di Giuliano Zoroddu

Terzo figlio del conte Giovanni Alfonso e di Caterina Cantelmo, l’efferato Carlo Carafa, nacque a Napoli il 29 marzo 1517. Fu avviato alla carriera militare, prima come paggio del bellicoso Cardinale Prospero Colonna, poi come Cavaliere di San Giovanni. Paolo III gli aveva conferito la nomina assieme al Priorato di Napoli, ma l’opposizione dell’Imperatore al suo possesso gliene impedì la fruizione. Sono gli anni in cui matura la sua avversione contro gli Spagnoli, al netto della quale tuttavia milita sotto le armi di Carlo V durante le guerre di Germania contro i protestanti. Verso gli anni Cinquanta tuttavia passò coi Francesi.
Il 1555 è l’anno della svolta per l’avvicinamento allo zio Gian Pietro, Cardinal Decano del Sacro Collegio e personalità di spicco della Curia Romana, noto per la sua rettitudine (fondò i Teatini assieme a San Gaetano Thiene) e il suo zelo per l’ortodossia e la riforma dei costumi.
Il 23 marzo di quell’anno moriva Giulio III. Il Conclave si riunì il 5 aprile e il 9 seguente ne uscì Papa il Cardinal Cervini che assunse il nome di Marcello II. Il pontificato non durò che 22 giorni. I Cardinali si riunirono nuovamente il 15 maggio eleggendo proprio Gian Pietro Carafa, Paolo IV.
Per l’interessamento di suo fratello maggiore Giovanni, che riuscì a convincere Spagnoli e Francesi, nonché lo stesso Carlo, Paolo IV lo creò Cardinale Diacono nel giugno del 1555, assolvendolo da tutte le accuse – che eran tante dal furto all’omicidio fino al sacrilegio – che gravavano sul capo di lui.
Iniziava così la rapida ascesa dell’ex soldato: già in luglio scalzò suo fratello dalla gestione della politica della Santa Sede e dal suo stesso appartamento in Vaticano.
Grande ascendente aveva su Paolo IV col quale condivideva l’avversione verso Spagnoli ed Imperiali ed ebbe gioco facile nel condurlo in guerra contro questi. Guerra che avrebbe dovuto procurargli un dominio territoriale in Toscana.
Tale progetto fallì e, sebbene il Nostro tenesse ancora stretto nelle sue mani le redini della politica vaticana, lentamente diminuiva la fiducia dello zio nei suoi confronti. L’estrema differenza fra l’ascetismo di Paolo IV e la vita non certo morigerata del Cardinal nipote diedero alimento alle denunzie contro di lui da parte dei suoi avversari.
Così una lite per una donna e una parola di troppo contro l’ambasciatore fiorentino spinsero il Papa a informarsi sullo stile di vita di Carlo. Avutane relazione dal teatino Geremia Isachino e rimastone con tutta evidenza oltremodo risentito ed amareggiato, passò ai fatti. Il 9 gennaio 1559 gli rifiutò udienza; il 17 gli intimò lo sfratto dall’Appartamento Borgia che occupava; il 23 gli tolse la facoltà di parlare in Concistoro (gli chiuse la bocca); il 27 lo bandì da Roma assieme a tutti i parenti. Scampò alla punizione pontificia solo il Cardinale Alfonso.
Cercò allora di trovar rifugio presso Filippo II, ma senza riuscirci. Tentò inoltre di convincere suo zio di aver mutato vita, ma evidenze come l’accusa di stupro ai danni della figlia di un fabbro che si presentò a Roma per sporger denunzia e il sospetto che avesse fatto avvelenare due prelati di Curia, non fecero altro che inasprire Paolo IV nei suoi confronti.
Il 18 agosto il Papa rendeva l’anima a Dio e contemporaneamente il suo esecrato nipote rientrava a Roma con tutto il suo seguito, perché morto un papa se ne fa sempre un altro. Ed è necessario questo Papa sia benevolo verso i Carafa.
Il Conclave si aprì il 5 settembre e durò fino al 26 dicembre. Il Carafa vi entrò lordo del sangue della cognata che aveva fatto strangolare in quanto rea di adulterio. In un primo momento si diede da fare per l’elezione di un Cardinale del partitolo spagnolo, ma successivamente alla concessione di Paliano ai Colonna da parte di Filippo II, passò al partito francese ed infine acconsentì all’elezione del Cardinale Medici di Marignano.
Pio IV si mostrò in un primo momento favorevole al Nostro, facendo continue istanze a Filippo II perché desse effetto a quelle ricompense promesse nella pace di Cave del 1557; tuttavia tutto cambiò improvvisamente il 7 giugno del 1560, quando il Carafa chiamato a conferire da Pio IV nella sala delle udienze vi fu arrestato e tratto in Castel Sant’Angelo.
L’azione, organizzata dagli antichi nemici di Paolo IV e dei Carafa, voleva far le vendette di tutta la spavalderia che l’antico Cardinal nipote aveva usato durante il suo governo. Non estraneo all’istruzione del processo il Cardinale Ercole Gonzaga che non aveva certo accettato il veto alla sua elezione posto dall’ora imputato.
Gravissime le accuse contro Carlo: omicidi, sacrilegi, manipolazione dello zio Paolo IV per portarlo in guerra contro gli Spagnoli, contatti cogli eretici protestanti e col Turco, crimini ereticali. Accuse pesanti anche contro i parenti i cui palazzi furono debitamente perquisiti.
La volontà di Pio IV di portare avanti il processo passò sopra ogni regolarità: non si tenne conto della bolla di generale assoluzione emanata da Paolo IV a favore dello scapestrato nipote al momento della promozione al Sacro Collegio, cui l’imputato continuamente s’appellava; né delle dichiarazioni dei Cardinali sulla avversione di Paolo IV verso gli Spagnoli e gl’Imperiali invero non bisognosa di particolare stimolo.
I processi si conclusero il 15 gennaio 1561. Il 1° marzo giunse in Curia la richiesta di grazia di Filippo II: fu respinta. Il 3 marzo lo stesso imputato fece pervenire al Pontefice la sua: anche questa fu parimenti respinta. Lo stesso giorno Pio IV riunì il Concistoro e fece leggere gli atti processuali: nessuna richiesta di sconto di pena fu accolta. Il 4 fu pubblicata la sentenza: morte per strangolamento. Il condannato si intrattenne un’ora con un religioso per confessarsi, quindi recitati i sette salmi penitenziali, rasserenato e perdonando il Papa, il Re di Spagna e il Governatore di Roma, andò ad offrire il collo al boia.
Tra il 5 e il 6 fu eseguita la sentenza capitale su Giovanni Carafa e gli altri imputati. Al Cardinale Alfonso fu invece fatta grazia. Terminava così la potenza dei Carafa: «Cosa inaudita ed un esempio della divina giustizia da aversi sempre dinanzi agli occhi» commentò il Cardinale Seripando.
Morto Pio IV ed asceso al soglio petrino san Pio V, figlio spirituale di Paolo IV, la sentenza fu ribaltata e sul patibolo finì l’accusatore dei Carafa, Alessandro Pallantieri, reo di aver ingannato Pio IV ed averlo portato ad emettere l’errato giudizio.


Per approfondimenti:
Ludwing von Pastor, Storia dei Papi, Roma, 1927, vol. VI, pp. 358-421, 453-460.
Idem, Storia dei Papi, Roma, 1928, vol. VII, pp. 11-55, 100-133.
Adriano Prosperi, Carlo Carafa, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 19 (1976) in treccani.it.


Figure già trattate sul sito (sono escluse le innumerevoli figure trattate sulla pagina Facebook)
Alfonso Petrucci, un cardinale congiurato alla corte di Leone X
Odet de Coligny de Châtillon, il cardinale ugonotto