Il domenicano che fu maestro di Chesterton: padre Vincent McNabb tra Fede e questione sociale

di Luca Fumagalli

Padre Vincent McNabb

Gli anni Venti e gli anni Trenta furono un periodo difficile per la Gran Bretagna dal punto di vista economico e sociale: il Paese non si era ancora ripreso dalla Prima guerra mondiale – con la Seconda alle porte – e la disoccupazione era alle stelle. A rendere ancora più complicate le cose, i principali partiti non sembravano in grado di offrire alcuna soluzione ai problemi di una gran massa di lavoratori in condizioni sempre più precarie. Ecco perché proprio in quegli anni presero piede nuovi movimenti politici, di posizioni tendenzialmente radicali, quali l’Independent Labour Party, il Communist Party o la British Union of Fascists.

La Chiesa cattolica, allora guidata dal cardinale Bourne, stava conoscendo una seconda primavera culturale: oltre a G. K. Chesterton, Hilaire Belloc e ad altri apologeti di prim’ordine, vi erano mons. Ronald Knox, il teologo più brillante in circolazione, e padre Bede Jarrett, principale responsabile del revival domenicano. Inoltre era stata fondata la casa editrice Sheed and Ward – che introdusse per la prima volta in Inghilterra gli scritti di Jacques Maritain – e Bernard Wall aveva dato il via al periodico «Colosseum». 

In mezzo a questo mare magnum c’era spazio pure per il distributismo, non propriamente un movimento cattolico, ma un movimento in cui i cattolici erano la stragrande maggioranza. Chesterton e Belloc ne erano i principali animatori; i due si erano fatti portavoce di una teoria economica – radicata nella dottrina sociale della Chiesa e lontana sia dal capitalismo che dal comunismo – che aveva l’obiettivo di creare una società giusta, libera e felice attraverso una distribuzione equa dei mezzi di produzione.

Subito dopo il “Chesterbelloc”, i più conosciuti esponenti del distributismo erano l’artista Eric Gill e il domenicano Vincent McNabb.

Nato nel 1868 a Portaferry, un piccolo paese dell’Irlanda del Nord, padre McNabb – al secolo Joseph – con l’ingresso nell’Ordine di San Domenico aveva cambiato nome mettendosi sotto la protezione di San Vincent Ferrer, un religioso spagnolo del XIV secolo che giocò un ruolo importante nella ricomposizione dello scisma d’Occidente. Dopo l’ordinazione sacerdotale, nel 1891, venne inviato dai superiori all’università di Lovanio per perfezionare gli studi e al suo ritorno nelle isole britanniche svolse per qualche tempo l’incarico di insegnante.

Padre Vincent McNabb in un dipinto di Kenneth Green

La sua carriera pubblica, per così dire, ebbe avvio nel 1908 quando, mentre era priore a Leicester, si fece notare per le sue brillanti doti di confessore, predicatore e conferenziere, dimostrando di conoscere molto bene non solo la filosofia e la teologia ma anche la letteratura. Allo stesso tempo iniziò a prendere coscienza della difficile situazione delle classi lavoratrici: in verità già l’anno precedente, in occasione di un ciclo di prediche tenuto presso la cattedrale di Westminster, aveva fatto diversi accenni alla questione, e qualcuno lo accusò addirittura di essere un socialista (molto probabilmente i sospetti dovettero avere un certo seguito se, nonostante la crescente fama, il domenicano non venne mai più invitato ad occupare il pulpito della principale chiesa cattolica inglese).

Nel 1898, prima dell’incarico a Leicester, padre McNabb era stato procuratore al Priorato di Hawkesyard, una casa per studenti nella campagna dello Staffordshire. Fu così che si trovò responsabile della gestione di una fattoria. Al tempo non ne fu particolarmente attratto, ma al suo ritorno al Priorato, nel 1914, come reazione all’abbruttimento dell’uomo moderno, stritolato dalla cementificazione urbana e dalla macchina, vi si dedicò anima e corpo, trascorrendo nei campi dalle due alle quattro ore ogni giorno. Il confratello Ferdinand Valentine, autore della più importante biografia su McNabb, sostiene che Hawkesyard rimase sempre per padre Vincent «un luogo santo, dove, in una visione, vide tutte le cose da una nuovo punto di vista».

Del resto già nel 1911 il domenicano si era avvicinato al movimento distributista scrivendo vari articoli per il «The Eye-Witness» di Belloc, settimanale sostituito in seguito dal «The New Witness» di Cecil Chesterton e infine dal «G.K.’s Weekly». I distributisti, nonostante mal sopportassero il sistema della fabbrica e la produzione di massa, nutrivano gradi diversi di ostilità nei confronti dei macchinari moderni: se Chesterton e Belloc non dedicavano troppa attenzione al tema, per Gill e McNabb, al contrario, si trattava di qualcosa di capitale. Tuttavia per padre Vincent era la terra, per la quale sviluppò una vera e propria mistica, la base di qualsiasi discorso economico e sociale (all’argomento dedicò anche un paio dei volumi più riusciti della sua corposa bibliografia, The Church and the Land e Nazareth or Social Chaos).

Nella creazione della “Guild of SS. Joseph and Dominic” da parte di Eric Gill e di Hilary Pepler, McNabb vide il compimento del suo ideale distributista, quello che lui aveva già tentato di mettere in atto, su scala ridotta, a Hawkesyard. La sua guida fu decisiva nei primi mesi di vita della nuova comunità, stanziata a Ditchling, nell’East Sussex, ma a lungo andare, con l’inasprimento dei rapporti tra i fondatori, il domenicano perse interesse per il progetto: la visione dei giardini e degli orti in stato di abbandono fu vissuta da lui quasi come un tradimento, non avendo mai voluto capire che la Guild era in realtà un’associazione di artigiani e non di agricoltori.

L’unico libro di McNabb attualmente disponibile in traduzione italiana

I rapporti con Pepler si mantennero buoni, mentre con Gill, che nel 1924 aveva abbandonato Ditchling, non mancarono altre occasioni di tensione causate in primis dal fatto che McNabb non tollerava l’ammiccante erotismo presente in alcune opere dell’amico. Questi, come prevedibile, non prese bene le accuse del domenicano, da lui giudicato eccessivamente puritano, ma fino alla fine della sua vita continuò a riverire padre Vincent come l’uomo più santo del suo tempo (un parere condiviso da molti se anche Belloc scrisse, poco dopo la scomparsa del frate, «Ho conosciuto, visto e sentito la santità in persona»; mons. Ronald Knox, che fin dal 1950 chiese di avviare un processo per la beatificazione di McNabb, si espresse più o meno nei medesimi termini: «Ti dà una certa idea di come un santo dovrebbe essere»).

Lo sdegno del domenicano per le difficili condizioni a cui era condannata la popolazione urbana – in particolare di quella capitale britannica da lui ribattezzata ironicamente “Babylondon”, una crasi tra Babilonia e Londra – non modificò in nulla la sua opinione nettamente negativa nei confronti del controllo delle nascite: ciò che lui chiedeva non era infatti una soluzione “di comodo” al problema della povertà diffusa, ma un intervento serio e concreto per migliorare le condizioni delle troppe persone oppresse dell’industrializzazione selvaggia.

A partire dal 1920 padre Vincent prese l’abitudine di recarsi ogni domenica pomeriggio ad Hyde Park, nel cuore di Londra, dove, vicino al celebre Marble Arch vi è un’area denominata “Speaker’s Corner”, il luogo tradizionale dei discorsi e dei dibattiti pubblici, specialmente nel fine settimana. Tutti parlavano di quel domenicano vestito con l’abito bianco e nero del suo ordine – una pratica da tempo abbandonata da monaci e frati quando questi si trovavano in città – che copriva a piedi con i suoi scarponi militari i tre chilometri che separavano il convento di St. Dominic dalla sua tribuna improvvisata, armato solo di uno zaino in cui erano riposti gli unici due libri che recava sempre con sé: la Bibbia e la Summa teologica di San Tommaso.

Tra i più assidui spettatori delle “catechesi di strada” di McNabb vi era un ebreo, Edward Siderman, che al domenicano dedicò nel 1950 un volume il cui titolo, A Saint in Hyde Park, la dice lunga sull’affetto quasi unanime che circondava quest’ultimo.

Padre Vincent McNabb (1940 ca.)

Attore nato e predicatore dal carisma unico, non di rado per spiegarsi il frate ricorreva a metafore, in un linguaggio evangelicamente simile alle parabole. Come scrive Paolo Gulisano, autore dell’unica biografia in lingua italiana dedicata a padre Vincent, «si era anche inventato un personaggio immaginario, “Biddy”, la buona casalinga cattolica, di origine irlandese (Biddy è un diminutivo di Brigid, la santa patrona d’Irlanda), semplice, povera, ma saggia». Alle accuse e alla obiezioni ribatteva ogni volta con documentata tranquillità, smontando i ragionamenti dell’interlocutore, spiegando e facendo chiarezza. «Ogni volta che terminava i suoi discorsi», continua Gulisano, «nel timore di avere colpito qualcuno con la passione delle sue parole, chiedeva invariabilmente scusa: “God bless you all, and I beg your pardon”».

La grande umiltà era una delle qualità più apprezzate di McNabb. Per quanto col tempo fosse diventato una celebrità – complici anche i suoi atteggiamenti poco convenzionali – rimaneva una persona modesta, garbata e dai modi semplici. Una suora scrisse di lui: «Era una sacerdote molto umile, che sarebbe andato fino ai confini della terra per aiutare un’anima». A chi si congratulava con lui per i suoi successi pastorali, non mancava mai di ricordare che l’uomo, senza Dio, non vale nulla: «La verità è che noi salviamo le anime non per quello che facciamo o per quello che siamo, ma solo per ciò che Dio fa e per ciò che Dio ci permette di fare».

Il suo attaccamento al voto di povertà era talmente noto che Dudley Baker, nel suo libro dedicato a Chesterton, scrive erroneamente – ma la cosa poteva essere perfettamente verosimile – che il domenicano si era confezionato da solo la propria veste. Nella sua cella non c’erano specchi, c’era solo un letto, una sedia, qualche quaderno e fogli sparsi ovunque. Padre Vincent non era attratto nemmeno da quei piccoli lussi che lo status di predicatore d’eccezione poteva offrirgli, come brevi vacanze o pernottamenti in hotel sfarzosi, e mai entrò in un cinema o prese in città un mezzo di trasporto pubblico.

Con i confratelli fu sempre rispettoso e neanche una volta gli passò per la mente di mettere in discussione gli ordini dei superiori, verso i quali nutriva un profondo affetto (alla fine del suo sermone in occasione del funerale di padre Bede Jarrett, nel 1934, McNabb iniziò a singhiozzare e poco ci mancò che fuggisse in sacrestia).

La Memorial Window al Priorato di Leicester. Nel pannello in basso a destra è rappresentato padre McNabb.

Il frate si dimostrò un oratore di prim’ordine non solo dal pulpito, ma anche quando era trascinato in dibattiti più concitati: secondo padre Brocard Sewell «egli era uno dei pochi uomini in Inghilterra che poteva confrontarsi con Bernard Shaw sullo stesso piano» e la sua vita fu tutta spesa nella difesa della verità cristiana da ogni attacco ideologico. Ecco perché il suo amore per il Medioevo non era una posa intellettuale, ma la sincera nostalgia per un’epoca in cui i popoli avevano amato appassionatamente la Verità, quella che il ventesimo secolo stava tentando in tutti i modi di soppiantare con il vitello d’oro dello scetticismo. Nel 1935, alla maniera dei pellegrini medievali, tentò pure di fare un viaggio a piedi verso Roma con l’intenzione di rinnovare i propri voti di fronte al Papa, ma i superiori glielo vietarono temendo per le sue già precarie condizioni di salute.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1943, non fu purtroppo possibile celebrare il funerale che padre Vincent aveva pianificato con grandissima cura, mosso dal desiderio di renderlo simile a una sorta di parabola vivente, un “sermone in azione”.

Anche in questi particolari McNabb si dimostrava davvero un frate del tredicesimo secolo finito chissà come nel ventesimo. Il suo motto, «Fai tutto ciò che puoi. Fai a meno di tutto ciò che puoi», era un semplice riassunto degli insegnamenti di Cristo contenuti nel Vangelo, e per gli articoli e i libri che pubblicò – perlopiù raccolte di sue prediche – non utilizzò mai la macchina da scrivere, preferendo coltivare la nobile arte della calligrafia.

Se molti cattolici lo stimavano, erano diversi quelli che, all’opposto, avevano di lui un’opinione pessima giudicando la sua propaganda per il ritorno alla terra e i suoi attacchi all’industria e alla tecnologia al limite del fanatico. Il canonico John Gray, ad esempio, che pur ammirava la vasta cultura del domenicano, considerava la sua battaglia sociale semplicemente uno spreco di tempo.

La tomba di padre McNabb

Eppure quello che il frate andò predicando per tutta una vita è ancora oggi attualismo. In un certo senso fu antesignano del movimento ecologista e pure l’ideale del “piccolo è bello” promosso da Schumacher ha diversi punti di contatto con la sua visione della modernità. Anche l’etica del lavoro predicata dal domenicano, inteso come mezzo per onorare Dio e progredire nelle virtù cristiane, così come la sua visione della Chiesa, madre e maestra dell’umanità, non hanno perso nulla del loro fascino.

Forse Chesterton fu quello che vide più lontano di tutti quando definì McNabb, suo maestro spirituale, «uno dei pochi grandi uomini che ho mai incontrato in vita mia; […] nessuno che lo abbia mai incrociato o visto o sentito lo ha mai dimenticato».

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