Nessuna “confessione individuale”: piuttosto, contrizione perfetta.

di Massimo Micaletti

Si legge e si sente che oggi Francesco avrebbe dato il via libera alla “confessione personale” o “individuale”, quindi senza il sacerdote, istituendo una sorta di regolamento d’emergenza per la crisi virus che dispenserebbe il fedele dal rapporto col prete. Questa interpretazione è forzata e non ha alcun riscontro nella realtà.

Giova riportare un passo significativo dell’Istruzione[1] pubblicata proprio oggi 20 marzo:

 “Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali”;

nessun “liberi tutti”, quindi, ma, come sopra detto, solo il richiamo alla possibilità della contrizione perfetta che è un istituto che la Chiesa conosce dalla notte dei tempi e vale per circostanze eccezionali. La perfetta contrizione comporta, come la confessione, la consapevolezza delle proprie colpe, il sincero profondo pentimento e il proposito fermo di non peccare più ma, in aggiunta, impone l’impegno di confessarsi appena possibile. Quest’ultimo profilo assume rilevanza cruciale: infatti, ben si può comprendere che una cosa è chi si trova in ospedale in gravi condizioni, altra cosa è chi versa in una condizione di limitazione all’accesso ai sacramenti dovuta alle misure anti-Covid ora in essere, condizione che per sua natura è temporanea, per quanto protratta, e non dispensa il fedele dalla confessione non appena possibile. Se c’è la possibilità di confessarsi, insomma, bisogna farlo al più presto altrimenti la contrizione non guadagna l’assoluzione.

Da questo secondo punto di vita occorre chiarire che non è vietato confessarsi, dato che l’accesso ai luoghi di culto – almeno per ora – è libero, salve diverse disposizioni locali: se si trova un sacerdote disponibile e con le adeguate misure precauzionali, la confessione si può fare.

Poco prima del brano che ho riportato, infatti, l’Istruzione dispone:

 “Qualora si presentasse la necessità improvvisa di impartire l’assoluzione sacramentale a più fedeli insieme, il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il Vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima (cf. Ordo Paenitentiae, n. 32).

Nella presente emergenza pandemica, spetta pertanto al Vescovo diocesano indicare a sacerdoti e penitenti le prudenti attenzioni da adottare nella celebrazione individuale della riconciliazione sacramentale, quali la celebrazione in luogo areato esterno al confessionale, l’adozione di una distanza conveniente, il ricorso a mascherine protettive, ferma restando l’assoluta attenzione alla salvaguardia del sigillo sacramentale ed alla necessaria discrezione.

Inoltre, spetta sempre al Vescovo diocesano determinare, nel territorio della propria circoscrizione ecclesiastica e relativamente al livello di contagio pandemico, i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita”.

Al netto del giudizio che si può dare su questi passaggi, come si può leggere, le diocesi possono e devono organizzarsi per dare la confessione, in casi straordinari, anche nella forma dell’assoluzione collettiva “all’ingresso dei reparti ospedalieri”: non valgono, pertanto, le assoluzioni via TV di cui pure si ha notizia[2].

Una norma di buon senso – oltre che di cortesia – è contattare il sacerdote e concordare un appuntamento, cosicché egli, come il fedele, possa prepararsi e, in caso di controlli, si possa dare una comprovata giustificazione. Può accadere che il proprio sacerdote di riferimento sia in un’altra parte della città: in questo caso, non è consentito andare da un capo all’altro per la confessione: la direzione spirituale è una cosa, i sacramenti un’altra.

A proposito dell’importanza della contrizione e della penitenza valga come schema quanto disse il Padre Tanquerey (testo riportato anche ne L’anima armata) agli scrupolosi onde semplificare l’accusa nella confessione:

1) voi non siete obbligato che ad accusare i peccati certamente mortali;

2) dei peccati veniali dite solo quelli che vi verranno in mente dopo cinque minuti di esame;

3) quanto alla contrizione, consacrerete sette minuti a domandarla a Dio e ad eccitarvici e l’avrete; ma io non la sento punto: non è necessario, perchè la contrizione è atto della volontà che non cade sotto la sensibilità.

Per un ulteriore chiarificazione rimandiamo al Dizionario di Teologia Dogmatica (Parente-Piolanti-Garofalo):

CONTRIZIONE (dal lat. conterere = ridurre in piccole parti): è definita dal Concilio di Trento «il dolore dell’anima e la detestazione del peccato commesso con il proposito di non peccare più» (sess. 14, c. 4; DB, 897); non è dunque un sentimento vago ma un deciso atto della volontà, che, conosciuta tutta la deformità del peccato, lo fugge e lo detesta nutrendo il fermo proposito di non ricadervi per l’avvenire.

La contrizione può essere perfetta e imperfetta. Quella perfetta nasce nel cuore del peccatore che si duole del peccato in quanto è un’offesa recata a Dio, nel quale considera la paterna bontà ingratamente disprezzata. Mosso dunque da un amore puro, detto di benevolenza, il penitente quasi fa a pezzi il suo cuore sotto i colpi del dolore, onde il nome di contrizione, quasi frantumazione in minime parti del cuore pentito. A tale pentimento, tutto permeato delle fiamme della carità, va sempre congiunta (supposto il proposito di confessarsi) la giustificazione, ossia la remissione della colpa, perché «ubi caritas, ibi Deus est».
 Per accostarsi al sacramento della penitenza è sufficiente la contrizione imperfetta (attrizione = frantumazione in grandi parti), che sorge nell’animo di chi rinnega seriamente il peccato, per un motivo soprannaturale sì (come il timore dell\’inferno o la bruttezza del peccato), ma inferiore alla carità perfetta. In questo caso il penitente vede in Dio più che l’immagine del Padre, quella del Giudice che minaccia severi castighi ai trasgressori delle sue leggi.
 Quando poi l’attrizione, ossia il dolore interno, soprannaturale e universale dei peccati commessi, sia informata dall\’assoluzione, il penitente da «attritus fit contritus», ossia diventa giustificato perché allora si ha il sacramento, il quale «ex opere operato» infonde la grazia, cui è infallibilmente congiunta la carità. Così il fedele che si accostava al tribunale della penitenza ancor trepidante per un timore, che i teologi chiamano servile, in virtù della passione di Cristo, che opera attraverso il rito sacramentale, se ne ritorna rinfrancato da un sentimento di amor filiale e di fiducia serena nella bontà del Padre Celeste (v. Penitenza).



[1] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/03/20/0170/00379.html

[2]https://www.msn.com/it-it/notizie/other/pazienti-in-ospedale-senza-confessione-in-tv-lassoluzione-del-vescovo/ar-BB11pwrn

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