“Perdita e guadagno”: il romanzo che Newman scrisse per raccontare (e difendere) la propria conversione

di Luca Fumagalli

La storia di Perdita e guadagno, perla della narrativa cattolica a firma di John Henry Newman, ha inizio nel 1847. A quel tempo il futuro cardinale, cattolico da appena due anni, si trovava a Roma, ospite di un monastero cistercense situato vicino alla Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, nella periferia della città. Lì attendeva impaziente il breve pontificio che lo avrebbe autorizzato all’istituzione di una congregazione oratoriana a Birmingham.

Nel frattempo, a Londra, un romanzo intitolato From Oxford to Rome: And how it Feared with Some who Lately Made the Journey stava sollevando un polverone. Il libro era stato stampato in forma anonima, ma non ci volle molto per capire che a scriverlo era stata Elizabeth Harris, un’ex convertita al cattolicesimo che era ritornata sui suoi passi, abbracciando di nuovo l’anglicanesimo. A destare l’indignazione di molti “papisti” fu in particolare la convinzione, espressa della Harris, che prima o poi anche Newman avrebbe fatto lo stesso.

Quest’ultimo, purtroppo avvezzo a simili cadute di stile da parte protestante, non perse tempo e scrisse a mo’ di replica un romanzo filosofico, steso in una manciata di settimane, che venne pubblicato nel 1848 col titolo Perdita e guadagno (Loss and Gain), inizialmente senza che il suo nome apparisse in copertina.

Diviso in tre parti, secondo la moda vittoriana, il volume è saturo della vasta cultura di Newman che con quest’opera inaugurò il cosiddetto “Catholic Literary Revival” in terra inglese (anche se all’epoca della pubblicazione il libro ottenne uno scarso successo, limitato ai soli circoli cattolici del regno).

Il racconto, basato solo in parte sull’esperienza biografica dello stesso autore, ha una trama lineare e parla della conversione alla Chiesa di Roma di uno studente di Oxford, Charles Reding, figlio di un reverendo anglicano.

Nel romanzo il poco spazio concesso all’azione è compensato dalla massiccia presenza di dialoghi, la maggior parte dei quali a sfondo religioso, che hanno lo scopo di stimolare la riflessione del lettore, impegnato, accanto al protagonista, nella difficile ricerca della verità in un mondo votato al più grottesco liberalismo filosofico-teologico, dove le varie denominazioni cristiane sono generalmente messe sullo stesso piano e le differenze ridotte a una mera questione di gusti. Quello del giovane Reding è uno sforzo radicale, una quest per nulla scontata, che comporta sacrifici materiali e sentimentali, il cui altissimo valore è però sottolineato sin dal titolo del romanzo che richiama deliberatamente l’evangelico «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, che perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9, 24).

Con uno stile “socratico”, volendo rispondere alla provocazione di From Oxford to Rome senza innescarne un’altra di segno opposto, nei vari botta e risposta tra i protagonisti Newman non lesina ironia e riflessioni pungenti, puntando a solleticare più la ragione che la pancia di chi legge. Reding si trova infatti a compiere la propria impresa personale dovendo innanzitutto districarsi tra le voci assordanti di decine di personaggi al limite dell’allegorico, ognuno dei quali rappresenta una peculiare posizione religiosa: si va dall’anglicano conservatore, stile High Church, a quello di tendenze più protestanti, dal puritano allo scettico radicale ecc. 

Del resto la scelta di replicare alla Harris utilizzando la forma del romanzo, inusuale per un accademico come Newman, fu motivata sia dal desiderio di affrontare l’avversaria sul medesimo campo di battaglia, che da quello di allargare il bacino dei lettori, quasi a sottolineare come il “going to Rome” – il termine con cui gli anglicani definivano spregiativamente la conversione al cattolicesimo, giudicata una follia – fosse una possibilità aperta a tutti, non solo agli studiosi e agli eruditi.

Perdita e guadagno diede pure il la al sottogenere del “romanzo di conversione” – una sorta di variante religiosa del “romanzo di formazione” – sul modello delle Confessioni di Sant’Agostino, destinato ad avere un grande successo presso gli scrittori cattolici inglesi del secondo Ottocento e del Novecento (fino a raggiungere il culmine con Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh). Newman, da parte sua, voleva allontanarsi il più possibile dal modello puritano del “viaggio del pellegrino”, nel quale l’homo viator termina la sua avventura esistenziale creandosi una Fede drammaticamente soggettiva. A lui interessava piuttosto mostrare come la verità fosse nella realtà delle cose, nei dogmi, nei riti, nella struttura, nella parola eterna della Chiesa cattolica, messaggera di Dio, e come, di conseguenza, la conversione fosse l’esperienza di una certezza assolutamente oggettiva.

L’esito non è solo un romanzo dottrinalmente solido, ma un testo che per sottigliezza e acume se la gioca ad armi pari con Orgoglio e pregiudizio di Jane Austin, così come la raffinata analisi del rapporto tra società e religione non ha nulla da invidiare a quella fatta da Manzoni ne I promessi sposi (altro indubbio punto di forza del libro è l’efficace descrizione dell’ambiente accademico della Oxford degli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo).

Il percorso di conversione di Charles Reding, che giunge all’università da anglicano convinto, inizia con la scoperta che l’impianto teologico della Chiesa d’Inghilterra non è affatto compatto come lui aveva sempre creduto: «Nelle conversazioni a cui partecipo sento di tutto e il contrario di tutto. Poi vado in chiesa e sento predicatori che si attaccano l’un l’altro. Alla fine mi rivolgo agli Articoli e non riesco a capire ciò che mi vorrebbero insegnare. Per esempio non capisco quale sia la loro dottrina sulla Fede, sui sacramenti, sulla predestinazione, sulla Chiesa, sull’ispirazione della Scrittura. Il loro tono è così diverso da quello del Libro delle Preghiere».

Dopo aver sperimentato altre strade, costantemente braccato dal fantasma del dubbio e dello scetticismo, Reding approda finalmente alla Chiesa di Roma, sedotto – razionalmente e non sentimentalmente – dal concetto di autorità che essa incarna così perfettamente, lontano anni luce dalle paludi mortifere del libero esame: «Lascio tutti coloro che mi hanno conosciuto, che mi hanno amato e apprezzato, e hanno voluto il mio bene; e so perfettamente che diventerò lo zimbello di tutti, un reietto. […] Ormai ho le prove che si tratta di una convinzione autentica. La mia Fede nella Chiesa di Roma è parte di me. Non posso andare contro questa Fede, sarebbe come andare contro Dio».

È con queste parole icastiche che si conclude l’odissea spirituale del ragazzo. Giunto all’epilogo, al lettore non resta che chiudere il libro; altro non serve perché anche lui, al pari di Charles, è ormai arrivato a casa.

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