di Daniel Luzinschi

Letture per la Quarantena

Meditare la passione e la morte del Redentore è una delle raccomandazioni più insistenti,  presenti da sempre nella teologia e nella spiritualità della Chiesa Romana. Questa prova alla quale  siamo sottoposti e che rende questa Quaresima davvero particolare deve essere uno stimolo ancora più forte che deve spingere coloro che si dicono credenti a mettere in pratica questa pressante esortazione con molto più impegno e con molta più attenzione rispetto ai tempi in cui nel migliore dei casi si era superficiali e si dava per scontato tutto, compresa l’assistenza spirituale della Chiesa ai suoi fedeli.  In questa circostanza diventa profetica la raccomandazione del Profeta Isaia: «Cercate il Signore mentre lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino…(Is 50, 66)». Perché Dio se volesse potrebbe anche voltarci le spalle e avrebbe tantissimi motivi per farlo. Uno tra i tanti è il pericolo di far passare l’idea (consapevoli o meno) che oggi Dio e la fede che Egli richiede come risposta non possano più generare miracoli.

I momenti di grande prova sono quelli che più di ogni altra cosa  dovrebbero far riflettere e indurre a cambiamenti radicali e irreversibili in vista di un autentica Rinascita. In modo particolare la Chiesa con la sua storia bimillenaria nei suoi momenti più controversi ci sta dando sempre la stessa lezione: le persecuzioni, le guerre e le malattie delle varie epoche hanno sempre palesato  la delicatezza, la fragilità e la contingenza dell’essere umano riportandolo alla realistica dimensione di creatura – che non è da sempre e non è per sempre – confermando l’insegnamento più semplice ed evidente di Cristo, degli Apostoli e dei Santi troppe volte sottovalutato e dimenticato: è solo il Cielo a reggere la Terra e mai il contrario!!

«Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”(Gregorio di Nazianzo) ».

     Pensando a questo tema di fondamentale importanza per l’economia della salvezza, e per la vita interiore di qualsiasi persona, spinto dalla mia curiosità e dalla mia immaginazione iperattiva ho sempre cercato di ricostruire nella mia mente le immagini del processo  intentato a Gesù, le figure del Sinedrio che lo hanno interrogato, giudicato e condannato, e magari scavare nelle loro vite e nella loro condotta morale; ricostruire i dialoghi, le risposte di Gesù, immaginare le espressioni dei loro volti, riflettere su tutto il dramma morale e psicologico di questo fatto storico accaduto  due mila anni fa.  

Il libro del quale intendo parlare e che vi voglio raccomandare risponde abbondantemente a queste mie esigenze:  L’assemblea che condannò Gesù Cristo. Storia del Sinedrio che decretò la pena di morte di Gesù  pubblicato nel 1877 ( e ripubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina nel 2006). Anni fa quando lo acquistai ricordo che avendolo tra le mani qualcuno curiosando e facendosi ingannare in modo superficiale dal titolo mi domandò se fosse un libro contro gli Ebrei!? Risposi di no e come spesso capita chi mi fece la domanda non ebbe la pazienza di sentire l’argomentazione della  mia risposta. Ovviamente era un no perché fu scritto da due interessantissime e dimenticate figure, i fratelli Agostino e Giuseppe Lémann (gemelli), francesi di origine ebraica, grandi conoscitori della loro cultura di origine, in seguito convertiti al cattolicesimo, diventati amici del Beato Pio IX e consulenti del Concilio Vaticano I. 

Il volumetto analizza nei minimi dettagli il processo intentato dal Sinedrio ebraico a Gesù con il solo obiettivo di delucidare con franchezza alcuni punti centrali del noto fatto storico. Usando le varie fonti del giudaismo –  che ai tempi di Gesù non era una realtà monolitica e omogenea ma divisa in varie correnti – e le notizie che abbiamo dai Vangeli, gli autori fanno una descrizione molto precisa di ogni singolo membro del sinedrio rilevando anche la loro condotta morale (già solo questo aspetto per motivi di tempo, di sintesi e di ulteriori notevoli spunti di riflessione  merita una trattazione a parte) e dimostrano come il processo e la conseguente condanna furono totalmente illegali mettendo in evidenza 27 violazioni  della legislazione in vigore a quell’epoca presso il popolo ebraico. 

Ci si può chiedere in che modo il breve ma denso scritto e i suoi dettagli tecnici del processo può essere utile alla meditazione spirituale sulla passione del Redentore? Anche solo le  irregolarità giuridiche sono l’ennesimo incentivo per ricordarci che la nostra fede sovrannaturale ha fondamenti storici ben precisi e per intuire e anche quasi percepire la drammaticità della dimensione morale e incruenta della sofferenza (passione) causata a Gesù e ragionare sul silenzio maestoso con il quale affronta queste ingiustizie. Un silenzio maestoso che infonde il sospetto in Pilato, un pagano,  che la persona che ha di fronte fosse veramente il Messia. Gli autori mettono in luce il comportamento paradossale dei membri del Sinedrio che non trattano Gesù come un pazzo, ma lo condannano per motivi religiosi e da esperti quali erano dei testi sacri lo riconoscono implicitamente come Messia rigettando la sua dottrina e soprattutto la sua regalità che li avrebbe spogliati del loro potere e della loro autorità. Lo scritto ci offre elementi interessantissimi e illuminanti per la  ricostruzione di questi fatti storici e del loro significato teologico.

«Gli israeliti conoscono davvero a fondo questa assemblea che venerano ed esaltano sommamente?». 

I due autori parlano dell’ignoranza degli israeliti   a riguardo dovuta a una consapevole imposizione ad opera dei sostenitori dei rabbini. È necessario precisare che le fonti rabbiniche e le fonti greche ( diaspora: Filone d’Alessandria, Flavio Giuseppe, il Nuovo Testamento) usano lo stesso termine per parlare di realtà apparentemente diverse. Prendendo come modello il famoso consiglio dei settantuno istituito da Mosè nel deserto, il Sinedrio (secondo i testi rabbinici) per la tradizione di Israele  è un assemblea composta da settantun saggi (Sanhedrin VII, I) avente la funzione di interpretare la Legge di Israele tendendo in considerazione la tradizione orale e scritta. Quando le interpretazioni di un testo erano divergenti, i rabbini solo dopo aver verificata l’esistenza o meno di un insegnamento precedente sull’argomento ricorrevano ad alcuni tribunali. Dopo averli consultati insieme ai membri dei suddetti tribunali andavano a consultare il Tribunale supremo che prendeva una decisione e definiva la questione. In materia di norme giuridiche che regolavano la vita civile e religiosa dell’ebraismo i pareri del Sinedrio  erano vincolanti per tutto Israele. Ognuno poteva mantenere la propria ermeneutica ma senza la possibilità di insegnarla in pubblico. 

Sia le fonti rabbiniche che quelle greche convengono sul fatto che solo questa assise di settantuno membri poteva giudicare un sommo sacerdote o un falso profeta. Le fonti greche reputano il Sinedrio uno strumento di centrale importanza in materia giudiziaria. Allo stesso tempo esso fa rispettare la legge giudaica perché assume anche il significato di un assemblea specifica davanti alla quale compare un delinquente. Questo concetto non è tanto diverso dall’idea di Sinedrio che si ritrova nei testi rabbinici. Diversi sono i punti di vista. Il Sinedrio (Sanhedrin) aveva il compito di governare tutta la vita giudaica. Questa istituzione era  l’alta corte di giustizia, il supremo tribunale dei giudei (bet din ossia “tribunale” o “casa del giudizio”) instaurata a Gerusalemme dopo l’esilio di Babilonia. 

Per i nostri autori l’affermare che il sinedrio si identificasse con il cosiddetto consiglio dei settantuno anziani  istituito da Mosè è una esagerazione tipica dei rabbini sempre pronti a esaltare le istituzioni davanti alla storia.  Secondo i rabbini e i loro sostenitori il consiglio dei settantuno si sarebbe perpetuato lungo i secoli dell’Antica Alleanza, collocandosi al fianco del potere regale.

Ai tempi di Cristo i membri erano distribuiti in tre camere:

1. La camera dei sacerdoti:  composta unicamente da persone appartenenti al rango sacerdotale, una casta chiusa e ben strutturata con a capo  il “Sommo Sacerdote”. Il sacerdozio in Israele si trasmetteva per via ereditaria e i sacerdoti ordinari erano divisi in 24 classi, ciascuna delle quali assicurava il servizio al tempio per una settimana. Le loro entrate provenivano dalle tasse riscosse sui sacrifici e dalla “decima” prescritta dalla Legge. Disponevano anche delle prebende del tempio che erano sempre più consistenti a causa di numerosissime donazioni provenienti dalla Diaspora. Vanno menzionati i Leviti, ministri subalterni del culto.

2. La camera degli scribi o dottori (della Legge): “Gli uomini del Libro (della Legge)” appartenevano  a varie categorie sociali. La camera degli scritti contava sacerdoti, leviti, anziani e a partire dal III secolo soprattutto  i laici versati nella conoscenza della Legge appartenenti al partito dei Farisei. La loro funzione specifica era l’interpretazione e l’applicazione della Legge. Il loro peso presso il popolo era considerevole a causa della loro preparazione giuridica e della loro conoscenza della Scrittura. Ciò li rendeva indispensabili presso i vari consigli e tribunali.

3. La camera degli anziani: contava le personalità tra le più rilevanti a livello nazionale, la cosiddetta aristocrazia laica.

I nostri due autori appellandosi a  fonti molto precise ci fanno notare come la  composizione dell’assemblea nei tre ordini principali in cui si suddivideva lo Stato giudaico viene confermata da tutti gli scrittori dell’epoca, sia cristiani che ebrei: I sacerdoti, gli scribi, e gli anziani si radunarono per giudicare Gesù(Mt 16, 21; Mc 14,53- 15; Gv 11,47 9; At 4, 5.)  Maimonide nelle Costitutions du Sanhédrin afferma che:nel Sinedrio non potevano esprimere un giudizio se non i sacerdoti, i leviti e gli israeliti degni per nobiltà delle origini di sedersi accanto al ceto sacerdotale.”

Un aspetto illuminante per l’analisi del processo è che questa distribuzione non è mai stata rigorosamente osservata!!! Più di una volta la camera dei sacerdoti formò da sola la maggioranza del sinedrio! Il motivo ci viene offerto sempre dalle fonti citate dai due autori: “I sacerdoti e gli scribi dominavano sull’assemblea perché non avendo ricevuto come gli altri, dei beni  da coltivare e amministrare, essi avevano più tempo degli altri da consacrare allo studio della Legge e della giustizia; per questo sarebbero stati più pronti a emettere sentenze giudiziarie”(ARBABANEL, Comm. Sur la loi) In diversi luoghi nel Vangelo si lascia supporre più volte che la camera dei sacerdoti sopravanzasse su quella degli scribi e degli anziani quanto a numero e a influenza: Matteo 26, 59; Giovanni 11,47. 56, At. 21, 24, 27; 22, 30.

Nei dibattimenti l’assemblea era presieduta da 2 presidenti: Uno portava il titolo di “principe”(nasi) ; l’altro era chiamato “padre del tribunale” e fungeva da vicepresidente. Nell’ assemblea primitiva non fu Aronne il gran sacerdote ma Mosè il presidente. La carica di presidente fu assegnata al più degno! Nel catalogo dei presidenti conservato dal Talmud, molti presidenti non appartengono al clero! Maimonide afferma che :chiunque sopravanzi per saggezza i propri colleghi viene da questi istituito capo del sinedrio”.

Il sommo sacerdote cumulava su se stesso la sovrana funzione del sacrificio e la presidenza del sinedrio. Vi fu anche qualche caso in cui il sommo sacerdote tentò di impadronirsi con la violenza del titolo presidenziale! La fonte dell’elezione dei sommi sacerdoti è stata spesso inquinata e gli effetti si possono intravedere  anche nelle loro decisioni. In più di una vicenda non si fecero scrupolo di accontentarsi, anche avendo questioni di particolare gravità, di appena la metà o addirittura di un terzo dei membri dell’ assemblea. Le questioni più gravi sottoposte al Sinedrio erano quelle in materia di giustizia, dottrina o di amministrazione: “ I giudizi dei settantuno membri vengono convocati quando l’affare concerne tutta una tribù, o un falso profeta, o il sommo sacerdote, quando si tratta di sapere se vi sia o meno da dichiarare una guerra;  … Le attribuzioni del sinedrio erano larghe, era un’assemblea sovrana, il raggio d’azione del sinedrio equivaleva al medesimo potere regale(Mischna).”

Per ciò che concerne il diritto di vita  e di morte il Sinedrio si impose un solo limite: che le sentenze fossero pronunciate solo nella sala delle pietre squadrate (“gazith”): “In tutta la Gerusalemme non vi era che una sala in cui tale verdetto potesse essere pronunziato: “gazith” o sala delle pietre squadrate. Era costruita da grossi blocchi di pietra lavorata e lisci … di gran lusso. Le testimonianze sono unanime nell’affermarlo (rabbi Salomon, Maimonide nel “trattato del Sanhédrin)”. Il motivo che diede luogo a questa singolarità lo si riscontra nel libro del  Deuteronomio: “Quando vi troverete davanti a un affare imbrogliato […] andrete nel luogo che il Signore vi indicherà […] e là compirete tutto quello che vi diranno di fare coloro che presiedono l’assemblea nel luogo indicato dal Signore”(17, 8 – 10)”. Esagerando la portata di questo comando i capi si persuasero che per obbedire puntualmente alla Legge occorresse stare entro “il luogo indicato dal Signore” ogni volta si presentasse un “affare imbrogliato”(in cui era prevista la pena capitale). Ai tempi di Cristo, è sicuro che il costume che circoscriveva l’esercizio del diritto di vita e di morte alla sala delle pietre squadrate acquistò valore di legge;  Perciò sarebbe stato nulla qualunque tipo di sentenza pronunziata al di fuori di quella sala. Questo indizio è importante per l’analisi giuridica del processo intentato a Gesù perché rivela una delle violazioni che per prima salta all’occhio.

LIMITAZIONI DEI POTERI DEL SINEDRIO 23 ANNI PRIMA DEL PROCESSO A GESU

     Nel secondo capitolo del libro  viene sottolineato come ventitré  anni prima del processo a Gesù, il sinedrio aveva perduto il diritto di condannare a morte. La Giudea è stata ridotta a una semplice provincia romana e i procuratori la governavano per conto dell’imperatore Augusto, privando il Sinedrio dello “Jus Gladii” ossia del potere supremo di disporre della vita e della morte di qualunque persona. Era un passo obbligato per ogni provincia romana. E anche in questo caso abbondano le fonti citate dagli autori:

I Romani riservavano a se stessi il diritto dell’uso della spada, trascurando il resto. (Tacito)”

“Una quarantina d’anni avanti la distruzione del Tempio venne tolto ai giudei il diritto di pronunziare sentenze di pena capitale.” Fu per la Giudea un colpo di fulmine dal quale non si ripresero né i contemporanei del Cristo, né la successiva posterità (Talmud di Gerusalemme).”

furono gettati in una desolazione totale”( Rabbi Rachmon).

Noi disgraziati, poiché lo scettro è stato tolto a Giuda, e il Messia non è ancora venuto!( Raymond Martin, Pugio fidei, p. 872, edizione Leipzig ).

Più di una volta provarono liberarsi dalle conseguenze di quel decreto imperiale, cercando di autoconvincersi che se non avevano più il diritto di “far eseguire” le sentenze capitali, essi tuttavia conservano quello di “pronunziarle” in materia religiosa! Nel caso di Gesù Cristo, di S. Stefano e di Giacomo, figlio di Alfeo gli autori parlano di trasgressione della legge romana. Il popolo giudaico era afflitto da quella perdita al fine di lasciar credere che il sinedrio godeva tuttora di quel supremo potere! Cominciarono a mentire a sé stessi dicendo che non sono stati i romani a togliere questo potere, ma la medesima assemblea che ritenne doveroso privarsene:“Abbandoniamo per qualche tempo il luogo delle sentenze, e riuniamoci nel frattempo altrove, in modo da non dover essere costretti ad applicare quella norma.” 

     A questa spiegazione fu aggiunta con grandissima abilità un’altra : “ I membri del sinedrio avrebbero preso la risoluzione di non pronunziare alcuna sentenza capitale finché il suolo della Giudea si fosse trovato sotto il potere dei romani e la vita dei figli d’Israele minacciata da quella presenza”. 

 “Inviare all’ultimo supplizio un figlio d’Abramo mentre la Giudea, invasa da ogni parte, tremava sotto il passo delle legioni romane, sarebbe equivalso a fare un affronto al vecchio sangue dei patriarchi! Per quanto criminale potesse essere, anche l’ultimo degli israeliti, era pur discendente d’Abramo e dunque un essere superiore ai pagani. Abbandoniamo perciò quella sala delle pietre squadrate, fuori della quale nessuno può essere condannato a morte. Sarà una maniera di riaffermare, attraverso il silenzio volontario e il silenzio da parte della giustizia, che Roma, dominatrice del mondo, non è tuttavia padrona delle vite, né delle leggi giudaiche!” (Lightfoot) 

Ma la verità era che il sinedrio era stato privato effettivamente del suo diritto sovrano, di sentenziare su questioni di vita o di morte. Perché, soltanto il popolo giudeo non ha voluto mai riconoscere questa degradazione? 

LA PROFEZIA DI GIACOBBE

 Con la sparizione del potere sovrano, il tempo fissato dalla profezia di Giacobbe circa la venuta di Messia apparve definitivamente giunto! Dato che, la Sinagoga si rifiutava di riconoscere il Messia nella persona di Gesù di Nazareth, essa si sforzava di arrestare il compimento di quella famosa profezia! Per raggiungere quest’obiettivo essa non esitò ad aggrapparsi in tutte le maniere, sia agli occhi dei romani, sia quelli dei posteri, a quel diritto di vita e di morte, la cui soppressione equivaleva al sigillo provvidenziale che il Messia era realmente venuto.

Giacobbe era sul letto di morte! I suoi dodici figli erano tutti attorno a lui, ricevettero, a turno, le benedizioni profetiche che Dio gli andava ispirando! Giunto a Giuda , se ne uscì con degli accenti tra i più sublimi: “Te, Giuda, sarai lodato dai tuoi fratelli; la tua mano si poserà sulla nuca dei tuoi nemici; i figli di tuo padre ti si prostreranno davanti. Giuda somiglia a un leoncello; come un leone hai afferrato la tua preda. Poi ti sei accovacciato. Chi lo disturberà? Lo scettro non sarà mai tolto dalla mano di Giuda, né di mezzo a lui il bastone del commando, finché non sarà venuto Colui che deve venire: costui sarà la gioia di tutte le nazioni (Gen. 49, 8-10).”

Si allude alla  questione della venuta del Messia che doveva essere preceduta da segni particolari  e che dovevano tenere desta l’attenzione di tutti:  “la perdita dello scettro” e la “soppressione del potere giudiziario! Questi segni particolari sono menzionati anche dalla fonti rabbiniche: 

Il figlio di Davide non dovrà venire prima che in Israele i giudici abbiano concluso il loro mandato”. Il diritto di pronunziare le sentenze capitali una volta soppresso dai Romani venne a mancare in Giuda un vero e proprio legislatore! (TALMUD Trattato “Sanhédrin”, 97).

Una volta soppresso il potere giudiziario, non vi fu più nemmeno il sinedrio”! Non vi era più né potere regale, né potere giudiziario(Talmud). “

E quando, Gesù Cristo  comparve davanti, esso avrebbe potuto, se lo avesse voluto, censurarne la dottrina, fulminare nei suoi confronti la scomunica; tutto ciò rientrava nei suoi poteri. Ma se avesse pronunziato una sentenza di morte, ciò avrebbe costituito, da parte sua, una manifesta violazione della legge romana.

VALORE DEGLI ATTI GIUDIZIARI

Vengono  analizzati fatti che provano come il sinedrio aveva già deciso di pronunziare la sentenza di morte contro Gesù, anche nel caso che fosse innocente. Prima che Gesù fosse trascinato pubblicamente davanti al gran consiglio, quest’ultimo, per ben tre volte si era di già segretamente radunato per discutere il caso delle figlie di Maria, i suoi miracoli e la sua dottrina. Delle decisioni erano state già prese in quelle riunioni; esse costituiscono una prova incontestabile che una condanna a morte era stata programmata, ancor prima che il Cristo vi comparisse davanti per ascoltarlo e sapere ciò che faceva.

La prima di quelle tre riunioni si era tenuta dal 28 al 30 settembre dell’anno di Roma e 781, anno 33 dell’era cristiana

L’evangelista Giovanni: “l’ultimo giorno della festa dei tabernacoli, il grande giorno di quella solennità, Gesù insegnava alla folla. All’udire di queste parole, alcuni tra la gente dicevano: questi è il Cristo! Alcuni dei farisei l’avrebbero voluto arrestare, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei, e questi dissero loro: perché non ce lo avete condotto ? risposero le guardie: mai un uomo ha parlato come parla questo uomo! Ma i farisei replicarono: forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse che gli ha creduto qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la legge, è maledetta! disse allora Nicodemo: la nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato o di sapere ciò che fa? Gli risposero: sei forse anche tu della Galilea?” 

Fu così che, indotti da quell’appoggio emotivo della folla, dall’indiretta testimonianza di Nicodemo, che i farisei, preoccupati più che mai dai progressi che andava compiendo la fede in Gesù, decisero una prima riunione a lui avversa da parte del sinedrio. Siamo sicuri di questo perché Giovanni, a proposito del cieco guarito miracolosamente due giorni avanti la festa dei tabernacoli, dice: “i suoi genitori avevano paura dei giudei giacché questi avevano di già decretato che chiunque avesse professato la propria fede in lui come Cristo, sarebbe stato scacciato dalla sinagoga”.

Tale decreto dimostra secondo i nostri autori che : in primis che una riunione solenne del sinedrio aveva avuto luogo, poiché soltanto il sinedrio aveva il potere di lanciare la scomunica maggiore; in secondo luogo che in quella medesima riunione era stata discussa l’eventualità di mettere a morte il Cristo. L’antica sinagoga distingueva infatti  tre gradi di scomunica: la separazione; l’esecrazione, e la morte.

Il primo grado o la “separazione” condannava colui che ne era colpito a vivere isolato per 30 giorni. Tuttavia egli poteva frequentare il tempio, ma in una determinata zona a parte. Il primo grado di anatema non era esclusivo del sinedrio, poiché poteva essere formulato, in tutta la città, da certi sacerdoti cui era stato conferito tale potere giudiziario.

Il secondo grado, o “esecrazione” comportava una separazione totale dalla società giudaica. Si veniva a essere esclusi dal tempio e abbandonati al demonio. Il sinedrio, che sedeva a Gerusalemme, era l’unico a poter pronunziare questo severo anatema.

     Il terzo grado, o “morte” era ovviamente il peggiore dei 3° di scomunica. Di norma lo si emetteva nei confronti dei falsi profeti. Innanzitutto veniva votata alla morte l’anima, ma assai spesso insieme anche il corpo. Il sinedrio al completo lo pronunziava solennemente, facendo ricorso alle più orribili maledizioni. E se per qualche ragione estrinseca, lo scomunicato non veniva accompagnato all’estremo supplizio che era la lapidazione, sempre, dopo la morte di lui, si collocava una pietra sulla sua tomba per indicare che aveva meritato quel genere di fine, e nessuno poteva accompagnare il corpo del defunto né portare il lutto per lui.

La seconda riunione del sinedrio ebbe luogo a metà del febbraio dell’anno 782, 34 dopo Cristo, 4 mesi e mezzo dopo la prima . A occasionarla fu la risurrezione di Lazzaro.

Alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti riunirono il sinedrio e dicevano: che facciamo? quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo e la nostra nazione. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera! questo però non lo disse da sé stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero ucciderlo(Giovanni 11,46-57) “.

 La morte di Gesù era stata decisa. Quel passo era stato fatto senza avere neppure citato il presunto reo, senza averlo ascoltato, senza avere chiamato né gli accusatori né eventuali testi a discarico, ma per la semplice ragione che bisogna fermare il corso dei miracoli a lui attribuiti e impedire che il popolo continuasse a credere in lui. “Da quel giorno decisero di farlo morire.”

La terza riunione si tenne tra 20 e 25 giorni appresso la seconda, del 782,  2 giorni prima della passione.

Si avvicinava la festa degli azzimi, chiamata Pasqua, e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo. Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che stava nel numero dei Dodici. Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro. Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro, di nascosto dalla folla.” (Matteo 24,3-5; Luca 22,1-3)

Giuda Iscariota, uno dei Dodici si reco dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.. Quelli nell’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli dei denari. Ed egli cercava l’occasione opportuna per metterlo nelle loro mani“. (Marco,  14,10-11) 

Regole di giustizia e forme legali obbligatorie del sinedrio nei dibattimenti per qualsiasi causa criminale

Il popolo ebraico, eminentemente civilizzato possedeva norme di giustizia positiva, emanate dalla stessa bocca di Dio o dalla saggezza dei legislatori. il Pentateuco e gli altri libri dell’Antico testamento non ci offrono circa l’amministrazione della giustizia tra gli ebrei che un piccolo numero di dati. La giurisprudenza giudaica veniva trasmessa soprattutto a voce per tradizione. Oltre che alla scrittura, bisognava rivolgersi alla tradizione per conoscere l’intera legislazione a cui si rifaceva il sinedrio nel trattare le cause penali. Queste tradizioni  sono state trasmesse 17 secoli fa in un celebre libro chiamato la Mischna, opera di Rabbi Juda.

Giorni e ore in cui era vietata ogni seduta in tribunale sotto pena di nullità

1. divieto dì tenere sedute giudiziali in giorno di sabato o di festa.

2. Divieto di tenere sedute giudiziali anche la vigilia del sabato o di una festa.

3. Divieto di trattare una questione di importanza capitale durante la notte.

4. divieto di entrare in seduta prima che il sacrificio del mattino sia terminato.

Sull’audizione dei testimoni:

1. I testimoni debbono essere perlomeno due.

2. I testimoni devono deporre separatamente tra loro, però sempre alla presenza dell’accusato. Prima di deporre, i testimoni devono promettere in coscienza di dire la verità.

3. I giudici sono tenuti a esaminare con attenzione le testimonianze.

4. Le testimonianze perdevano ogni valore probatorio se quegli che le rendevano si fossero trovati in disaccordo anche solo parzialmente sul fatto in questione.

5. I falsi testimoni devono subire la medesima pena a cui sarebbe stata condannata la persona innocentemente calunniata.

Esame dell’accusato:

1. Il modo di rivolgersi al accusato deve essere improntato a senso di umanità e di benevolenza.

2. L’accusato non può essere condannato per la sola autoaccusa.

Sulla difesa:

1. L’accusato provvedeva a difendersi da sé. La legge non fa menzione di avvocati. Però era permesso agli astanti di prendere la parola in favore dell’accusato, ed era considerato un atto di pietà.

Il giudizio:

1. ogni volta che un processo criminale si chiudesse con una condanna a morte, esso non poteva concludersi il medesimo giorno in cui aveva avuto inizio; i giudici dovevano perciò rimandarlo all’indomani, per la messa ai voti e quindi pronunziare la sentenza.

2. Nel corso della notte i giudici, rientrati a casa e ritrovandosi a due a due, dovevano ricominciare nei dettagli l’esame del crimine, soppesando nella sincerità della propria coscienza le prove arrecate contro l’accusato e le ragioni della difesa.

3. I giudici avevano l’obbligo di astenersi, nella cena, da un pasto eccessivamente abbondante, dal vino, dai liquori e da tutto quello che poteva rendere il loro spirito meno atto alla riflessione.

4. Ritornati il giorno appresso nella sala del tribunale, i giudici esporranno a turno il proprio parere, assolvendo o condannando l’imputato.

5. Due scribi dovevano registrare la votazione: uno, quelli favorevoli;  l’altro quelli contrari, di condanna.

6. Il numero dei voti per condannare doveva superare di almeno due unità quelli per l’assoluzione.

7. Ogni sentenza di morte pronunziata fuori della sala delle pietre squadrate è da considerarsi nulla. 

VIOLAZIONE DA PARTE DEL SINEDRIO DI TUTTE LE NORME E DI OGNI FORMA DI GIUSTIZIA NEL PROCESSO INTENTATO AL REDENTORE

27 IRREGOLARITA

I soldati, preso Gesù, lo condussero al palazzo del principe dei sacerdoti, Caifa, in cui tutti i sacerdoti, gli scribi, e gli anziani erano tutti riuniti in assemblea plenaria.”(Matteo 26,57)

1. “Era di notte”- precisa Giovanni “erat autem nox”. E questa è la prima irregolarità: “ Se si ha per le mani un affare punibile con la pena capitale, lo si tratti durante il giorno, ma lo si sospenda col giungere della notte” (Mischna, trattato “Sanhédrin”).

2. Il sacrificio vespertino aveva avuto termine e di qui la seconda irregolarità: “Non siederanno in giudizio che dal mattino fino alla sera “(Talmud di Gerusalemme, trattato “Sanhédrin”).

3. Era il primo giorno degli azzimi, vigilia della grande solennità della Pasqua: “ Non giudicherete alcuno né la vigilia del sabato, né la vigilia di un giorno di festa!”(Mischna, Trattato “Sanhédrin.)

PRIMO INTERROGATORIO DI GESU DA PARTE DI CAIFA

4. “Nel frattempo Caifa interrogava Gesù”.(Gv.18, 19). Caifa aveva dichiarato nel corso dell’assemblea generale del sinedrio tenutasi nel suo palazzo a motivo della resurrezione di Lazzaro, che il bene pubblico esigeva imperiosamente la morte di Gesù il Nazzareno! Colui che si è costituito accusatore si permette di sedere in veste di giudice, e ancor peggio, come presidente del processo giudiziale!

Tutte le legislazioni umane, in particolare quella ebraica, rifiutano all’accusatore il diritto di sedere come giudice: “Se […] un testimone comincia a accusare un uomo d’aver violato la legge, in questa lite, essi si presenteranno entrambi dinanzi al Signore, alla presenza dei sacerdoti e dei giusti che saranno allora in funzione” (Deut. 19, 16 -17)

L’accusatore e il giudice devono essere distinti tra loro;

5. ”Se si troverà in mezzo a voi un uomo o una donna che sia stato accusati di aver commesso il male davanti al Signore, voi indagherete accuratamente se il suo accusatore è credibile […]e sulla deposizione di due o tre testimoni …”(Deut 17, 2-6)

Caifa non produce testimoni non indica capi d’accusa e inizia il dibattimento con un discorso capzioso, in modo da poter prendere in fallo Gesù per proprie ammissioni. Non vi poteva essere niente di più inaccettabile che di far ammettere alcunché a un uomo sul conto del quale non vi è nulla di cui lo si possa ritenere colpevole.

Gesù gli rispose: Ho parlato in pubblico …”(Gv 18, 20-21)!

Per noi è norma fondamentale che nessuno può recare danno a se stesso[Nemo tenetur laedere  seipsum] “(Mischna, Trattato ‘Sanhédrin’c. 6, 2)

6. “Aveva appena risposto con quelle parole, che un inserviente là presente gli diede uno schiaffo, dicendo: Così rispondi al pontefice? “(Gv. 18,22).

È un ingiustizia che grida vendetta al cospetto del cielo il permettere, presidente e giudici, che in loro presenza si osi maltrattare senza motivo né autorizzazione l’imputato comparso in tribunale.

Gesù gli rispose: ‘Se ho detto qualcosa di male, dimmi dove ho sbagliato; se invece parlo bene, perché mi percuoti?(Giovanni 18, 23)

7.“Nel frattempo i principi dei sacerdoti e l’intero consiglio cercavano un falso testimone contro Gesù per aver di che condannarlo a morte, ma essi non riuscirono a trovarne, di validi, sebbene diversi si fossero presentati [con quel intento].”

Ci si astiene dall’esaminare con cura la qualità e la credibilità dei testimoni e la verità di quel che avrebbero dichiarato!

8. Si arriva a violare la legge fondamentale che prescriveva ai giudici nel far prestare giuramento ai testimoni, di non dire null’altro che la verità: “Bada che su di te pesa una grave responsabilità!(Mischna)

9. Non siamo più di fronte a dei giudici ma a un raduno di omicidi assettati del sangue di un giusto.

Molti attestavano il falso contro di lui ma le loro testimonianze contro di lui non erano però concordi. Alcuni si alzarono per testimoniare il falso, dicendo: ’Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani di uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo.’ Però nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde”(Mc 14, 56 – 51) cfr. (Mt. 24, 60)

Gesù non aveva detto né “io posso distruggere”, né “distruggete” ma parole ipotetiche insufficienti a costituire un carico serio contro l’imputato.

10. Due testimoni si presentano e depongono assieme, il che è contro la Legge. Infatti non dovevano deporre se non separatamente uno dall’altro: “Separateli tra loro, quindi li esaminerete.”(Dan 13,51) 

11. Le deposizioni discordanti costituiscono un’undicesima irregolarità!!

12.” Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: non rispondi nulla? Perché te ne stai zitto parla dunque… ” ma egli continuava a tacere, e non rispose nulla.” (Mc 14, 60-61). In quel momento si stava compiendo una profezia di Davide: “Coloro che cercano un pretesto per togliermi la vita e vorrebbero perdermi affermando falsità, non pensano che a tendermi tranelli. Ma io sarò verso di loro come un sordo che non sente quel che dicono, e come un muto che non apre bocca(Salmo 37, 13-15)”.

     È stupefacente che questo tranquillo e maestoso silenzio di Gesù non abbia aperto gli occhi ai giudici. È cosa assai strana restarsene in silenzio dinanzi a situazioni in cui si sta correndo il rischio d’essere a morte! Tra non molto Pilato, resterà colpito, quantunque sia pagano, da un analogo silenzio che il Cristo manterrà in sua presenza! Verrà assalito dal dubbio e dal rispetto per quel uomo, e farà non pochi sforzi per risparmiargli la vita.  Isaia: “Egli resterà in silenzio come un agnello davanti a chi lo tosa”.

Caifa e l’assemblea si sentono invadere da un crescente furore. Vogliono far cessare quel silenzio accusatore che gli domina. Occorre trovare una via d’uscita!

Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò, dicendogli: ’Ti scongiuro per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Messia, l’Eletto, il figlio di Dio benedetto!”(Mc 14, 61; Mt 24, 63). Ha avuto luogo un improvviso cambio nel capo di accusa. Non si parla più né di testimoni né di testimonianze;

Perché Gesù è lì davanti a lui e al Sinedrio strettamente legato? Perché lo si è trascinato davanti all’assemblea come un malfattore, se ancora non si sa praticamente nulla di lui, e ci si sforza di ottenere queste informazioni dalla sua stessa voce?

Caifa, già giudice e presidente del tribunale, si abbassa al rango dei testimoni e assume per la seconda volta il ruolo di accusatore.

13.”Ti scongiuro per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo!” Questa impegnativa richiesta avrebbe dovuto venir rivolta ai testimoni, per scongiurarli di dire la verità. Se il giuramento era obbligatorio per i testimoni, non era consentito all’accusato poiché lo avrebbe messo nella prospettiva di spergiuro o di condannare sé stesso! “Per noi è basilare che nessuno possa arrecare danno a sé stesso”(Mischna, Sanhédrin). In quel iniquo processo non era stato richiesto alcun giuramento dai testimoni, e lo si esige dall’accusato! 

Questa grave infrazione alla morale e alla giurisprudenza, un profeta l’aveva preannunziata (riportiamo due versioni che però concordano):

a) “ti han sempre sulla bocca, o mio Dio, nella speranza di riuscire nei disegni criminosi. Sono tuoi nemici e osano ugualmente invocare il tuo nome!”

b) dalla Volgata: “Essi parlano di te nei loro letti infamanti e giurano il falso nelle tue città”(Salmo 138, 20).

Qualunque fosse stata la risposta di Gesù non poteva avere per conseguenza che la pena di morte!

Gesù diede questa risposta: “Lo sono, come hai detto tu!(Mc 16, 61 -62).”

Gesù si inchina davanti alla maestà di Dio, perfino sulle labbra del sommo sacerdote. Egli cede a una domanda di cui conosce la recondita malizia, ma che è rivestita di ciò che vi è di più augusto nella religione!

14. “Allora il principe dei sacerdoti si strappò le vesti, dicendo: ‘Ha bestemmiato!A questo punto, abbiamo ancora bisogno di testimoni? Tutti voi avete appena adesso sentito la bestemmia. Che ve ne pare? (Mt 24, 65 – 66). Si viene meno alla dolcezza e a quel rispetto che la legge prescriveva al giudice nei confronti dell’accusato: “Figlio mio ammetti la tua colpa … figlia mia qual è la causa che ti ha indotto nel peccato?      ( Gs 7,19; Mischna trattato “Sota”).

Violazione della legge religiosa  “ che espressamente proibisce al sommo sacerdote di strapparsi le vesti.”

15. In quel modo si incriminava la risposta dell’accusato prima di aver concluso l’esame. Importantissimo!

16. L’altra irregolarità commessa da Caifa, quando grida: ‘ha bestemmiato!’, non lascia più ai suoi colleghi la possibilità di emettere un opinione diversa, poiché l’autorità del sommo sacerdote era ritenuta infallibile: “ Che bisogno abbiamo dei testimoni?”

17. Caifa calpesta l’intera procedura processuale e addirittura le sopprime!

18. Nulla vi era più di irregolare che chiedere che il suffragio venisse espresso pubblicamente e in generale. “ Ciascuno parlerà al suo turno (Mischna) i giudici si esprimeranno per assolvere o condannare!” e tutti risposero: ”è degno di morte!”

19. Non vi fu nessuna deliberazione legale e i giudici, andando dietro all’asserzione di Caifa, espressero precipitosamente una sentenza di morte: “dopo aver giudicato la questione, i giudici si riuniranno e riprenderanno tra loro l’esame della causa!(Mischna trattato “Sanhédrin).

20. La sentenza è stata emessa lo stesso giorno in cui il processo aveva avuto inizio, mentre che stando alla Legge, essa doveva essere all’indomani. “ma se dovra essere eseguita una condanna a morte, il processo non potrà dirsi concluso se non il giorno appresso” (Mischna).

21. I due scribi segretari non avevano raccolto i voti, e addirittura i giudici non avevano votato: “Ad ognuna delle estremità del sinedrio prendevano posto dei segretari incaricati di raccogliere i voti; uno quelli che assolvevano; l’altro quelli che condannavano”.

22. “Fin dall’alba di quel gran giorno di festa, il sinedrio si riunì”. (cfr. Mc 15, 1; Lc 22, 66) Era vietato di incominciare una riunione prima che avesse avuto termine il sacrificio del mattino: Si raduneranno dopo il sacrificio del mattino, fino all’ora in cui inizierà quello della sera”(Talmud di Gerusalemme, trattato di Sanhédrin, capitolo 1, 19).

 I giudici non avevano atteso la fine del primo sacrificio, dato che questo sacrificio iniziava precisamente all’alba del nuovo giorno, e occorreva almeno un ora perché la vittima potesse dirsi immolata, offerta e consumata tra le preghiere dell’uso.

23. Era quel giorno la grande solennità della Pasqua, in cui ogni giudizio era rigorosamente interdetto: “Non si giudicherà di sabato, né in altro giorno festivo– Mischna, trattato “Betza”, c. 5,2!

Origene riporta ai giudei contemporanei d’Isaia: ”Io detesto le vostre festività, non riesco a sopportarle”.

Fu profeticamente che Dio fece dire di avere in orrore le feste della Sinagoga, poiché, mettendo a morte Gesù in giorno di Pasqua, i giudei hanno commesso un crimine”(Comment in Evang. Joann.)

NUOVO E SOMMARIO INTERROGATORIO DI GESU

Lo condussero davanti al Sinedrio, e gli chiesero: ‘Se tu sei il Cristo, dicelo”(Lc 22, 66)

Gesù rispose loro: ’Se ve lo dicessi, non mi credereste, e se vi interrogassi, non potreste rispondermi. A ogni modo, d’ora in poi il Figlio dell’uomo si siederà alla destra della potenza di Dio“(Lc 22. 67-69)

Allora gli chiesero tutti assieme:’Tu allora saresti il Figlio di Dio?’(Lc 22, 70)

E Gesù rispose: ’è come avete detto: io lo sono!”(Lc 22, 70)

Ed essi ripetereno :’Che bisogno abbiamo di altre testimonianze? Lo abbiamo sentito dalla sua stessa bocca!”(Lc 22, 70-71).  Tutti i membri del sinedrio pronunziarono una identica sentenza di morte.

24. C’è stata un’altra votazione in massa, cosa assolutamente proibita dalla Legge: “Ciascuno, a suo turno, dovrà esprimersi assolvendo o condannando.”(Mischna, trattato di Sanhédrin c.5, 5)

25. Ognuno aveva il dovere di controllare con attenzione la risposta dell’accusato, di sottomettere al più accurato esame le due proposizioni contenute nella risposta data dal Cristo

1) Il Messia deve essere il Figlio di Dio?

2) Gesù è Figlio di Dio?

26.E stata pronunziata una sentenza che, in ogni caso doveva essere differita. Per dargli una forma regolare, la sentenza avrebbe dovuto essere rimandata al sabato mattina. Il prima giorno del processo andava dal giovedì sera al venerdì sera. Essendovi l’obbligo di lasciar trascorrere una notte d’intervallo tra fine dibattimento e l’enunciazione della sentenza ne seguiva che non poteva essere né il giovedì sera, né il venerdì mattina, né il venerdì sera, ma unicamente il sabato mattina che la sentenza poteva essere regolarmente emessa.

27. La decisione di condannare a morte Gesù è invalida perché era stata emessa in un locale proibito, nella casa cioè di Caifa, mentre doveva essere pronunziata nella sala delle pietre squadrate, obbligatoriamente stabilita per ogni giudizio criminale, sotto pena di nullità:

Non poteva esservi condanna a morte se non quando il sinedrio sedeva nella sala prefissata, ossia nella sala delle pietre squadrate”(Talmud di Babilonia, trattato Abboda – Zara o dell’Idolatria, c. 14.)