’Agnello incontaminato e la sacra Ostia, sembra che in certo modo risponda alla voce della Chiesa trionfante che canta in eterno: “A colui che siede sul trono e all’Agnello, la benedizione e l’onore e la gloria e il potere per i secoli dei secoli” (Apoc. 5, 13)”.
I neo-liturgisti hanno cercato di trasformare questa condanna a loro vantaggio. Proclamarono, contro ogni evidenza, che l’enciclica era una “grande conferma dei successi del movimento liturgico” (Ferdinand Kolbe, Le Mouvement liturgique). Hanno fatto lo stesso con l’enciclica Divino afflante.
Erano profondamente immersi nelle devianze denunciate di San Pio X: loro rappresentavano il futuro della Chiesa e la gerarchia li avrebbe approvati prima o poi. Sfortunatamente, questo sarebbe successo col Vaticano II.


(Fonti- FSSPX – FSSPX.Actualités – 21/03/2020)

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