di Domenico Papalia

Il sacrificio di Caino

I Vescovi italiani chiudono le porte, evidentemente le porte delle loro chiese (a volte più simili a capannoni industriali) non sono quelle della giustizia. Evidentemente non si ritengono indispensabili, non si prendono sul serio e non credono nella loro vocazione di ministri di Dio e di pastori. Ancor di più non ritengono indispensabile quello che nelle loro “aule liturgiche” si celebra, tanto da decidere, con somma e ostentata prudenza, di mettere per un pò da parte, in quarantena, le loro liturgie. Una domanda, allora, sorge spontanea, o almeno dovrebbe sorgere, magari non tanto nella casalinga che va in chiesa il sabato sera alla “messa prefestiva”, ma in chi comincia a comprendere la situazione e volesse fare un passo avanti. Il rito che oggi si sospende è la vera, indispensabile e sempre necessaria Messa cattolica? I fatti parlano da sè.

Non si agitino, allora, i tiepidi conservatori, orbi per qualche domenica del rito che abitualmente frequentano o che sogliono alternare alla “messainlatino”, una domenica si e una no (o una si e una pure), credendo alla favola delle “due forme dello stesso rito”. Nessuno gridi allo scandalo, si corre il rischio di gridare al vento. La Messa è finita da cinquant’anni e le chiese si sono già progressivamente svuotate e chiuse, eppure ci voleva un’epidemia per prendere forse coscienza di come la maggior parte delle chiese e dei fedeli siano privati del S. Sacrificio. Quella che si proibisce oggi non è, infatti, la Messa cattolica, ma piuttosto la sua adulterata riscrittura, rivisitata in chiave ecumenica e quindi del tutto anticattolica, insomma un rito che non dovrebbe essere gradito a Dio.

Ecco la risposta, ce la danno gli stessi Vescovi italiani, in perfetta continuità con i loro predecessori immediati, ma in piena rottura con duemila anni di Chiesa militante. Che cos’è allora il rito che oggi si proibisce? Esso, come si può comprendere e come oltretutto ci dicono i suoi artefici e difensori, non è direttamente, chiaramente ed esplicitamente la perpetuazione incruenta del Sacrificio che Nostro Signore compì cruentemente in croce, ma è un’impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Messa, è un abominio inteso direttamente come cena o convitto fraterno, dalla dimensione assembleare e comunitaria. Può un’assemblea svolgersi senza partecipanti? La risposta più logica è no, non può, non conviene.

Soprattutto se i partecipanti s’intendono rivestiti di una certa dignità sacerdotale che conferirebbe la potestà di consacrare, di validare il rito, o addirittura di essere anch’essi transustanziati, evocando quasi un’ ulteriore e altra presenza, diversa da quella Reale di N.S.C.G. sotto le apparenze del pane e del vino.

Si coglie, quindi, tutta la distanza, di forma e di sostanza, tra la proscinèsi del clero italiano alle direttive del Governo e la vera Fede della Chiesa Cattolica, che in ventuno secoli di guerre, persecuzioni ed epidemie, continuando a soccorrere afflitti e miseri, non ha mai conosciuto emergenza che costituisse ragionevole motivo per sospendere la Messa, fonte di ogni grazia e imprescindibile farmaco spirituale e materiale. Si apprezza chiaramente la differenza tra i frutti buoni di una pianta sana e quelli marci di una malata. Sì, perchè la Messa, quella con la M maiuscola, se minimamente se ne comprende il pur ineffabile valore, non si può sospendere. Diversamente dicasi per una cena o un’ assemblea, che oggi ci può essere e domani no, perchè magari il presidente dell’assemblea si lava pilatescamente le mani (con ipoclorito di sodio) temendo di favorire il contagio tra gli astanti. Questa è poi l’ulteriore conferma di come non ci sia distanza, fisica e simbolica tra chi celebra e chi assiste, in un grande assembramento simbolico, che, quindi, giusta le norme di prevenzione, a partire da un tempo di epidemia si dovrebbe evitare. Ecco allora la necessità di arrestare ciò che è profano, ciò che mischia e confonde, perchè non si può arrestare ciò che è sacro, anche in mezzo ad una trincea, tra le macerie o in una corsia di ospedale.

Il sacro, di per sè divide ciò che è dal mondo da ciò che viene dal Cielo, per fare del Cielo quello che altrimenti sarebbe del mondo.

Chi chiude oggi le chiese, con la ragione di salvaguardare la pur tutelanda salute dei corpi, letteralmente si è già voltato dall’altro lato rispetto a chi chiede la salute dell’anima. A cosa gioverebbe salvare il corpo e perdere l’anima?

Chi oggi chiude le chiese ha perso la fede, questa è la malattia conclamata, non già da ora, ma regressivamente da almeno una cinquantina d’anni.

Tuttavia, si gridi anche allo scandalo. E, siccome, la Divina Provvidenza sa trarre il bene anche dal male, oportet ut scandala eveniant e a chi avesse iniziato a comprendere, in diversi modi e in tempi recenti, la gravità della situazione (ovvero che la cattolicità è in rianimazione), l’invito a prendere consapevolezza e ad adoperarsi presto per farsi prescrivere e somministrare l’unica terapia adeguata per la propria anima: la sicurezza della vera fede, della vera dottrina, della giusta morale e della liturgia autenticamente cattolica. Questi sono i principi attivi propri dell’unica vera Chiesa di Cristo che, per promessa divina, nonostante i virus che la minacciano dall’interno, giammai perirà. In conformità a questa promessa,quindi, il suo autentico zelo verso i figli afflitti e bisognosi di salute fisica e spirituale mai è stato arrestato o potrà esserlo da peste, carestia o guerra alcuna. Basta rimanere semplicemente, ma fermamente cattolici, con la Fede sicura e con le opere. La “smessa”è finita o è destinata a finire, i Vescovi stessi ce lo fanno capire, torniamo a Messa.