«Può esser castigo può esser misericordia». Peste e grazia nel Lazzaretto del Manzoni

Presentiamo un pregevole articolo di don Cesare Angelini (1886 – 1976), uno dei più insigni studiosi manzoniani del secolo scorso, sull’episodio forse più struggente dei Promessi Sposi: l’incontro di Renzo con Fra Cristoforo nel Lazzaretto di Milano.
E quella preghiera di Renzo al capezzale di Don Rodrigo, frutto di sincero perdono cristiano, il quale diventa occasione di redenzione per un’anima che in qualsiasi altra situazione avrebbe spirato incurante dell’Amore di Cristo.

Il commento di un capitolo del capolavoro manzoniano che può aiutarci in questi tempi di pandemia.

Ho sempre considerato gl’Inni sacri come prefazioni (la Chiesa parla di Prefazi) alle grandi feste cristiane di cui celebrano i misteri. E rileggendomi in questi giorni di atmosfera pasquale La Risurrezione, pensavo che il mistero e i riti in essa cantati e descritti, tornano poi in forma di drammi viventi nei Promessi Sposi, che sono il Vangelo in azione. E mi chiedevo se, oltre la «risurrezione» dell’Innominato, non possiamo considerare come tale, sia pure in senso largo, anche l’ultimo recupero di don Rodrigo, la cui figura è ancora suscettibile di nuovi approfondimenti.
Nel romanzo, don Rodrigo, entra subito con la violenza del malvagio, anzi del male.
I suoi messaggeri sono i bravi, il messaggio è una iniqua intimidazione: «Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai». E per tutti i primi diciannove capitoli, il mondo del romanzo è tenuto sotto la sua minaccia: riduce all’obbedienza don Abbondio («disposto, sempre disposto all’obbedienza»), rende vile e ingiusto l’Azzeccagarbugli nella sua professione d’avvocato; esaspera Renzo fino al proposito dell’omicidio; in un concitato colloquio umilia e offende padre Cristoforo che, in seguito, a un altro colloquio (tra il conte Zio e il padre provinciale), andrà a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una bella passeggiata; costringe Renzo e Lucia a lasciare il paese nativo per mettersi al sicuro dalle sue insidie.
È lui, don Rodrigo, che muove la macchina infernale; lui, la voce del male. Il suo nome crudo, ogni volta che appare, crea un tempo oscuro, ed è sempre accompagnato dall’epiteto «prepotente», o «malvagio», o «iniquo»; iniquità che par raddoppiarsi anche attraverso il bisticcio: «Don Rodrigo si destò don Rodrigo».
La sua sciagurata potenza continua fino al momento in cui, intestatosi più che mai, di venire alla fine della sua impresa malsana — impossessarsi di Lucia — chiede il soccorso «d’un terribile uomo», «d’un tiranno straordinario», l’Innominato, nelle cui mani mette il suo tristo proposito.

Ma dal momento in cui l’innominato compare sulla scena, comincia il crollo di don Rodrigo. A tale paragone, è ricondotto alla sua statura di tirannello mediocre, di volgare malvagio. Lo vediamo attraverso il comportamento e il linguaggio dell’Innominato, subito pentito e indispettito d’avergli data la sua parola: «Don Rodrigo… Chi è don Rodrigo?». E comanda al Nibbio: «Va di corsa a casa di quel don Rodrigo che tua sai…»; dov’è non so che disprezzo, reso più evidente dal fatto che subito sospende l’invio del bravo, non credendo «colui» degno d’alcuna risposta. E continua: «Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti».
Già entrato, in parte, nel nuovo stato d’animo che lo porterà alla conversione, l’Innominato sente crescere, dentro, la ripugnanza e il peso incomodo delle sue scelleratezze, e prova fastidio di lui per il nuovo delitto a cui ha trascinata la sua complicità.

La presenza di Lucia nel suo castello, non la sente come una conquista o un nuovo segno della sua potenza, ma come un castigo.
A sua volta, don Rodrigo, fulminato dalla notizia impensata della conversione, si rintana nel suo palazzotto, solo coi suoi bravi, a rodersi l’animo. Anche la gente può ora parlarne con libertà, e chiamarlo ironicamente «il signor don Rodrigo». Perfino don Abbondio, con un coraggio che non gli è mai appartenuto, parlerà di «quel bestione di don Rodrigo», rimasto col danno e con le beffe. E don Rodrigo, per togliersi dall’impiccio in cui s’è venuto a trovare, una mattina, prima del sole, si mette in carrozza e va a Milano, «come un fuggitivo». D’ora innanzi, don Rodrigo non si desterà più don Rodrigo.
Nel romanzo, non lo incontreremo più fino al capitolo XXXIII, nel colmo della peste; che, una notte d’agosto, colpisce anche lui, di ritorno da un ritrovo di amici soliti a straviziare insieme. È la fine. Ricordiamo la disgustosa scena di quella notte, quando don Rodrigo si sente più debole d’un suo servo e, con formola insolita, si raccomanda alla pietà del Griso, perché tenga segreta la notizia del suo male: «Griso, se guarisco, ti farò del bene…»; e il tradimento dell’abbominevole bravo, e l’altre infamità. Don Rodrigo diventa «lo sventurato Rodrigo»; cade il titolo nobilesco, non la pietà del Manzoni; il quale sa che vicino all’uomo piombato nella sventura, c’è sempre Dio. I monatti lo prendono per i piedi e le spalle e lo posano sulla barella; poi, alzato «il miserabil peso», lo portano al Lazzaretto.
Attorno a lui, cade ogni storia d’uomo; don Rodrigo, lo sventurato Rodrigo, è oramai un ingombro, un «miserabil peso». Solo, senza amici, senza servi, sul giaciglio; gli occhi spalancati, il viso sparso di macchie nere, insensato.
Nelle sue Divulgazioni manzoniane, Giovanni Zibordi (uno che ha letto e amato il Manzoni come pochi manzonisti) dice che don Rodrigo si dilegua dai nostri occhi in una morte trista e bassa come la sua vita. Finisce fuor di sé, muto, senza un raggio di luce.
E, forse, è un dire più di quello che non dice il Manzoni. È chiaro che la fine di don Rodrigo non ha nulla di solenne, come nulla di solenne ha avuto la sua vita.
Avviene, in circostanze tristi, colpito dalla peste, tradito dal suo servo più fidato, il Griso, abbandonato dagli amici, al Lazzaretto, su un pagliericcio; senza dar segni di conoscenza, nella quale non possiamo nemmeno indovinare se risuonano le antiche parole di minaccia: «Verrà un giorno…» perché questo è proprio «quel giorno». Dei grandi peccatori del romanzo, don Rodrigo è quello che ha la fine più cupa. L’Innominato ha avuto la sua alba di risurrezione, la Monaca, la sua redenzione. Ma don Rodrigo… Noi sappiamo che l’uomo non muore mai solo, nemmeno nelle pagine del Manzoni. Per don Rodrigo, proprio ora, che la sventura lo ha isolato, lo ha frantumato, interviene il grande recupero, quasi una apoteosi, e «il miserabile covile» diventa, forse, un trono di grazia. I soli, che l’infelice ha d’attorno, sono proprio i suoi perseguitati, quelli che egli ha più ferocemente offesi e danneggiati: padre Cristoforo, che par chiamato apposta nel Lazzaretto (il regno di padre Felice) per tramutare «quel giorno» di minaccia in un giorno di salute, e non lo perde di vista un momento, attento a tutti i segni che può dare; Lucia, con le sue preghiere innocenti, che staccano grazie dal cielo.
Arriva anche Renzo, venuto a cercare Lucia. E poiché, nel risentimento di tutto il male patito, si mostra restio a perdonare al suo persecutore, padre Cristoforo lo porta ai piedi del giaciglio, e gli dice indicandolo: «Tu vedi la situazione di quest’uomo, a che cosa è ridotto… Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esser pregato da te; forse vuole che tu lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua preghiera. Forse la salvezza di quest’uomo dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono…». Commosso, Renzo risponde: «Gli perdono proprio di cuore». Alla fine, questi tre continuano la preghiera incominciata per lui nella chiesetta del convento, la famosa notte della fuga: «Noi vi preghiamo anche per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo… Signore, toccategli il cuore; rendetelo vostro amico».
Il recupero, è vero, non viene da lui, don Rodrigo, ormai insensato; viene dall’esterno, dalla maravigliosa economia di bene che lo circonda. E a questo punto il Manzoni dice una grande parola che appartiene alla teologia dell’amore: «Può esser castigo, può esser misericordia». Cioè, la fine così miserevole di quest’uomo, può essere punizione del male che ha fatto; ma può essere un tratto di misericordia che l’ha voluto qui a raccogliere amore e perdono; qui, dove qualcuno disfa col suo bene il male che egli ha fatto. L’uomo sempre vissuto lontano da tutto quanto è spirituale, morendo nel suo letto, circondato da amici, da servi, avrebbe continuato ad essere «l’iniquo che è forte», e forse sarebbe mancato il modo di prepararlo all’ultimo passo. Questa fine pare proprio il mezzo con cui Dio ve lo prepara. E la stessa presenza dei tre perseguitati, più che l’esecuzione d’una giustizia divina, ci appare come l’assoluzione della vita di don Rodrigo; rivelazione dei misteri di misericordia nascosti nei disegni della Provvidenza.
E c’è l’esaltazione di quella umanissima verità della religione che è la comunione dei santi, per la quale gli uni possono meritare per gli altri; perché le preghiere, da qualunque parte vengano, «le sa mettere insieme Lui». C’è l’esaltazione della «provvida sventura», l’idea fondamentale dell’etica del Manzoni poeta e prosatore. C’è il premio alla fiducia di padre Cristoforo; fiducia che, permettendogli di credere sempre nel trionfo del bene sul male, ne ha fatto il vincitore.
Sicché, anche «sulla deserta còltrice» di don Rodrigo, il solo personaggio manzoniano della cui salvezza pareva quasi lecito dubitare, ci pare di veder scendere Dio e il suo perdono. Don Rodrigo se ne va dentro un lume di tranquillo mistero; e, nel vederlo scomparire, noi restiamo come quelli che hanno speranza.
Un’altra volta ci persuadiamo di quanto il giansenismo sia lontano dalla mente e dall’opera del Manzoni.


Tratto da Cesare Angelini, Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, Mondadori, Milano, 1969.

A cura di Lorenzo Roselli

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