«Perché è semplice capire che il Cristianesimo è la sola vera Religione»

Benvenuto Tisi / Public domain

Lume naturale dell’intelletto e lume soprannaturale della grazia concordano e si confermano a vicenda: c’è un Dio trascendente e questo Dio è il Dio cristiano, rivelato secondo il Magistero della Chiesa Cattolica.

La prova razionale è semplice e chiara: se il più non viene dal meno è necessario un Essere per se stesso sussistente che dia l’essere a tutto ciò che di suo non l’avrebbe, ovvero il creato. Questo semplice principio è ben spiegato nel volume DIO accessibile a tutti. Prova della sua esistenza che racchiude tutte le altre – IL PIÙ NON VIENE DAL MENO del grande domenicano francese (e docente neotomista celebre in tutto il mondo) Reginaldo Garrigou-Lagrange. Una dimostrazione semplice e diretta, chiara come la luce del Sole.

Ma arrivati a questo punto si è solo a metà strada. Sì: Dio c’è, ne siamo sicuri, ma a quale rivelazione dobbiamo affidarci? Quale religione dobbiamo tenere per vera?

Sarà facile a questo punto capire che il Cristianesimo, Maestro di Civiltà, è la sola vera Religione. Ce lo dice la Fede che si poggia sull’autorità di Dio stesso che si è rivelato in maniera inequivocabile nei Libri Sacri. Parliamo di quell’imponente miracolo intellettuale che fu ed è il compimento delle profezie dell’Antico Testamento nel Nuovo e quelle del Nuovo nell’epoca successiva. Andando ovviamente ben oltre l’ambito naturale.  Il Cristianesimo è un “chiarissimo mistero” per cui legioni di martiri han dato la vita e che, a suon di concretissimi miracoli, ha convertito il mondo, contro tutto e contro tutti.

A questo proposito una dimostrazione agevole della verità cristiana la si ha grazie al volume Breve Apologia del Cristianesimo. Contro gli increduli dei nostri giorni di cui si possono offrire due assaggi tratti dalle sue pagine: il primo sulla realizzazione dell’Antica Legge nella Nuova e il secondo sulla prodigiosa diffusione della Fede Cristiana.

Ecco il primo, tratto dal Capitolo 20 (sottocapitoli 6-8):

6. Quadro che i profeti danno del Messia e dell’opera sua

Dopo Davide, Isaia e gli altri profeti compiono il quadro della vita del Messia, anticipandone la storia. Isaia[i] predice che nascerà da una vergine della casa di Davide (7, 14 e 9, 1): che sarà «l’Ammirabile, il Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del futuro secolo, il Principe della pace» (9, 6): che lo spirito del Signore scenderà in lui con tutti i suoi doni (11, 2): che darà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, ai muti la favella, raddrizzerà gli storpi e farà altri miracoli (35, 5): che farà sorgere un regno spirituale ed universale, in luogo dell’antico patto, al tutto nazionale, che verrà abolito (2, 2-6). E addita persino il precursore che lo dovrà annunciare (40, 3), nonché l’accecamento e la ribellione del popolo ebreo del quale dice: «Per voi ogni visione (cioè di tutte le profezie) sarà come le parole di un libro sigillato» (Is. 29, 11).

Geremia predice il futuro Messia come discendente dalla casa di Davide, non per opera d’uomo ma di Dio, e proclama, meravigliato, il grande prodigio, che una donna diverrà madre per virtù dell’Altissimo: «Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo!» (Ger. 31,22). Presenta il figlio di questa donna come il figlio stesso di Dio, poiché lo chiama col nome di Jahve, con cui gli Ebrei indicavano Dio ed a cui la Volgata sostituisce Dominus: «Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia» (Ger. 33,16). Predice la strage degli innocenti che avverrà in Betlemme a cagione della sua nascita (31, 15); ed annunzia la nuova alleanza che sarà inaugurata, additando i caratteri di questo novum foedus in contrapposizione all’antico (31, 31 e 4).

7. Tempo e luogo in cui dovrà nascere

Con Daniele si fissa l’epoca precisa della venuta del Messia ed insieme se ne descrivono gli avvenimenti che l’accompagneranno. Predice che fra breve gli Ebrei, allora schiavi in Babilonia, saranno liberati e potranno rimpatriare: che dopo settanta settimane di anni (490 anni) da quel giorno in cui sarà concesso il decreto di rimpatriare, verrà il Cristo e sarà messo a morte: che il tempio e la città santa saranno distrutti da un esercito straniero, e che lo stesso popolo ebreo andrà disperso sulla faccia della terra (9, 22-27).

Michea (5, 2) poi predice il luogo in cui nascerà il Messia: «Tu, o Betlemme, sei piccola fra le città di Giuda, ma da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele e la generazione di lui è da principio, dai giorni dell’eternità».

Infine Aggeo (2, 8) e Malachia (3, 1) aggiungono che il Messia verrà a visitare il tempio riedificato sotto Zerobabele, onde la gloria di questo tempio sarà maggiore di quella del primo.

Qui si arrestano le profezie messianiche – a 500 anni circa di distanza da Cristo – perché tutto era predetto e non si aspettava che il compimento.

8. Ciò che risulta di certo di fronte a tutte le difficoltà

Tale in sintesi la promessa messianica quale risulta dai libri dell’A. Testamento.

Si potrà discutere, come infatti si discute anche fra i cattolici, sulla data precisa delle singole profezie, sul significato particolare di questo o quel vaticinio in relazione alle circostanze che l’accompagnano. In tanta lontananza di tempi, diversità di lingue, complessità di avvenimenti, ciò è più che naturale[ii]; come, del resto, avviene di tutti i documenti antichi, anche più autentici della storia. Ma negare il fatto della promessa messianica, specialmente se le profezie messianiche si considerino in tutto il loro complesso, negare che le profezie messianiche precedano almeno di alcuni secoli il Cristianesimo; negare la verità storica di queste profezie quali si trovano nei Libri sacri dell’A. Testamento, e ricorrere alla interpolazione o alla leggenda, ciò non riuscirà mai e poi mai a nessun incredulo.

Senza richiamare qui ad esame le varie ipotesi dei razionalisti, basti ricordare un solo fatto che taglia corto a tutti i loro sofismi. «300 anni prima di Cristo si fece una versione greca di tutti i Libri dell’A. Testamento e si fece in Egitto e si disse Alessandrina. Quella versione greca si sparse in tutti i paesi dove erano Ebrei (e ve n’erano in tutto l’Oriente e non pochi anche in Occidente) e dove si conosceva la lingua greca. In quella versione, usata dagli Ebrei ellenisti e non ellenisti e dai cristiani, vi sono precisamente le profezie come nel testo ebraico. Alterare tutti quegli esemplari ebraici e greci era impossibile: dunque noi abbiamo l’assoluta certezza che le profezie delle quali qui ci occupiamo, esistevano come esistono oggi, almeno 300 anni prima di Cristo»[iii].

Ed ecco il secondo assaggio sulla diffusione della Fede Cristiana, dalla nota 57 nel capitolo 12:

Resta a spiegarsi come questi gonzi o questi furbi siano stati sì pazzi da lasciarsi lapidare, scorticare, crocifiggere, decapitare; come abbiano avuta tanta abilità da ingannare la più sagace e dotta nazione del mondo, anzi tutto il mondo; come abbiano potuto ammaestrare sì bene i loro primi discepoli, dei quali Ignazio era impaziente di vedersi gettato ai leoni, Policarpo andava lieto verso il rogo, Giustino, Ireneo e Cipriano suggellavano col loro sangue le loro dotte pagine, e Tertulliano scriveva tranquillamente sotto la Scure dei carnefici l’immortale suo Apologetico; come fra gli innumerevoli cristiani, che dopo il II secolo riempivano ogni angolo dell’Impero, fuorché i templi degli Dei, se ne siano trovati più milioni, che per appoggiare l’opera dei gonzi, si siano lasciati sgozzare; come finalmente tale matta impostura abbia avuto tanti sublimi difensori dal primo dei Santi Padri fino ai dì nostri. MARTINET. Solutions des grands probl.

Buona lettura!


[i] Isaia è il più grande dei profeti perché è quegli che più ampiamente e chiaramente predisse del Messia. Cfr. VIGOUROUX, Manuale biblico, Vol. 2, n. 909.

[ii] «Vi sono difficoltà proprie della lingua originale che conosciamo imperfettamente, delle forme, figure, immagini famigliari ai popoli orientali; difficoltà che sorgono dalla mancanza di cognizioni dei luoghi, delle memorie storiche e popolari a cui si fa allusione, degli usi, delle tradizioni, delle credenze, dei fatti, dopo sì lungo tempo travisati o dimenticati […]. Le Profezie furono scritte in varii tempi e luoghi e in diverse circostanze e messe insieme dopo molti anni, quasi fossero un solo libro fatto tutto di seguito. La parte storica è mista con la profetica e con la tipica; il futuro si afferma col presente e col passato, la esortazione con la minaccia e via dicendo. Inoltre, il profeta parlava direttamente al popolo, in mezzo al quale viveva; parlava il suo linguaggio, l’avrà illustrato a voce, o col gesto, o si chiariva da sé nelle condizioni speciali in cui si trovavano popolo e profeta; ma ora, a noi, dopo tanti secoli, a noi educati in altri paesi e con altri metodi, ciò che allora era facile a intendersi, riesce oscuro. Non nego dunque che il senso di molte profezie posso essere involuto, oscuro, incerto e perciò incerta la prova che se ne deduce ma ve ne sono, e molte, chiarissime; a queste le oscure non devono né togliere, né menomare la forza. Poi – e qui prego i lettori a porre ben mente alla cosa – allorché io metto innanzi l’argomento delle profezie, non le considero ad una ad una separatamente: io le piglio tutte nel loro insieme, e considerate nel loro complesso, la prova è irrepugnabile». Mons. BONOMELLI, Gesù Cristo Dio-Uomo, pag. 172-173, Milano, Cogliati, 1898.

[iii] Mons. BONOMELLI, op. cit., pag. 166. La traduzione Alessandrina o dei Settanta fu veramente provvidenziale, perché dopo la venuta del Salvatore, i Giudei, per odio, avrebbero potuto nascondere i loro libri, o darli alterati, o spargere sospetti sulla fedeltà dei traduttori. Ma prima dell’avvenimento i Libri santi erano al coperto contro le alterazioni giudaiche: onde possiamo credere e dire con Sant’Agostino che quella versione fu un fatto veramente provvidenziale.

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