articolo di Francesco Carraro, pubblicato il 1 marzo 2020 su ilfattoquotidiano.it

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L’euro compie 18 anni e diventa, così, maggiorenne. Giusto il primo marzo del 2002, infatti, la moneta unica faceva le esequie alla Lira (dopo due mesi di convivenza tra le due valute) e diventava la sola a corso legale nel nostro territorio.

Potremmo cogliere l’occasione della simbolica ricorrenza per una domanda provocatoria: oggi va festeggiato il compleanno dell’euro o va commemorato il funerale della Lira? Dobbiamo essere felici oppure tristi? Deve prevalere l’entusiasmo per la moneta “adolescente”, col futuro in poppa, oppure il rimpianto per quella “anziana” ingloriosamente defunta? La risposta la lasciamo ovviamente ai lettori.

Ma diverse, troppe, circostanze ci inducono a pensare che il primo marzo 2020 sia un giorno di lutto, non di gala. E i motivi sono tre: uno di carattere empirico, uno di carattere economico e l’ultimo, il più importante, di carattere giuridico.

1. Quanto al primo, non servono economisti o giuristi per verificarlo. Dopo quasi vent’anni di euro, gli italiani stanno molto peggio di prima, hanno meno soldi in tasca, meno capacità di risparmio, meno lavoro, più precarietà. Il famoso tormentone del prezzo del caffè non è affatto un’invenzione populista. La Fondazione Nens (Nuova Economia Nuova Società, che fa capo a Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco, non precisamente un covo di sovranisti) nel 2017 ha conferito una dignità “scientifica” a quella che, fino ad allora, era stata solo una percezione “pop”: una pizza margherita è passata da una media anni Novanta di 3,36 euro a una media odierna di 7,5 euro, con un rialzo del 123%. Il Big Mac da 4.900 lire a 4,20 euro, il caffè al banco da 900 lire a 90 centesimi, i giornali da 1.500 lire a 1,50 euro.

2. Appurato che l’euro non è stato affatto clemente con la famosa casalinga di Voghera (cioè, grossomodo, con tutti) guardiamo al lato economico della faccenda. L’euro, da questo punto di vista, non è stato un fallimento, ma un successo, benché vi suoni paradossale. Ha raggiunto, infatti, i perversi risultati che i suoi architetti avevano in mente, fin dal principio. Quanto al fatto che fosse un progetto disastroso, fior di economisti lo avevano pronosticato prima, o lo hanno certificato dopo. Inequivocabili, in proposito, le parole del Premio Nobel 1998 Amartya Sen: “L’euro è stata un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa”.

E, tuttavia, l’esimio economista indiano su una cosa si è sbagliato. Ed è il motivo per cui abbiamo definito l’euro un “successo” a dispetto del suo “fallimento”. Gli evidenti punti deboli della moneta unica hanno precipitato le Nazioni europee nel più pernicioso dei cul-de-sac: quello dove puoi solo andare avanti e non più tornare indietro. Da questo punto di vista, l’euro è stata un’idea “meravigliosa”; ha costretto e sta costringendo i popoli europei a marciare a tappe forzate verso l’unica soluzione prospettata come possibile: la liquefazione definitiva delle singole sovranità nazionali nel crogiuolo degli Stati Uniti d’Europa.

3. A questo punto, resta l’aspetto più importante: quello giuridico. Spesso ci chiediamo se l’euro è stato “conveniente”. Quasi mai ci chiediamo se l’euro è stato “giusto”. Dove, per giusto, intendiamo “conforme” al nostro dettato costituzionale. Ebbene, la risposta non può che essere negativa. L’intera impalcatura della moneta unica è fondata su valori specularmente antitetici a quelli, scritti in Costituzione, della supremazia del (diritto al) lavoro sul capitale, della solidarietà sull’egoismo sociale, dell’uguaglianza sul classismo.

E tutto ciò, badate bene, lorsignori lo sapevano benissimo – come ha svelato Giuliano Amato in una intervista: “Abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero di aiutare chi era in difficoltà e abbiamo previsto che l’Ue non assuma la responsabilità degli impegni degli Stati, che la banca centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli Stati, che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli Stati, insomma moneta unica dell’eurozona ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi”.

Non ha funzionato, eppure “funziona”: l’euro è un meccanismo rieducativo delle masse, e coercitivo per i popoli, verso una unificazione altrimenti impossibile perché non voluta, e tantomeno desiderata.

Morale: era sufficiente farsi guidare dalla stella polare della nostra Suprema Carta per evitare di trovarci oggi a meditare su quel dies nigro signanda lapillo (“giorno da segnare col gessetto nero” secondo i nostri padri latini) che fu il primo di marzo del 2002.