Foto di Bessi da Pixabay

di Massimo Micaletti

Il dodici marzo, l’OMS annunciava che per contenere efficacemente il virus sono necessari almeno tre mesi; anche qui in Italia, sono sempre più le indicazioni nel senso che ci vorranno almeno altri due mesi di quarantena. In nessun caso si avrà la certezza che il contagio non si ripresenti, dato che è impossibile portare a zero il numero degli infetti.

Ora, questo stato di cose impone – a mio sommesso parere – a chi ci governa e a noi tutti di interrogarci su cosa faremo ad aprile, quando, finito il primo periodo programmato, dovremo fare i conti con i numeri che, appare sempre più evidente, non saranno quelli che ci si aspettava quando si è imboccata la strada del “chiudete tutto”.

Impone innanzitutto di definire con chiarezza gli obiettivi: a cosa puntiamo? A ridurre i contagiati? A guadagnare tempo per attrezzare nuovi riparti di terapia intensiva? A diminuire il numero dei morti? E diminuirlo in che senso, in termini assoluti o in termini percentuali? Quale sarebbe un valore di vittime, assoluto o relativo, che possa ritenersi bastevole a considerarci fuori dal problema e tornare ad una vita normale? Se non si definiscono gli obiettivi, nessuna misura può definirsi “efficace” dato che l’efficacia è l’attitudine, appunto, a raggiungere un obiettivo. Quando si parla di “contenimento”, a cosa si vuol arrivare effettivamente? Queste domande diventeranno sempre più pressanti man mano che si renderà evidente che la quarantena non può essere permanente e che già a valle del 3 aprile i danni per l’economia saranno incalcolabili, innanzitutto in termini di posti di lavoro.

E’ necessaria, inoltre, chiarezza: bisogna trovare il coraggio di dire che vivremo così almeno un altro mese, per non dire due, ossia grossomodo fino alla metà di maggio e va detto sin da ora, non decreto per decreto, facendoci precipitare in una provvisorietà che diviene fatalmente incertezza e l’incertezza uccide non solo le aziende, ma le persone. “Andrà tutto bene” può rassicurare i bambini, non chi ha la serranda chiusa da troppo o chi tiene il negozio aperto per dieci clienti al giorno e deve pagarne l’affitto.

Con altrettanta chiarezza va detto che non c’è alcuna garanzia che la quarantena sconfigga il virus quando si parla di milioni e milioni di persone. Può abbattere il numero dei contagiati ma non debella il male e questo avviene non solo e non tanto per colpa “di quelli che si fanno le passeggiate” o “si ostinano ad andare in giro per lavorare” – che ormai sono considerati nuovi untori manzoniani, a riprova che l’uomo, abbandonato Dio e rimasto in balia di se stesso, non cambia se non in peggio – ma perché per sua natura il Covid è subdolo e resta latente o asintomatico ed è molto diffusivo sicché basta un piccolo focolaio per fare un grande danno. La famosa “vittoria cinese” sul virus è tutta da dimostrare perché sono valutazioni che possono essere fatte seriamente solo sul medio lungo periodo, non a due settimane dalla fine della clausura.

Soprattutto, il dato che sono necessari due o tre mesi di quarantena, e potrebbero anche non bastare, impone di prepararci a cambiare tante cose della nostra vita se si vuol continuare col “tutto chiuso”: siamo davvero pronti? Siamo consapevoli che questo cambiamento non cesserà appena finirà la quarantena ma potrebbe durare forse per sempre? Pensiamo a chi perderà il lavoro, a chi chiuderà l’azienda, a chi non potrà riprendere il lavoro di prima perché tutto sarà diverso. La vita di queste persone e delle loro famiglie non tornerà quella di prima. Pensiamo all’impatto in termini di stato sociale che avrà l’inevitabile contrazione delle entrate fiscali: se crolla la produzione, calano per forza pure le tasse e questo prima o poi si ripercuoterà su dipendenti pubblici e pensioni.

Noi siamo come quello che, avendo trovato un orso in casa, ha deciso di uscire di casa per salvarsi, non considerando che fuori ci sono dieci gradi sottozero: sicché ora deve scegliere se rientrare in casa ed affrontare l’orso, oppure restare fuori ed attendere l’assideramento senza nessuna garanzia che l’orso se ne vada. In questo frangente è necessaria lucidità, perché vivere rintanati nella paura a tempo indefinito non è una soluzione: la paura non è gratis, costa milioni e milioni di euro al giorno e, se le si vuol correre dietro il prezzo da pagare a livello di sistema Paese e di vita personale è elevatissimo e bisogna esserne consapevoli per decidere se continuare così. Non di solo panico vive l’uomo.