Le chiroteche e il Patriarca Giacobbe

di Giuliano Zoroddu

Chiroteca (pl. chiroteche) è il nome di derivazione greca che indica il guanto impiegato dal Vescovo, o dal Prelato che ne ha facoltà, durante la Messa.
L’Enciclopedia Cattolica ci dice che “l’introduzione dei guanti (chiroteca) nella liturgia si deve al desiderio di rendere l’abbigliamento episcopale sempre più distinto e solenne. Amalario, all’inizio del sec. IX, nulla ci dice sull’uso dei g. da parte dei vescovi, tuttavia un inventario dell’abbazia di St-Riquier dell’831 ne attesta l’uso … L’uso pertanto appare introdotto in Francia e passa ben presto a Roma …Nella consacrazione del vescovo vengono consegnati al termine della Messa, e sono usati soltanto dai vescovi ed altri prelati aventi il privilegio, nella Messa pontificale dall’inizio al Lavabo (nel rito ambrosiano sino all’Offertorio) e quando, alla fine, danno la benedizione papale (S. Congregazione dei Riti, 3605, 9). In origine erano bianchi, generalmente di seta: dal sec. XIII vennero confezionati anche negli altri colori liturgici, eccettuato il nero, essendo proibiti nella Messa per i defunti e nel Venerdì Santo. Nella parte superiore hanno ricami con simboli di Gesù Cristo. L’orazione con la quale vengono consegnati al neo-eletto indica che non hanno lo scopo di riparare dal freddo, bensì quello di conservare pulite le mani” [1].
Nel titolo abbiamo nominato però Giacobbe. Perché? Cosa c’entra l’antico Patriarca con questo? Vediamo un po’ di scoprirlo.
Nel Genesi [2] leggiamo quanto segue

Isacco si era invecchiato, e gli occhi gli si erano annebbiati talmente che non ci poteva vedere: chiamò dunque il figlio suo maggiore Esaù, e gli disse: “Figlio mio!”. Che rispose: “Eccomi”. E il padre: “Tu vedi, disse, che io son diventato vecchio, e non so il giorno della mia morte. Prendi le tue armi, il turcasso e l’arco, e va fuori: e quando avrai preso qualche cosa di caccia, fammene una pietanza come sai che mi piace, e portamela perché io la mangi, e l’anima mia ti benedica prima ch’io muoia”. Rebecca avendo udito ciò, ed andato quegli alla campagna per compiere l’ordine del padre, ella disse a Giacobbe suo figlio: “Ho sentito tuo padre parlare con tuo fratello Esaù e dirgli: Portami della tua cacciagione, e fammene una pietanza perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore prima di morire. Ora dunque, figlio mio, ascolta il mio consiglio: Va’ al gregge, e portami i due migliori capretti, affinché io faccia a tuo padre le pietanze che mangia volentieri: così che, quando tu gliele avrai portate ed egli le avrà mangiate, ti benedica prima di morire”. Egli le rispose: “Tu sai che mio fratello Esaù è peloso, ed io senza peli: se mio padre mi tocca e mi riconosce, temo che pensi ch’io abbia voluto burlarlo, e così mi tirerò addosso la maledizione invece della benedizione”. E la madre: Sia sopra di me, disse, questa maledizione, figlio mio: ascolta soltanto la mia voce, va’, e porta quel che ho detto”. Egli andò, e li portò, e li diede alla madre, la quale preparò le pietanze come sapeva che voleva il padre di lui. Allora gli fece indossare le vesti migliori di Esaù, che essa teneva in casa presso di sé; gli ravvolse le mani nelle pelli di capretto, e ne ricoprì la parte nuda del collo. Poi gli diede le pietanze e i pani che ella aveva cotto. Ed avendoglieli portati, disse: “Padre mio!”. Il quale rispose: “Sento. Chi sei tu, figlio mio?”. E Giacobbe disse: “Io sono il tuo primogenito Esaù: ho fatto quel che mi hai ordinato: alzati, siedi e mangia della mia cacciagione, affinché l’anima tua mi benedica”. Isacco di nuovo al figlio suo: “Come, figlio mio, hai potuto trovare così presto?”. Egli rispose: “Fu volere di Dio che m’imbattessi in quello che bramavo. E Isacco disse: “Appressati qua, ch’io ti tocchi, figlio mio, e riconosca se tu sei, o no, il mio figlio Esaù”. Egli si appressò al padre, e, quando l’ebbe palpato, Isacco disse: “La voce veramente è la voce di Giacobbe; ma le mani, le mani son quelle di Esaù”. E non lo riconobbe, perché le mani pelose erano simili a quelle del maggiore. Benedicendolo dunque disse: “Tu sei il figlio mio Esaù?” Rispose : “Sì, lo sono”. E quegli: “Dammi, disse, figlio mio, le pietanze di tua cacciagione, affinché l’anima mia ti benedica”. Portategliele e mangiatele, gli presentò anche del vino. E bevutolo, gli disse: “Accostati a me figlio mio, e dammi un bacio”. Si appressò e lo baciò. E appena sentì la fragranza delle sue vesti, benedicendolo, disse: “Ecco l’odore del figlio mio è come l’odore d’un campo pieno che il Signore ha benedetto. Iddio ti dia della rugiada del cielo e della pinguedine della terra, e abbondanza di frumento e di vino. Ti siano soggetti i popoli, e ti adorino le tribù: sii il signore dei tuoi fratelli e s’inchinino dinanzi a te i figli di tua madre. Chi ti maledirà, sia maledetto: e chi ti benedirà, sia ricolmo di benedizioni”.

A questo passo alcuni interpreti del calibro di un Agostino e di un Innocenzo III diedero una spiegazione cristologica: Giacobbe che si riveste delle pelli dei capretti per offrire ad Isacco il cibo a lui gradito e riceverne la benedizione è figura del Cristo che assunse la natura umana per offrirsi in sacrificio al Padre ed ottenere la benedizione celeste a noi che per il peccato di Adamo all’umanità sui cui gravava la sentenza di maledizione a causa del peccato originale [3].
Pertanto, con un gradevole simbolismo, la Chiesa Romana nei solennissimi rituali per la consacrazione episcopale contenuti nel Pontificale (quello antico!), mentre consegna i guanti al nuovo Vescovo, fa dire al consacrante questa bella preghiera:

“Rivesti, o Signore, le mani di questo tuo ministro della purezza dell’uomo nuovo che discende dal cielo: onde, come il tuo diletto Giacobbe, con le mani ravvolte nelle pelli di capretto, impetrò la benedizione paterna nel portargli le graditissime pietanza; così questi, nell’offerta dell’ostia salutare, meriti di impetrare la benedizione della tua grazia”.


[1] http://www.unavoce-ve.it/ec-guanti.htm
[2] Gen. XXVII, 1-10
[3] Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni, Venezia, 1845, Vol. XXXIII, pp. 92-97.
[4] In latino: “Circumda, Domine, manus hujus ministri tui munditia novi hominis, qui de coelo descendit, ut quemadmodum Jacob dilectus tuus, pelliculis hoedorum opertis manibus, paternam benedictionem, oblato patri cibo, potuque gratissimo, impetravit, sic et iste, oblata per manus suas hostia salutari, gratiae tuae benedictionem impetrare mereatur. Per Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum, qui in similitudinem carnis peccati tibi pro nobis obtulis semetipsum.  Amen

Un commento a "Le chiroteche e il Patriarca Giacobbe"

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