A Mattutino della III Domenica di Quaresima la Chiesa Romana fa leggere al clero alcuni passi del De Ioseph di Sant’Ambrogio in cui il Santo Dottore ci fa un semplice quanto fondamentale invito: imitare l’antico Patriarca Giuseppe (figura di San Giuseppe) nell’osservanza della castità e nella pratica del perdono e correggere col suo esempio le nostre pecche.

da skinnerinc.com

La vita dei Santi è una regola di vita pel resto degli uomini. Perciò troviamo nella Scrittura una serie di racconti dettagliati: affinché leggendoli impariamo a conoscere Abramo, Isacco, Giacobbe e gli altri giusti, e possiamo percorrere, camminando sulle loro tracce, il sentiero dell’innocenza segnato dalla loro virtù. Io ho già trattato frequentemente di essi, e oggi si offre alla nostra attenzione la storia del santo Giuseppe: il quale se ebbe moltissime virtù, rifulse principalmente per la sua insigne castità. Pertanto è giusto che dopo aver riconosciuto in Abramo l’eroico ossequio alla fede, in Isacco la purezza d’un animo sincero, in Giacobbe un coraggio singolare e una grande pazienza nelle traversie, voi passiate da questa idea generale delle virtù ad osservarne attentamente i caratteri particolari.
Il santo Giuseppe ci sia dunque proposto come specchio di castità. La purezza splende nei suoi costumi, nei suoi atti, insieme allo splendore d’una certa grazia ch’è la compagna della castità. Onde anche i genitori l’amavano più degli altri figli. Ma ciò fu causa d’invidia: il che non devesi tacere: perché essa fu l’origine dei fatti che formano il seguito della storia di Giuseppe: e perché insieme impariamo che un uomo perfetto non si lascia trasportare mai dal desiderio di vendicare l’offesa, o di rendere male per male. Onde Davide dice: «Se ho reso male a chi me ne faceva».
In che Giuseppe avrebbe meritato d’esser preferito agli altri, s’egli avesse offeso quelli che l’offendevano, o se non avesse amato che coloro che l’amavano? Questo lo fanno molti. Ma ciò ch’è mirabile si è di amare il proprio nemico, come insegna il Salvatore. Giuseppe è dunque veramente degno d’ammirazione perché perdonando i suoi offensori, dimenticando l’ingiuria fattagli, non prendendo vendetta di coloro che l’avevano venduto, ma rendendo benefici per l’oltraggio, egli praticò prima del Vangelo un precetto che dopo il Vangelo noi lo apprendiamo tutti senza poterlo osservare. Sappiamo dunque che i Santi han dovuto sopportare la gelosia, affinché ne imitiamo la pazienza: e riconosciamo ch’essi non furono d’una natura più eccellente della nostra, ma più osservante (dei doveri): e che non ignorarono le cattive tendenze, ma si corressero dei loro difetti. Che se la fiamma dell’invidia ha toccato anche i Santi, quanto più si deve badare che non bruci i peccatori?

(da divinumofficium.com)